Tracce (1)

Avigdor Arikha: Paesaggio di Gerusalemme, litografia, 1978.

Il 17 ottobre 1969, il giorno stesso del ritorno dal suo viaggio in Israele, Paul Celan compone (e poi invia a Ilana Shmueli) questa lirica che sarà pubblicata nel libro postumo Zeitgehöft (1979 presso l’Editore Suhrkamp):

ES STAND
der Feigensplitter auf deiner Lippe,

es stand
Jerusalem um uns,

es stand
der Hellkiefernduft
überm Dänenschiff, dem wir dankten,

ich stand
in dir.

STAVA
la scaglia di fico sul tuo labbro,

stava
Gerusalemme intorno a noi,

stava
il profumo dei luminosi pini
sopra il battello danese cui dicemmo grazie,

stavo
dentro di te (traduzione A. D.)

Nella mattinata del 9 ottobre 1969 Paul e Ilana avevano percorso insieme Gerusalemme in lungo e in largo; il poeta era ospite in casa di amici nei pressi di Denmark Square dove un monumento e delle lapidi ricordano l’azione dei resistenti danesi contro l’occupazione nazista i quali avevano salvato la quasi totalità degli ebrei di Danimarca trasportandoli nottetempo via mare nella Svezia neutrale; Paul e Ilana mangiarono dei fichi comprati per strada, l’antica amica di Czernowitz, ritrovata a Gerusalemme, gli fece conoscere la città – e nasce l’amore (l’ultimo, per il poeta).
Sofferto e contraddittorio è il rapporto di Celan con la città davidica. Riflettendo su di una frase che Celan aveva scritto in una missiva diretta a Max Frisch e a Ingeborg Bachmann (15 aprile 1959) e nella quale egli diceva che avrebbe celebrato la Pasqua a Londra, pur non ricordando di essere mai uscito dall’Egitto, scrive Giorgio Agamben nel saggio Pasqua in Egitto (contenuto nel volume Il fuoco e il racconto, Nottetempo, Roma 2014, pp. 75-79 passim): «Celan si situa come ebreo in Egitto, dunque prima o comunque al di fuori di quell’esodo degli ebrei dall’Egitto sotto la guida di Mosè, che la Pasqua ebraica commemora e celebra.
[…] Celan si pone al di fuori dell’esodo, in un giudaismo senza Mosè e senza Legge. Egli è rimasto in Egitto, non è chiaro a che titolo, se prigioniero o libero o schiavo, ma certo egli non conosce altra dimora che l’Egitto.
[…] Celan, che non è mai uscito dall’Egitto, che dimora ovunque – a Parigi, a Londra, a Czernowitz o a Gerusalemme – in Egitto, deve celebrare Pesach, la festa che commemora l’uscita dall’Egitto. […] ogni ebreo ortodosso riceve nell’ottavo giorno dopo la nascita un nome segreto, il suo “nome ebraico”, che viene trasmesso solo oralmente e usato in particolare nelle celebrazioni religiose.
Celan, che era stato registrato nell’atto di nascita col nome Paul, ricevette otto giorni dopo come nome segreto Pesach. […] il suo suicidio, nell’aprile del 1970, avvenne proprio durante le festività di Pesach.
[…]
Credo che tutto quello che Celan ha scritto più volte sull’impossibilità e, insieme, sulla necessità del suo compito poetico, sul suo dimorare nell’ammutolire e, insieme, nell’attraversamento dell’ammutolire […] credo che questo compito s’illumini singolarmente se lo si mette in relazione con la Pasqua celebrata in Egitto.
“Pasqua in Egitto” è, in questo senso, la rubrica sotto cui s’iscrive tutta l’opera di Paul (Pesach) Celan».
Ecco: seguo e coltivo questa traccia agambeniana e nel medesimo saggio leggo: «È solo dopo aver letto questa frase (di non essere mai uscito dall’Egitto, n. d. r.) che ho compreso un’altra affermazione di Celan, che mi era stata riferita dal grande pittore Avigdor Arikha, nato anche lui a Czernowitz e anche lui deportato. Si era negli anni dei primi combattimenti in Palestina e Avigdor, che si era arruolato nelle truppe sioniste, esortava Celan a fare lo stesso per la patria comune. La risposta di Celan fu semplicemente: “La mia patria è la Bucovina”. Ricordo che Arikha, raccontandomi l’episodio tanti anni dopo, non riusciva assolutamente a capire il senso di una simile affermazione. Come poteva un ebreo pretendere che la sua patria fosse la Bucovina? Credo che, se avesse potuto conoscere la frase di Celan sulla sua non-uscita dall’Egitto. Avigdor avrebbe capito. Per chi è rimasto in Egitto, nemmeno Gerusalemme, la città davidica, poteva essere la patria» e opportunamente Agamben ricorda sia i versi Alzati, Gerusalemme, adesso / levati che l’osservazione di Ilana Shmueli: “Sapeva che anche qui non poteva appartenere, e ne fu colpito in modo dolorosissimo, quasi fuggì”.
La poesia è questa:

DU SEI WIE DU, immer

Stant up Jherosalem
inde erheyff dich

Auch wer das Band zerschnitt, zu dir hin,

inde wirt
erluchtet

knüpfte es neu, in der Gehugnis,

Schlammbrocken schluckt ich, im Turm,

Sprache, Finster-Lisene,

kumi
ori

TU SII COME TU, sempre

alzati Gerusalemme
e sorgi

anche chi ha reciso il legame con te

e sii
illuminata

l’ha riannodato di nuovo, nella ricordanza,

bocconi di fango ho ingoiato, nella torre,

lingua, lesena di buio,

sorgi
risplendi (traduzione A. D.)

Pubblicato nella raccolta Lichtzwang (1970, sempre presso Suhrkamp), questo componimento riporta nella forma originale in medio alto tedesco e nei due versi finali in ebraico (in italiano ho segnalato il tutto in corsivo) passaggi dal profeta Isaia (60, 1) citati in una predica da Meister Eckhart e tematizza il complesso rapporto del poeta con Gerusalemme e con la lingua (o, anche, con le molte lingue di Paul Celan). E, leggendo e rileggendo il testo, abbozzando e poi rifacendo e poi ricalibrando la traduzione, mi è venuta l’idea (forse balzana) di rendere il medio alto tedesco Gehugnis (oggi si dice Gedächtnis: ricordo, memoria) con la leopardiana ricordanza, termine anch’esso ormai desueto in italiano, ma capace di conservare e generare senso se si continua a credere che la poesia abiti quei paesaggi della lingua colmi di energia di pensiero e di spinta creatrice. Perché è vero che все поэты жиды (tutti i poeti sono ebrei) stando all’affermazione di Marina Cvetaeva citata proprio da Celan in esergo al componimento Und mit dem Buch aus Tarussa contenuto in Die Niemandsrose (1963, Fischer Verlag) – e allora è anche vero che la città da cui si è stati esiliati è proprio Gerusalemme, città martirizzata e poliglotta.

Avigdor Arikha (l’ho già scritto: qui seguo e alimento tracce) ha dedicato numerosi disegni e molte litografie a Gerusalemme (compreso uno dei tanti ritratti dell’amico carissimo e pianista eccelso Eugene Istomin disegnato durante un concerto di quest’ultimo appunto a Gerusalemme); gli scoscendimenti su cui giace la città, le mura e le torri ierosolimitane, i pini e gli olivi sembrano ritratti con l’alfabeto sì dell’amore e della devozione, ma anche dell’energia vitale e dell’instancato camminare: non sembra esserci differenza tra scrittura e disegno, qui; la Torre di Davide (la medesima cui allude Celan, mi piace pensare), le mura della Città Vecchia, le piante e gli arbusti che Avigdor Arikha disegna sono lo spazio abitato dal pensiero, un possibile abitare poeticamente il mondo (dichterisch wohnent der Mensch auf dieser Erde, dice il recluso nella torre di Tubinga – se vogliamo credere proprio sue queste parole), una traccia sospesa tra l’arte luminosa di Arikha e quella angosciata di Celan.

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