Il vuoto tra le colonne

Fermo immagine dal film “Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera” di Kim Ki-Duk (2003).

 

Spesso mi accompagna questa poesia di Giulia Niccolai:

 

 

GIAPPONE

A Kyoto il tempio
dei 1001 Bodhisattva
ha nome Sanjusangen do
che vuol dire “33”.
Il salone che ospita le statue
dei 1001 Bodhisattva
è sorretto da 35 colonne.
33 sono gli spazi vuoti
t r a  l e  c o l o n n e.

Filosoficamente, il fatto
di dare il nome al tempio
in base al numero degli spazi vuoti,
dunque a ciò che non c’è,
può essere interpretato
come la garanzia più elegante,
squisitamente Zen,
di non escludere mai niente,
e nessuno.

La presenza dell’assenza sembra ingigantire ogni volta in cui muore qualcuno che ha lasciato tracce dentro di noi. Il vuoto tra le colonne non si riempie e non va neppure riempito (è un vizio forse tipico della modernità occidentale assegnare al vuoto una valenza negativa rifiutandolo: accogliere e contemplare il vuoto purifica lo sguardo).
E in tutto questo è implicata l’attesa: quando muore qualcuno smettiamo (forse lentamente, ma infine smettiamo) di aspettare la sua voce, il suo sopraggiungere, la sua presenza, insomma. Il passato del nostro rapporto con chi è morto (chiamiamolo ricordo) diventa anche il nostro futuro.
Ora che Kim Ki-Duk non potrà più darci nuove opere ci restano quelle che ci ha donato e continueremo a imparare dal suo sguardo.
Amo pensare che la mente (e il corpo alla mente necessario) eserciti la propria incessante maturazione nell’eremo galleggiante al centro di un lago, idea e poesia visibili in quest’intensissimo scambio con il mondo; l’eremo non è isolamento né tanto meno fuga o reclusione, sì invece perimetro mentale e percettivo per poter approfondire il proprio rapporto con il mondo.
Il monaco non recide i legami col mondo, li rafforza per raggiungere livelli di pensiero superiori e sempre più consapevoli.
La violenza più aberrante, i desideri più inconfessabili, ma anche la bellezza del silenzio e della cura, la tenerezza dell’amore, gli spazi del mare, la musica di un arco, la scelta solitudine di una capanna nella foresta e anche gli spazi angusti di camere e di vicoli in sordidi quartieri, la colpa e il rimorso, la solitudine mentre ingigantisce, un atto di pietà si lasciano intravedere nel vuoto tra le colonne per tornare a dissolversi, restituendo al vuoto la sua feconda presenza.

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