Nonostante gli stracci (2)

                                      Yves Bergeret

            Nonostante gli stracci (2)

                        Malgré les guenilles, 2
                        Tratto da Carnet de la langue-espace.
                        Traduzione di Francesco Marotta

                                    (La prima parte qui)

 

Le chiavi d’oro tintinnano.
Una contro l’altra risuonano le pietre.
E’ il vento che passa.
E’ il soffio intrepido
che senza sosta ripete «libertà, libertà»,
«vigilanza, resistenza».

Il cedro riarso tiene lontano il freddo,
disfa ogni straccio, sparpaglia tutto intorno.
Parlami, grande cedro!
Il vento passa fra i tuoi rami.
Il soffio sente il cedro.

Il cedro riarso mi dice che cresce
dall’altra parte del mare.
Ho forza sufficiente per andare con i rondoni
dall’altra parte del cielo?
Ho gettato via l’idiozia che gravava il mio corpo?
Ho rinunciato alla vanagloria
che incrostava le mie ossa di legno?

Battono, battono insieme a me
le ali di venti compagni
mentre fendiamo l’aria.
Il soffio sparge ovunque semi di cedro.
E’ migratore chi non porta i suoi semi,
semi neri semi bianchi
che nascono nel soffio?

 

*

 

Sempre più vicino alla corteccia odorosa
gira e rigira il soffio.
Grande è il tronco del cedro, un tronco cavo e pieno,
la seconda emissione del soffio lo riempie.
Vuoto pieno, il tronco ampio del cedro
gonfia e solleva l’aria,
gonfia e solleva la superficie del mare
tanto di giorno che di notte, quando ogni superficie
si attenua e svanisce
e l’istmo dell’amore compare e scompare,
allora i due corpi ricadono ognuno nella propria isola
e il soffio ridiventa la parola alternata
dell’uno e dell’altro, inesausti,
la parola alternata
che supera gli spazi, scavalca gli steccati
dove gli odiosi paladini dei dogmi uccidono.

Gli steccati ringhiano e grandeggiano.
Gli steccati comprano e vendono.
Gli stracci scimmiottano la parola.
Le cianfrusaglie sono a buon mercato.
In questo mondo, che solo compra e disprezza,
il più colpevole son io

se un giorno dovessi ritrovarmi inaridito d’amarezza. (*)

Rondoni, datemi un po’ di scorza di cedro!

A mani nude, sventra di nuovo il cinghiale
affinché il suo sangue irraggi illumini il nostro cedro
e il soffio delle nostre ossa di legno
sbatacchi la porta-di-stracci!
prosciughi la palude-di-stracci!

Selvaggina che ti rintani, ansima e gioisci!
Nelle gocce del tuo angue risplendono il nostro rifiuto,
la mia rabbia, la mia liberazione e io salto
nel canto che le mie ossa di legno
lanciano al di là di ogni violenza.

 

 

I miei capelli sono le correnti dei fiumi.
Le mie ciocche vibrano tra le alte nuvole.
Nuvole veloci nascono dal mio cranio.
Il moto incessante delle maree, la risacca
e l’onda, il riflusso e la profondità
del mare agitano la mia chioma, la mia
capigliatura nella quale scompaio.

La notte abita la parte destra della mia fronte
e la mia guancia destra; sul mio naso poggia l’alba.
Sulla mia tempia sinistra il giorno fa il suo nido.
Labbra chiuse, forse, ma non ha importanza
perché il soffio delle mie ossa di legno
è la parola delle donne, degli antenati e degli uomini
che mi trascina a riva a tutta forza.

Dentro me c’è un ponte, invece di un centro.
Il soffio delle mie ossa di legno mi trascina
da una riva del mio corpo all’altra.
La mia massa si agita, numerosi corpi lottano,
tutte le sillabe della parola sono fuori controllo.
Dei cavalli si impennano,
degli uomini cadono dal ponte.
I venti e le onde spingono verso sinistra
le gambe dei cavalli e degli uomini.
Una sanguinosa battaglia, uno scontro violento
e grida soffocate, la mia pelle è tutta rughe.
Il soffio si confonde,
gli stracci crescono tra le crepe,
di chi è il calpestio nel mio corpo?
Sento in me un movimento di folla
da questa parte e poi in senso opposto.
Stride e geme l’osso ligneo
del mondo, il soffio arrochisce.

Ma il cedro rende alla parola il sangue,
non cede
né si piegano i suoi rami d’ambra.

 

                (*) I versi in corsivo sono di Pier Paolo Pasolini.

2 pensieri riguardo “Nonostante gli stracci (2)”

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