Nottetempo

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                              Mario Santiago Santoro

                è così che accadono i giorni
                provando gesti senza mani
                tenendo stretto il tempo
                in fermagli di salute
                strappando materia inerte
                agli occhi, quel
                fineluce
                che la morte somiglia

                                          (da qui)

 

                        Nottetempo

 

trama disadorna
per antica legge
di memoria,
un gioco immobile,
di sola
notte – e d’acqua,
il fineluce
di mani
impietrite
nel naufragio –

tracce segnate
da segrete fantasie
di vento, presagio
di parvenze
senza fiato, sedimenti
di voci,
visitazioni
orfane di passi

in-naturale,
distante, dis
tratta
impazienza
dei viventi, che è segno
di offerta, di
abbandono, infanzia
di strappi
e di vertigini, immagine
di nessun altro mondo
all’orizzonte

(ma nell’ordito
un punto del giorno
talvolta
cede e
qualche suono – non altro
che un sibilo

esita nel varco
tra luce e ombre, si scioglie
in domande
(di) non udibili

presenze)

 

*

 

contrasta la bocca
lo spazio incolore
segnato di eccessi, di
parole
che sciamano –
visibili
e sul rovescio si
apprende
(rappresa
arte
di similitudini e
macerie)
il fiammante rituale
del distacco, il
ripetuto
riflesso dell’azzardo

(tutto dilegua
in regole di attesa
tra reperti d’ossa
sigillati
dal tramonto-

il tempo
spegne la grazia
della pena accolta –

e

il dubbio nutrito
di sogni
di improvvisi
che soffiano
via
il male

sopravvive
all’occhio della mareggiata

all’urlo che si stempera
in quiete)

 

*

 

viso che mente
vaghezze, vagando
in-dolore
in dicerie
di febbre

(smangiata
profondità dello sguardo

quando il filo
fa spire dei ricordi
e annoda
acque di nessuna
fonte

sulla fronte
che svena
calcare d’occhi
sonni in disparte
di creature
d’aria)

febbre
che agita
le fronde
sfaccettate
di cieli
custodi
del dono dell’addio –

-arma il lessico
che fa notte
fonda
il fiore che è stato
crescendo tempo
alle mani –

mani e tempo –

e tempo

 

*

 

una benda di sollievo
un farmaco
che è autentica
canicola di frode

una candela
lavorata a calce
che cola la luce
piet(r))osa
dell’inganno

macchia che evade
dal ventre schiumato
di tagli –
dal nome
che dice fango
il luogo
e il bisogno (la quiete

gonfia
di canti scompigliati

di confessioni
estorte, di
un senso che brama
intatto

il volo)

 

*

 

lampo che cova
fortuite
eresie di luce

l’in-contro
in-prevedibile
nel breve segno
di una comune

morte

distanza azzerata
tra la serpe e il tempo –

la serpe che smobilita
la pelle –
il tempo
che accende fuochi
soffocati d’anni

(all’amo
qualche erba
di scarto e
il profilo di altre
vite
appena accennate –

ignare
della luna
che arde e passa
avvolta nel suo piumaggio

senza fiamma)

 

*

 

occhi segnati
dal vento fossile
del sonno, insonnia
in-evitabile, coaguli
di nebbie
a
dis
misura
nel labirinto di mura
e foglie divelte,
strappate a morsi
all’aria

(le mani consumate
si industriano
a fondo
nel gioco, tentano
devozioni
d’alba, temporali
di grida
nel movimento
che è misera sorte
di preda

senza scampo)

 

*

 

grafie di voci
che si consolano
nel nero della traccia,
crosta
di fuoco e fumo
che arde e
slontana
nel silenzio del sangue –

terra di tutti, lunario
di stoppie
a immagine dei fiumi
di domani

(si piegano

docili
a verbi di deserto
cedono a urgenze
di corpi senza artigli, senza
misura e ossa –

sorvegliano
la sabbia arsa,
le orbite
in attesa (di) un miracolo

di neve)

 

*

 

l’immagine frana
in una in
utile ressa
di detriti –

una parte del giorno
grida alla prima ombra
che increspa la luce
del suo andare –

anche il mare
rompe l’argine
degli occhi e
piove
a distesa
sul corpo che viaggia
svuotato di memoria

(la passione dell’onda
fa degli occhi
un sudario
di desideri – chiazze
palustri
senza assonanze di vento

il prima della polvere
è il tuo corpo
che affiora
dalle acque – norma
(e)
reliquia

di tempo e voce)

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