Lamento della lucertola innamorata


(Joan Miró, Complainte du lézard amoureaux, 1948)

                                René Char

Complainte du lézard amoureux

N’égraine pas le tournesol,
Tes cyprès auraient de la peine,
Chardonneret, reprends ton vol
Et reviens à ton nid de laine.

Tu n’es pas un caillou du ciel
Pour que le vent te tienne quitte,
Oiseau rural, l’arc-en-ciel
S’unifie dans la marguerite.

L’homme fusille, cache-toi;
Le tournesol est son complice.
Seules les herbes sont pour toi,
Les herbes des champs qui se plissent.

Le serpent ne te connaît pas,
Et la sauterelle est bougonne;
La taupe, elle, n’y voit pas;
Le papillon ne hait personne.

Il est midi, chardonneret.
Le séneçon est là qui brille.
Attarde-toi, va, sans danger:
L’homme est rentré dans sa famille!

L’écho de ce pays est sûr.
J’observe, je suis bon prophète;
Je vois tout de mon petit mur,
Même tituber la chouette.

Qui, mieux qu’un lézard amoureux,
Peut dire les secrets terrestres?
Ô léger gentil roi des cieux,
Que n’as-tu ton nid dans ma pierre!

            Orgon, août 1947

                            (Tratto da: La sieste blanche,
                            in Les Matinaux,
                            Paris, Gallimard, 1950)

 

Lamento della lucertola innamorata

Non sgranare il girasole,
I tuoi cipressi sarebbero in pena,
Cardellino, riprendi il volo
E torna al tuo nido di lana.

Tu non sei un sasso del cielo
Che il vento non può scuotere,
Uccello dei campi, l’arcobaleno
Si ricompone nella margherita.

L’uomo spara, nasconditi;
Il girasole è suo complice.
Solo le erbe ti riparano,
Le erbe dei prati che si piegano.

Il serpente non ti conosce,
E la cavalletta è scontrosa;
La talpa, poi, non ci vede;
La farfalla non odia nessuno.

È mezzogiorno, cardellino.
Il senecio è là che risplende.
Indugia, va, senza pericolo:
L’uomo è tornato alla sua casa!

L’eco di questo luogo è sicura.
Io osservo, sono un buon profeta;
Vedo tutto dal mio piccolo muro,
Anche barcollare la civetta.

Chi, più di una lucertola innamorata,
Conosce i segreti terrestri?
O leggero e mite re dei cieli,
Che non hai il nido nella mia pietra!

            Orgon, agosto 1947

                        (Traduzione di Francesco Marotta)

 

                          ***

 

Luca Bevilacqua

Nota su
Complainte du lézard amoureux di René Char

 

René Char diffida della pace tra gli uomini. Il suo monito, espresso quasi in apertura dei Feuillets d’Hypnos, è quanto mai esplicito: non ci si può fidare degli armistizi né delle promesse in essi contenute(1). Ma la presenza di un conflitto sempre vivo, benché talora latente, che anima le vicende politiche, sociali e sentimentali degli esseri umani, non è scindibile da un più ampio processo che collega le leggi dell’uomo a quelle dell’universo. Memore, come è noto, della lezione di Eraclito, Char considera il conflitto, sia esso palese oppure dissimulato dietro una momentanea quiete, il principio primo che muove il mondo.
…… La forma di amore che ci appare nella Complainte du lézard amoureux, nella sua intransitività, nel suo modo imperativo (già al livello del verbo), potrebbe a giusto titolo ricondursi a una tale prospettiva, giacché per Char, come ha notato per primo Jean Starobinski, «l’unité de l’amour ne s’accomplit pas dans la fusion des semblables, mais dans la relation asymétrique où notre désir fait face à la part d’inconnu et d’absence qui, dans la chance offerte, ne cesse jamais de se dérober à nous»(2). Nondimeno, a un livello appena sottostante alla forma grammaticale del verbo affiora qualcosa di più complesso e sottile, a metà strada fra l’esortazione affettuosa e il monito denso di angoscia: è un imperativo inquieto che racchiude la cura dell’altro e il presagio della morte. Su questo sentimento misto, e sulla sua rappresentazione metaforica mediante il discorso rivolto dalla lucertola al cardellino, vorremmo fermare la nostra attenzione. Anche perché in esso si configura, a nostro avviso, una sintesi dell’espressione più alta e disinteressata di ciò che per Char è l’impulso amoroso.
…… Anzitutto, può stupire il ricorso al genere medievale della «complainte», interpretato con piena aderenza ai principi della prosodia classica: sette strofe regolari di ottonari in rima alternata. Nella «complainte» il protagonista è tradizionalmente un personaggio – reale o immaginario – le cui tristi vicende suscitano pena. Quale argomento, del resto, più struggente e letterario di un amore impossibile? Eppure Char riesce a comporre, su di un impianto formale apparentemente anacronistico e lontano dalla sue corde, una breve favola di sorprendente freschezza e autenticità. Nelle parole del «lézard», fin dalla prima strofa, risuona l’invito rivolto allo «chardonneret» a prendersi cura di se stesso. L’insidia è tutta nel luogo aperto e privo di possibili ripari rappresentato dal campo di girasoli. Qui il cacciatore, l’«l’homme [qui] fusille» – immagine dell’uomo portatore di morte – troverebbe il terreno ideale per realizzare il suo funesto disegno. La poesia si apre dunque con la constatazione di un pericolo che incombe, e di una pena che può essere invece evitata per chi ha a cuore il piccolo «oiseau rural» (v. 7). La morte del cardellino sarebbe causa di dolore, sottolinea la lucertola, per quei cipressi che ospitano il suo nido. Di qui l’invito a tornare nel luogo sicuro del suo «nid de laine».
…… Quel piccolo e fragile uccello è l’emblema stesso della vulnerabilità. Non ha certo la resistenza di un sasso, e quando lo si vede proiettato controluce nell’aria, come fosse un «caillou du ciel», egli è in realtà esattamente l’opposto. La terra, o ancor più la pietra (che appare all’ultimo verso), esse sì, potrebbero accogliere un sasso. Ma l’aria o il vento non possono proteggere in alcun modo il cardellino. Questa sorta di minuscolo meteorite – per stare ancora all’immagine – sembra volteggiare puntiforme e leggero, completamente in balia degli elementi. Un effetto di contrasto mediante cui Char sottolinea l’antagonismo tra cielo e terra, simboli ancestrali di una prossimità, di una contiguità, che appare inconciliabile nonostante la possibile mediazione (che in realtà sappiamo essere illusoria) costituita dall’«arc en ciel»: quasi un ponte che collega provvisoriamente quelle due sfere perennemente estranee l’una all’altra.

                                (Continua a leggere qui)

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Note

(1) «Cette guerre se prolongera au delà des armistices platoniques. […] Ne souriez pas. Écartez le scepticisme et la résignation, et préparez votre âme mortelle en vue d’affronter intra-muros des démons glacés analogues aux génies microbiens».
(2) J. Starobinski, René Char et la définition du poème, in «Liberté», X, n. 4 (1968), p. 24.

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Il testo di Luca Bevilacqua è tratto da
Laboratorio critico – Rivista di francesistica
Vol. 5, 2015, N. 1.

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Luca Bevilacqua insegna Letteratura Francese presso l’Università di Roma – Tor Vergata.
Specialista della poesia dell’Otto-Novecento e in particolare di Mallarmé, di cui ha curato l’edizione delle Poesie da Marsilio (2017). Si è inoltre occupato di Baudelaire, di Henri Michaux (“La creazione furiosa. Michaux e l’antiletteratura”, Pacini, 2012), di Apollinaire, Char e Bonnefoy.
Si interessa inoltre di narrativa francese dell’estremo contemporaneo e ha scritto saggi su François Bon, Jean Rouaud, Emmanuel Carrère, Yasmina Reza e Michel Houellebecq.

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