L’angolo della casa

                                      Yves Bergeret

                L’angolo della casa

                        L’angle de la maison
                        Tratto da Carnet de la langue-espace.
                        Traduzione di Francesco Marotta

Nell’angolo della casa c’è l’angolo della stanza. Nell’angolo della stanza che accoglie gli ospiti c’è una porta; si affaccia sulla scalinata che conduce al piano superiore, dove una finestra rivolta a est ascolta ad ogni alba la gioia profonda dell’arrivo della luce. L’alba non è la traccia furtiva di una nostalgica purezza. Essa è la promessa di accoglienza della parola moltiplicata dell’altro.

Nella stanza, sul muro medievale di notevole spessore, proprio ad angolo retto e a sinistra della porta, due stampe, colorate con lumeggiature a mano, di città degli anni intorno al 1580. Le ho trovate recentemente in un negozio di antiquariato. Un errore grossolano ha preceduto il loro arrivo qui: almeno mezzo secolo fa, se non di più, qualcuno le ha ritagliate da un grande libro risalente più o meno all’ultimo ventennio del sedicesimo secolo intitolato Civitates Orbis Terrarum (Città della Terra), pubblicato in sei parti dal 1572 al 1617 da Georg Braun (1541-1622) e Frans Hogenberg (1535-1590).

Nella parte alta di questo muro ho attaccato la prospettiva assonometrica di Lione, intitolata Lugdunum, vulgo Lion. Nella metà inferiore della pagina di quel libro si trovava la veduta cavaliera di Vienne, la città appena a sud di Lione. Non so perché abbiano tagliato così la pagina. La raffigurazione di Lione è a immersione, vista dall’alto del forte di Vaise. La Saona scorre in primo piano, ai piedi di colline coltivate o boscose. Numerose imbarcazioni navigano. Case dai tetti rossi si stringono sulla «Presqu’île» tra Saona e Rodano. In quel periodo del Rinascimento la poesia del recentissimo Umanesimo era qui in piena effervescenza, con Maurice Scève che rimane il più conosciuto di quei poeti di allora. Dopo le guerre di religione, Lione è un brulicare di attività, di commerci, di pensiero e di tutto lo slancio del Rinascimento.

Sotto questa raffigurazione di Lione, ho appeso la carta di Weimar, a tutta pagina (37 cm di altezza per 47). E’ tratta dallo stesso libro. Si chiama Winmaria, fertiliss. Thuringiae Urbs Praestantissima Vulgo Weinmar. È in latino di quell’epoca, che non è più il latino classico, e dice: «Weimar, città molto fiorente della fertilissima Turingia, [chiamata in lingua attuale] «popolarmente» Weimar». L’ortografia, in particolare della toponomastica, comincia a fissarsi solo due secoli dopo. Weimar è già una città prestigiosa per il suo dinamismo intellettuale ed economico nello slancio della Riforma e del possente Rinascimento tedesco. In primo piano sulla carta si stagliano due ricchi borghesi. In basso a sinistra è scritto (in latino, in corsivo minuscolo) che questo lavoro figurativo, stampato e colorato, della prosperità di Weimar è dovuto a (finanziato da?) «Johann Wolfius, rettore del Ginnasio (Liceo) di Ratisbona». La raffigurazione della città inizia, in basso, in prospettiva cavaliera e poi si trasforma in una pianta con i nomi delle vie e piazze principali. Queste carte non servono ancora ad orientare visitatori e viaggiatori ma diffondono, grazie alla recentissima stampa, il prestigio commerciale e intellettuale di queste città. Fiera civiltà europea, allora, che si attribuisce con entusiasmo la missione umanistica di costruire al meglio un mondo in cui il «peccato originale» avesse meno peso.

Sul lungo muro a destra della porta, tre opere calligrafate in lode della vita creatrice e del suo incessante slancio. Le ho realizzate a Châtillon en Diois, tra i ciottoli del torrente del villaggio: inchiostro di china, acrilico e collage di piccoli disegni del 2006, realizzati con inchiostro di china e aculeo di porcospino da Dembo e Belco Guindo.
Ecco cosa dicono questi tre poemi calligrafati:

«L’acqua del torrente rimescola il fuoco;
pian piano una gioia semplice e istintiva
pervade le mani che impastano:
ecco la grazia che mette
la montagna sotto i tuoi piedi.»

«Nel calcare e nella marna,
nell’argilla e nell’arenaria
un vulcano rimbomba.
Ogni ciottolo del torrente
conserva l’odore di un amore
o di un’uccisione brutale.
Nella terra e nella marna
la parola con le mani che impastano
riprende l’epopea dall’inizio.»

«Sotto le mani che impastano
l’acqua la terra il fuoco
scelgono un’anima di antenato:
è la forma caduta dal cielo,
umile meteorite,
un poema,
il marchio delle mani che modellano.»

I piccoli disegni di Dembo e Belco sono strettamente connessi a Barka, mitico antenato di Koyo e vasaio che fabbricava a combustione lenta le giare sferiche di terracotta, dove si conserva, nell’angolo consacrato della casa, l’acqua che solo le donne vanno ad attingere alla sorgente situata un po’ al di sopra del villaggio.

Tra le due città rinascimentali e il triplo poema dell’energia creatrice che dà slancio alla vita, è incassata la porta d’angolo. La scala di legno che porta alla finestra dell’alba è appena dietro, sempre in attesa. Sempre accogliente. Sulla porta la foto dei pilastri di fiammeggiante arenaria ocra di una falesia di Koyo. In una piega verticale della roccia sullo sfondo a destra si intuisce il percorso della scalata per accedere dalla pianura di sabbia al villaggio costruito sull’altopiano sommitale. Guardate bene, in alto a sinistra, i tre posatori di segni, Dembo, Belco e Hamidou, tutti appartenenti alla grande famiglia Guindo. Insieme a me hanno posato per dieci anni i segni della dignità umana e della parola, sempre più aperta, stabile e fedele, chiara e fondamentale. La raffigurazione, qui fotografica, mostra che i tre immensi pilastri di roccia verticale appartengono essi stessi alla parola in atto, densa e robusta. Quella che solleva la terra che parla, a volte dolorosa, dove vanno i tre posatori di segni, a piedi nudi, ascoltando, creando, dialogando. Che solleva le due città del Rinascimento, intrecciandosi ad esse. Che solleva le tre opere verticali calligrafate, intrecciandosi ad esse. Che solleva la casa da cui vi scrivo questa prosa di libertà e di fiducia incrollabile nella parola chiara di apertura, di ascolto, di accoglienza e di dialogo.

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