Breve saggio sulle torri (e sulla letteratura)

Fra le molte torri che svettano nel paesaggio della letteratura (ma dovrei più appropriatamente dire della scrittura) quella nella quale più volentieri m’intrattengo è la torre di Monsieur de Montaigne.

In un’incisione del 1498 (Das Meerwunder) Albrecht Dürer raffigura una fanciulla che viene rapita da un mostro marino; dell’opera mi hanno sempre affascinato le torri e le fortificazioni sullo sfondo: la postura della fanciulla (una ninfa?), l’atto violento del mostro marino, l’insenatura e il paesaggio hanno, per me, il proprio punctum in una delle torri (in tutte contemporaneamente, o in una in particolare, non importa) dalle cui feritoie senza dubbio alcuno uno scrittore poliglotta guarda, inorridito, la scena lontana.
Il rapimento della ninfa, che priva quelle acque della loro grazia, è l’accadere (orrido e violento) che strappa lo scrittore al suo mondo d’erudizione mettendolo di fronte alla distanza che intercorre tra lui e la fanciulla che non potrà essere salvata.

Non riesco più a trovare il luogo testuale nel quale molto tempo addietro avevo letto che, stante una leggenda, a Valchiusa Francesco Petrarca abitava una casa con un albero d’ulivo sul tetto e che liberò la cittadina da un mostro che ne infestava la riviera e che veniva nottetempo a rapire le fanciulle: con una spada il poeta recise il capo del mostro.
Anche se dubito che la letteratura abbia saputo talvolta arrestare l’orrore – essa però accompagna nell’attraversamento dell’orrore, conserva scintille d’umanità e di speranza, pur mentre si attraversa l’orrore, ma la verità è che i piccoli e i grandi macellai della storia non si fanno intenerire dalla letteratura. E se si accorgono di essa se ne fanno volentieri beffe.

Eppure è come se mi ancorassi alla torre di Montaigne, come se ogni giorno provassi a vergare sulle travi nuovi adagi incontrati nell’oceano immane delle scritture.
E la mia solitudine raggiunge la solitudine di Monsieur de Montaigne, due silenzi fecondi di scrittura, la mia, ovviamente, scrittura da anchilosato epigono: è soltanto la sua quella del Maestro.

C’è un luogo della letteratura per me sacro ed è Tubinga sulle rive del Neckar. Non è la Torre (Möwenumschwirrt stando a Paul Celan, circondata dai gridi dei gabbiani, luogo del gennaio – il gennaio è tempo e data destinale della poesia secondo Celan, com’è noto) il luogo sacro nel luogo sacro per me (non mi seduce il lungo tempo della cosiddetta follia, non m’interessano vere o supposte patologie), ma lo Stift, il suo ampio, ospitale cortile e le finestre che guardano sulla luce dell’amicizia e del pensiero.

Le torri sparse nel gran paesaggio della scrittura non isolano e non separano, ma attuano il proprio paradosso: diventano ponti, diventano porosi recinti che abbracciano il mondo e che s’aprono ad altri mondi.
Essayer: saggiare: ma anche tentare di, provare a: senz’alcun dubbio esplorare, sottoporre a ripetute prove, studiare.
Condivido un piatto di legumi aromatizzati con erbe e un parco bicchiere di vino col Signore de Montaigne. La luce nella torre favorisce la lettura. La conversazione fa dissolvere clessidre e orologi.

Ognuno dei sette Palazzi celesti di Anselm Kiefer (ogni torre) testimonia un abominio e il riscatto: ognuno costruito con le macerie ma puntellato dallo sguardo del pensiero.

E c’è anche, ricordo ora, la torre in cui abita Stephen Dedalus, a Sandycove Point innanzi alla baia di Dublino: la giovinezza che s’appresta a diventare età adulta. La letteratura dev’essere un passaggio alla vita adulta. E c’è, infatti, la Torre di Ballylee e c’è la poesia di Yeats.

Non fu una sorta di torre davvero speciale il Mulino di Bazzano – Costa Niccolai Spatola e tutti gli altri a pensare la libertà della scrittura? a praticare la libertà della scrittura?

1 commento su “Breve saggio sulle torri (e sulla letteratura)”

  1. Magnifique prose, certes, qui fait de ces tours de l’histoire de la littérature européenne, non pas des “tours d’ivoire”, non pas des prisons en hauteur, mais des phares de la pensée, des phares humbles et profondément humains, redistribuant la vie à un vaste espace qui aurait pu se durcir ou se déssècher.

    Yves Bergeret

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