La poesia e lo sguardo (breve saggio in omaggio all’opera di Franco Piavoli)

Fermo immagine da “Voci nel tempo” di Franco Piavoli (1996).

Si può partire dagli assunti che la poesia esista già di per sé e che debba essere lo sguardo a rendersi capace di vederla; ch’essa si generi dai cicli della natura, dal costituirsi e dal divenire dei diversi ambienti naturali e che la mente debba disporsi a coglierla; che la poesia scaturisca dal vivere stesso degli umani e dal loro essere comunità e che un occhio attento debba sapere aprirsi su di essa; che la poesia sorga per la presenza del desiderio o del ricordo, della nostalgia o della speranza, della tristezza o della gioia e che ci debba essere un pensiero capace di mostrarla.

L’intera opera di Franco Piavoli è questo sguardo, attentissimo e commosso, pazientissimo e capace di aver cura e di prendersi cura. È lo sguardo del silenzio mentre percorre le regioni dell’uomo, i boschi, i torrenti, le strade di antichi borghi, il ritornare delle stagioni, gli interni di abitazioni colme di ricordo e di tempo, fino a mari vasti e insidiosi, attraenti (mari dell’interiorità più abietta, ma anche più nobile).

È lo sguardo che indugia e amorevole si sofferma su volti e su profili che parlano il linguaggio denso di significato del silenzio e degli sguardi, su nuche incise di solchi per annoso lavoro e per esposizione alle luci delle stagioni del lavoro, su muri di mattoni e superfici d’acque, su crinali di colline e su profili di campanili che sembrano dialogare con cieli cangianti e trascoloranti.

E sono volti, profili, nuche, sguardi (tantissimi sguardi lungamente immersi nel silenzio, ancora e sempre questa lingua bellissima e commovente) che conosciamo perché li abbiamo visti tra la gente che abbiamo incontrato e anche negli affreschi da Giotto in poi. Indimenticabili.

Le visage s’impose à moi sans que je puisse rester sourd à son appel, ni l’oublier.
Emmanuel Lévinas, Humanisme de l’autre homme, Fata Morgana, Saint-Clément-de-Rivière 1972, p. 49.

È una tessitura di pazienza e di amore per i volti, per le cose, per i luoghi guardati, una sintassi del tempo e del silenzio e il silenzio è bisbiglio di voci, rintocco di campane, musiche di balli e canti popolari, scorrere d’acque, stormire di fronde, rumorio d’uccelli e d’insetti.

E ci sono notturni meditanti, lune che variano e accompagnano: si pensa ai Notturni di Carlo Mattioli, alle Amalasunte di Osvaldo Licini, si pensa a Leopardi, certamente.

La notte, e un cane che abbaia in lontananza: è la scena d’apertura dello Zibaldone. Uno stacco. Poi i versi dedicati alla luce lunare:
Era la luna nel cortile, un lato
tutto ne illuminava, e discendea
sopra il contiguo lato obliquo un raggio…
[…] Il suono che giunge nella notte annuncia la meditazione del poeta sul notturno, sugli effetti della lontananza, sulla “vista” dell’immaginazione. E quanto alla luna che appare qui, proprio sulla soglia di questo immenso manoscritto, essa è quasi una miniatura d’incipit: la luna sarà, infatti, per il poeta, di volta in volta, compagna ed enigma, presenza che apparendo nella notte, sospesa in alto come un angelo luminoso, dischiude in colui che la guarda il teatro dell’interiorità, sollecita il movimento della ricordanza, suggerisce un interrogare inquieto, privo di risposte. La luna sarà anche la porta – prossima, visibile – di una cosmologia infigurabile.
Antonio Prete, La poesia del vivente. Leopardi con noi, Bollati Boringhieri, Torino 2019, p. 72.

Mi piace, infatti, l’idea che l’opera intera di Franco Piavoli possa essere simile a un immenso manoscritto materiato d’immagini che l’artista ha girato muovendosi tra borghi e campagne e corsi d’acqua, mi piacciono le espressioni movimento della ricordanza e vista dell’immaginazione e il fatto che ogni film di Piavoli sia (è) una soglia verso una cosmologia, verso la poesia.

Piavoli si lascia raccontare la poesia del mondo e della gente. Il suo sguardo possiede affinità con lo sguardo di Luigi Ghirri, scorre e trascorre su paesaggi, su cose, su edifici, su volti e corpi in movimento, attentissimo, concentratissimo, ma scorre perché affratellato allo scorrere del vivente, a esso consustanziale; è uno sguardo che coglie le storie della gente e le racconta con estremo pudore e rispetto, quasi senza parole, tramite sguardi, gesti, silenzi, impercettibili mutamenti di postura, lievi moti d’ombre e penombre.

È fatto interamente d’aria e movimento
il timbro e il tono del silenzio.
Camillo Pennati, Del silenzio in Paesaggi del silenzio con figura, Interlinea, Novara 2012, p. 24.

E anche quando si tratterà di raccontare il gran viaggio di Odisseo, il nostos sarà un bisbigliare nelle antiche lingue del Mediterraneo, un andirivieni d’acque e di visioni, un silenzio popolato di volti, di soglie, di androni, un viaggio a traversare sé stessi, il femminile, il cosmo ctonio, sabbie bianchissime, azzurre polle d’acqua salmastra, scogli, canti e danze dell’alba del mondo.

C’è poesia nella conformazione delle strade e delle piazze degli antichi borghi, bellissime insegne dipinte a mano (Alimentari, salumi e formaggi oppure Tabaccheria oppure Vendita di vino e liquori), nelle torri civiche con l’orologio – e c’è poesia negli interni (cucine o camere da letto) e sono poesia visibile i rettangoli delle finestre che danno su gruppi d’alberi o sulle costruzioni di fronte, le ringhiere e le cancellate di ferro battuto, sempre di nuovo opere d’antica pazienza artigianale, magneti di tempo e di senso.

Ci sono i campi arati, come solcati da pentagrammi modulati in tutti i toni dei colori della terra (si pensa a molte fotografie di Mario Giacomelli, alle litografie di Raoul Ubac), ci sono i campi sui quali sono posate le grandi balle di fieno o dove i trattori iniziano e chiudono i loro andirivieni; c’è la neve che ricopre quei campi, c’è il gelo e si può pattinare sulle superfici ghiacciate (si pensa a Pieter Bruegel il Vecchio e ai suoi inverni così popolati di vita).

Poi ci sono i balli in piazza nelle notti estive, le giostre nel loro vorticare, la gioia e la malinconia della festa, c’è il corteggiamento e sempre, sempre volti e sguardi e corpi (e mi piace pensare che nella biblioteca di Franco Piavoli ci siano i libri di Gianni Celati e di Attilio Bertolucci, i 33 giri dei Dischi del Sole).

La poesia sta nello sguardo che, umile e amorevole, la cerca. Lo sguardo della poesia è uno sguardo corrisposto.

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