Pixel colorati, virus e biopolitica

                                      Yves Bergeret

          Pixel colorati, virus e biopolitica

                        Pixels colorés, virus et biopolitique
                        Tratto da Carnet de la langue-espace.
                        Traduzione di Francesco Marotta

In questi tempi torbidi, i populismi e le dittature mirano, con le loro strategie aberranti, a riconfigurare le rappresentazioni del mondo. Non mancano per giunta i complottisti, convinti di potere dimostrare con le loro asserzioni di paccottiglia che la terra è piatta. HE Haonan, figlio del popolo Yi delle altissime montagne dell’Himalaya proprio a sud del Tibet, terra e popolo dal carattere fiero sotto dominazione cinese, sa benissimo che la terra non è piatta; le sue gambe l’hanno sperimentato fin dall’infanzia, la sua razionalità di adulto ne è ancora più convinta. La sua idea dello spazio è nata tra le strette vallate e sulle creste a seimila metri attraversate da fiumi tumultuosi che la frontiera tra Birmania e Cina tenta, comicamente e drammaticamente, di regolamentare. La Cina attuale, che opprime con ferocia il Tibet, che sottomette il popolo Ouïghour nel Sinkiang, che espropria la cultura dei Lissou e dei Yi nello Yunan, non potrebbe mai soddisfare le aspirazioni di un animo libero, un uomo che ha corso da bambino lungo i pendii delle profonde foreste e ha conosciuto nei villaggi la vivacità del patrimonio popolare che l’insegnamento artistico locale rifiuta di riconoscere.

HE Haonan si è dunque trasferito in Francia, da giovane artista, in un primo momento a Lione, per proseguire la sua pratica e la sua riflessione sulla rappresentazione del reale: niente è meno perenne del “reale” e degli aspetti che “qualcuno” decide di mostrarcene. Particolarmente interessato al gruppo britannico Forensic Architecture, ha continuato la sua formazione durante l’anno trascorso presso l’università di Parigi-8-Saint-Denis; attualmente lavora all’interno dell’Ecole Universitaire de Recherche ARTEC, un’istituzione di raccordo tra Parigi-8 e Parigi-Nanterre, insieme ad altri ventiquattro studenti. HE Haonan ha dedicato le ultime settimane a un “testo sperimentale”, incentrato sulle strutture rappresentative del mondo secondo la cartografia e la geopolitica; oggi è venuto a mostrarmi il suo lavoro del novembre scorso. L’ha chiamato Pixel colorati, virus e biopolitica: un cerchio piatto di carta spessa, di un metro di diametro, dipinto su entrambi i lati, con qualche collage in aggiunta. Questa forma piatta richiama quella tradizionale dei mandala tibetani che, creati su una superficie uniforme, sono delle raffigurazioni-in-atto (di cura, di preghiera, etc.) del mondo.

Per venire da me, HE Haonan ha arrotolato a forma di cilindro il suo dipinto piatto a doppia faccia. La sua raffigurazione del mondo viaggia come un piatto-arrotolato, protetta da un’ampia plastica trasparente, un involucro ermetico che ripara dalla neve che incombe o dalla pioggia il mondo rappresentato. Arrivato asciutto a casa mia, srotola la sua cartografia del mondo e la posa come un piatto su un tavolo. Disco medievale della Terra pensata, eccolo disteso su un piccolo tavolo circolare in legno… Ascolto HE Haonan, parliamo, lo ascolto, lui rigira la sua cartografia in forma di mandala personale, un’ora dopo la rigira ancora, come una focaccia. Non come si girerebbero le pagine di un grande atlante a forma di libro, non come si farebbe ruotare sul proprio asse un globo terrestre, ma come si raccoglie una foglia: la si appiattisce e la si gira e rigira perché parli. Perché parli chi? Chi è che parla? Perché parli il botanico, perché il meticoloso illustratore di erbari dica quello che ha visto e dipinto. Perché siano, all’improvviso, le voci molteplici, oltraggiate, inestimabili delle montagne natali a dire, denunciare, enunciare e infine cantare la loro straziante libertà.

Un canto complesso, perché l’immagine del mondo, qui del solo Yunan natale di HE Haonan ma che può ben simboleggiare l’intera umanità attuale secondo l’artista, è un palinsesto di linguaggi; e lontani, tra l’altro, dall’essere in armonia.

Una faccia del mondo è blu verde; è la frammentazione della sua rappresentazione in pixel di vari colori. Ci si perde. Non si sa più dove indirizzare lo sguardo. Si è all’interno della visione al microscopio dei pixel o delle minuscole macchie di colore di Paul Signac. Ma in questo infinitamente piccolo moltiplicato è possibile identificare qualche monumento, due templi buddisti, una scultura di Buddha disteso e, nella parte bassa del cerchio, un corteo di sei elefanti bianchi: tutti questi piccoli elementi figurativi sono sistemati con la tecnica del collage. HE Haonan ne parla: “Questo ritaglio grigio incollato a destra è la mia città natale, Gengma. Con un piccolo tempio buddista incollato davanti su un cartoncino bianco. Le montagne intorno alla mia città e di tutta la regione sono ricche di boschi, alberi, alberi, alberi dappertutto. La grande colata di punti più scuri al centro del cerchio è una Riserva Naturale protetta. Numerosi animali allo stato selvaggio ci vivono e anche degli elefanti. Quando ero bambino, dovevamo aggirare in vettura la Riserva dalla parte nord e io sognavo sempre di vedere degli elefanti. Andavamo spesso in una piccola città di frontiera, a ovest; questo piccolo cartone grigio incollato a sinistra la raffigura. Dall’altra parte della frontiera birmana c’è la violenza delle armi, banditismo, traffici, guerriglie: ne rappresento i segni verso l’esterno, dalla parte ovest del cerchio. Ma dall’altro lato del cerchio ho dipinto sul bordo i segni del potere comunista cinese (falce e martello), dell’industria (bulloni, lampadine elettriche) e, alternata con questi segni, la rappresentazione del coronavirus attuale venuto da Wuhan e quella delle maschere respiratorie”. Questo mondo è stretto tra due minacce, la violenza diretta delle armi, la violenza politica e l’ambiguità del suo misterioso virus pandemico.

Nella fascia centrale, in verde scuro, si stagliano davanti agli occhi, man mano che vi si abituano, un viso, due sopracciglia molto marcate, un naso e poi una bocca e un mento. Sembra che gli occhi guardino verso la Birmania. Di chi si tratta? Un Buddha? Il cantore sotterraneo della foresta? Il resistente mascherato? L’anima degli antenati? La voce umana oppressa dal potere cinese e dalla violenza della guerra alla frontiera? La voce della foresta naturale che cerca di formarsi e di emergere, la voce che sarà salva nonostante tutto?

HE Haonan rigira il suo grande cerchio di carta spessa. E lo posiziona a piatto sulla piccola tavola rotonda. Vi è la raffigurazione di un grande fiore, un mandala elegante con sfumature dal rosso carminio al vermiglio leggero. Reminiscenza della figura di un loto. Qui la scrittura è presente e dà un senso drammatico al mondo-fiore. Al centro del mondo, dove la pianta genera i suoi semi dorati, una modesta e comune casa nera: la casa natale del pittore. E’ incorniciata da due parole bianche in caratteri latini: Wuhan, il nome della metropoli cinese dove la pandemia è nata per poi contaminare tutta la Terra, e Myanmar, che è il nome inglese della Birmania. La morte è su entrambi i versanti: da una parte, la minaccia delle armi; dall’altra, il potere asfissiante. Monocrome, esse sprigionano lunghissimi pistilli la cui punta è una lettera, l’iniziale in caratteri latini di nomi di persone o di città che non riescono a pervenire alla nominazione né all’esistenza. I petali, scuri e poi più chiari, ma sempre rossi, si distendono. Posizionando lo sguardo in modo differente, ci si accorge che gli occhi non stanno guardando un fiore di loto ma un papavero. In tutta la regione, intorno alle altissime cime dell’Himalaya (che s’innalza proprio a nord del luogo di provenienza di HE Haonan), si coltiva il papavero, in primo luogo per la sua trasformazione in una potentissima droga.

Adattandosi ancora meglio al suo oggetto, lo sguardo si accorge che il rosso dei petali non è affatto uniforme: è striato, tagliuzzato, sfregiato da una moltitudine di tratti neri, al limite della visibilità. Questo reticolo insidioso e onnipresente è la morsa del potere, che si tratti del potere della droga, di quello del virus o dell’oppressione politica. Il bordo del disco terrestre contiene delle parole: “Banca di…” e poi in caratteri cinesi 生命是不能无视、忽略、概括、隐藏、拆分、停滞、遗弃的政治, traducibile in questi termini: “La vita è un’azione politica che non può essere ignorata, un’azione che esclude, omologa, nasconde, divide, congela, trascura.”

A cosa mira HE Haonan? Al di là della seduzione di un mandala floreale rosso su un lato e di una prova di bravura in puntinismo blu verde alla Signac sull’altro, HE Haonan esorta alla mobilità dello sguardo, della percezione e della comprensione del reale. Se il reale è qui la sua regione natale nel cuore dello Yunan, ciò vale anche, suggerisce il pittore, per il reale di ogni luogo, che è sempre una costruzione mentale, una elaborazione ideologica. E anche l’obiettivo di una Riserva Naturale, come una sorta di reale-in-sé, non resiste alle pressioni delle violenze sociali. Se il linguaggio, come il pittore afferma sull’altro lato dell’opera, è esso stesso uno strumento di oppressione, ciò che deve sopravvivere, al fine di preservare la speranza, è l’estrema capacità di adattamento dello sguardo, la libertà irriducibile di osservare e, in questo modo, di comprendere. Qui il miniaturista non è il sostenitore entusiasta di una chiesa o di un partito politico al potere, qui l’illustratore di un erbario non è il recensore ossessivo della vegetazione: l’uno e l’altro sono gli scopritori delle chiavi del reale e di una parola libera.

1 commento su “Pixel colorati, virus e biopolitica”

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