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Pierre Tal Coat, Comme si en marche (acquaforte e acquatinta, 1980).
Pierre Tal Coat: Comme si en marche (acquaforte e acquatinta, 1980).

Continuo a pensare che il commento sia (ma lo sapevano già gli Alessandrini) una forma seria e matura di scrittura, un’arte da coltivare e perseguire; e non intendo soltanto il commento a un testo o a un’opera, ma anche il commento in forma di scrittura a quell’enorme, sfuggente testo che è l’esistere-nel-mondo.
Ho tra le mani Le stanze d’alabastro (Feltrinelli, Milano 1983), 140 poesie (nell’anno di pubblicazione del volumetto ancora inedite in Italia) di Emily Dickinson, curate e tradotte da Nadia Campana.
Ecco: come già mi era accaduto per le Poesie di John Donne curate e tradotte da Cristina Campo, anche stavolta è il testo introduttivo di Nadia Campana a richiamare la mia (ammirata) attenzione.
Campana articola la sua Introduzione in paragrafi: 1. Vita di Emily Dickinson, 2. Le edizioni delle poesie di Emily Dickinson: primi giudizi critici e problemi testuali, 3. Emily Dickinson e la critica attuale – e con stile chiaro e sobrio scrive un testo colmo di risonanze (non esplicitate, ma ben avvertibili) con il proprio sentire e con la propria scrittura; nella brevissima biografia Nadia Campana, ponendo l’accento sulla consapevole e serena scelta ascetica da parte di Dickinson di dedicarsi esclusivamente allo studio e alla poesia, implicitamente respinge la gran parte delle interpretazioni che legano tale decisione alla vita sentimentale della “reclusa” di Amherst e che ne subordinano la scrittura poetica a supposte delusioni amorose; illuminante è quanto Campana scrive nel paragrafo successivo: «Emily Dickinson fu […] al centro di quell’equivoco che spesso si crea intorno alla personalità di poeti donne e consistente principalmente nello sforzo di rintracciare nella loro poesia i supposti elementi di un’espressione tipicamente “femminile”, cioè la tematica dei “sentimenti”, l’“intuizione”, la proiezione romantica e fantastica di idee nevrotiche sulla realtà – la quale quindi verrebbe assunta in modo fondamentalmente sublimato – l’attenzione alle piccole cose ecc. E, una volta ravvisata, una tale attitudine diventa oggetto di discussione critica fine a se stessa, si va cioè alla ricerca di “disastri” emotivi ed esistenziali che costituirebbero l’origine di quella poesia, invece di analizzare come essi si siano distillati nel linguaggio o a quale intensità simbolica siano stati condotti.
Ma se nella donna spesso la scrittura è una scrittura per l’amore, dall’amore, d’amore, equivalente all’irreparabilità di un gesto di offerta di sé, occorre guardare ai modi con cui quell’offerta accede al linguaggio poetico, registro che quando è realizzato scioglie il testo da ogni dovere di giustificazione verso la storia rendendolo autonomo, e dalla trappola nevrotica originaria, invalidando con ogni critica troppo autobiografica, troppo notomizzante» (op. cit. pp. 8 e 9).
Ai miei occhi questo splendido passaggio campaniano è, contemporaneamente, commento a Dickinson e commento alla propria poesia: Nadia Campana possiede una visione chiarissima della propria scrittura, con sobria consapevolezza critica fa piazza pulita di tutti i pregiudizi e delle idiozie che circolano intorno alla cosiddetta “poesia femminile” (o “al femminile”, come recita un’espressione tanto diffusa quanto beota) e s’accosta ai testi dickinsoniani (cui lavora da anni con devota acribia) con gli strumenti affilatissimi della propria preparazione filologica e linguistica, della propria sensibilità, della propria competenza critica ed ermeneutica.
Quello di Nadia Campana è un avvicinamento a Emily Dickinson tale da costituire parte integrante e significativa dell’opera campaniana stessa, un atto di studio e di fedeltà nei confronti di una poesia molto amata (e Nadia Campana ha amato anche altre opere poetiche) al punto che la soglia tra la propria scrittura e quella dickinsoniana diventa indistinguibile o sottilissima e che l’atteggiamento critico nei confronti della poetessa americana è il medesimo rivolto a sé stessa.
Commento quale farsi della propria scrittura, osservazione (non narcisistica, ma critica e consapevole) del costituirsi del paesaggio della propria scrittura, umile atto dell’allieva che s’accosta all’opera magistrale.

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