“piegando la lingua, provando le rime” – su di un “quaderno” di Cristiano Poletti

Cristiano Poletti pubblica nelle edizioni curate da Domenico Brancale Prova d’Artista un “quaderno” contenente 14 testi e due sue immagini intitolato Risposte dei quadri appesi; mi auguro che questo splendido librino sia una sorta di anticipazione o un nucleo di un libro futuro più ampio – anche se trovo altrettanto significativo e importante il fatto che molti poeti di vaglia preferiscano continuare a pubblicare in edizioni limitate o fuori commercio, come a voler intessere e proseguire un dialogo con le persone che certamente leggeranno con partecipazione e cognizione di causa; indubbiamente (e in particolare in un settore come quello della poesia) spiccata è la differenza tra un “pubblico” ampio e uno più ristretto (e, lo sappiamo molto bene, la poesia ha già di per sé molto pochi lettori) – andare con silenziosa discrezione o per interposta persona a cercare uno per uno i propri lettori trovo sia già di per sé poesia in atto, dal momento che in tal modo la scrittura non ostenta sé stessa, non cerca né megafoni né applausi, ma, appartata e laboriosa, raggiunge chi desidera esserne raggiunto, accompagna i raccolti, preziosi momenti della giornata dedicati al pensiero e alla lettura.

Quadro 1

E nel mutato compendio d’immagini per la forza che il secolo ha avuto, ecco oggi restituito intatto il quadro, un uomo come antico solo e incerto per la via, dentro poca neve, e un camino. Presto arriverà neve nuova, una cosa da guardare, da dipingere, da qui. Mentre la valle attende da noi una risposta, dentro vaste nubi che si alzano e tornano e coprono, prende frase l’eternità: porta al punto. E non parla.

Ho parlato invece. Prima di voi. Da voi adesso aspetto una risposta, perché vi siete fatti avanti. Intanto vi ho ascoltato, ho raccolto tutto, giorno e notte. Notte, così vasta: io vi guardo.

Tutti e 14 i testi sono strutturati in questo modo e secondo le caratteristiche tipografiche che ho fedelmente riportato, così che ognuno di essi assume la forma di un dialogo a due voci unite da richiami ed echi: il tema conduttore è l’arte e il suo rapporto con il mondo, lì dove per “arte” vanno intese non solo le arti figurative (alle quali molto probabilmente – ma non esclusivamente – fanno riferimento i “quadri appesi” presenti già nel titolo), ma anche le arti della parola e della scrittura, ché stilisticamente e strutturalmente questi testi sono piccoli poèmes en prose sorretti da una notevole armonia espressiva e da una rigorosa architettura linguistica e concettuale.
L’arte sublime dell’ékphrasis trova in Risposte dei quadri appesi una sua particolare attuazione: non saprei dire se i “quadri” cui si fa riferimento esistano davvero o se siano invenzione della scrittura di Cristiano Poletti, ma, anche esistessero, non sarei capace di identificarli, per cui ci si deve affidare totalmente alla scrittura per intuirne temi, caratteristiche e aspetto (potrebbe trattarsi, di conseguenza, di un’ékphrasis senza oggetto esplicitato o di un’ékphrasis di quadri che non esistono se non nell’invenzione della poesia) e, in ogni caso, non è questo il punto, sì, invece, che la scrittura rimandi a dei “quadri” che le “rispondono” e, anche, che sia sempre la scrittura (ed è questa l’altra ipotesi ben più convincente che ora formulo) a creare dei “quadri”, a dipingerli e che le pennellate e i colori siano costituiti dalle parole, le tonalità dal concatenarsi delle proposizioni, le immagini da quelle stesse che la scrittura suscita nella mente del lettore; i “quadri” di queste pagine potrebbero infatti essere quelli appesi alle pareti di una casa o di una pinacoteca, ma anche quelli “naturali” che si vedono andando in giro fuori di casa, nelle città e nei paesaggi attorno alle città o il termine “quadro” potrebbe essere usato quale metafora per “scena di una vita”, “ricordo”, “fatto accaduto” e, in ultima analisi, per indicare i testi stessi qui raccolti, testi capaci di esaltare la natura creatrice della scrittura, la sua forza evocatrice e la sua energia immaginativa.

Quadro 3

Ecco fuori una foglia, con su il carico della pioggia scesa, in casa una lampada e quattro candele, un fuoco e una foto, un piatto. Ecco il quadro. Con più nero, più nero, chiede il quadro. Ma io resisto alle lacrime e penso: se si spegne incontro alla vita l’animale fiaccato sorrido, un cinguettio adombrerà la morte e continuerà da solo. L’hai toccata la terra, hai raccolto il raccolto di un’estate: la gioia dei fiori che oggi secchi trattieni. Forse garofani, o rose. Portali nel quadro.

Mi guardi che cambio con la luce. Ti piace così tanto? Ti piace come entro ed esco dai tuoi occhi. T’innamori. Allora tienimi con te in penombra. C’è gioia qui, non senti? Il mio appassire per sempre, per te. Non temere. Se il nero in fondo ci aspetta, ci esalta.

È chiaro che la meditazione si dipana intorno al tema della capacità rappresentativa dell’arte e della compresenza nell’esistere della gioia, del dolore e della morte (lo vedremo, momento lancinante e commovente, in particolare nel Quadro 13); la metafora dei “quadri appesi” rimanda, si argomentava poco prima, ai quadri (agli episodi, ai ricordi, ai momenti) di cui è composta la vita di ognuno di noi, il “tu”, voce di basso continuo, suggerisce il dialogo costante che la mente intrattiene proprio con quei ricordi, con quelle persone che ci furono vicine, con quei luoghi riaffiorati alla memoria.

Quadro 6

Spicca il verde, dopo i temporali della notte. Il giorno adesso è andato, fino a stringersi in un dubbio e la sera è pronta in una luce immobile ma non ancora finale. Da questo maggio sale un vapore, vien su un odore di anni, di barba, di bagno, gira una voce ripulita. Maggio, come da un giardino cavare un atlante, cercare le rotte e il mondo, ritrovare il mistero di Carnac e di Caravaggio il ritratto perduto; così s’inseguono i colori misteriosi, l’imprendibile loro corsa e di noi la mappa con l’idea di Dio che piega nella notte il pioppo e strappa.

Il ritratto. Perché finisci lì, creatura? Della natura risposta, idea misteriosa che ci guarda. Come la più vasta, l’idea di Dio che ci circonda. Risponde che infine ci guarda piegando la lingua, provando le rime.

Scrivere è, allora, cercare un ritratto perduto, indagare il mistero (o l’enigma)? Scrivere è dipingere un quadro che non sarà mai terminato o che andrà presto smarrito? E la poesia è il linguaggio musicale di Dio, della natura? Il piegarsi del pioppo e della lingua somigliano al piegarsi del pennello che dipinge, del polso che scrive, della scrittura stessa che va a capo.
[…] Tutto il lavoro, guardate, è stato una stanza, un’intera piccola stanza […] // […] dietro la porta c’è la canzone della tua mente si legge, magnificamente, nel Quadro 7 ed è verità che illumina tutto questo “quaderno” caratterizzato da sommessa, chiarissima bellezza, da un’intimità di sentire e di pensare capace di abbracciare il mondo, da un ascetismo del pensiero che cerca approdi di conoscenza per umilmente ripartire verso l’approdo successivo (altro significato possibile del termine “quadro”):

Quadro 8

Un rigagnolo taglia il sentiero, tu lo guardavi, guardavi in alto la sorgente. Ammiravi la retroguardia, la composizione più semplice.
Upanishad: «L’essenza delle creature è la terra; l’essenza della terra è l’acqua… l’essenza dell’uomo è la parola; l’essenza della parola è l’inno; l’essenza dell’inno è il canto; l’essenza del canto è la sillaba sacra». Sete e acqua, una parola, servire.

Io, terra morbida di foglie con sopra rami caduti e cose degli uomini, e ancora foglie, ti dico: nel mio marrone sto e ti vedo. Ecco, sei arrivato alla curva, scende un filo d’acqua. Questo cercavi, te.

Il cammino della Selbstsuche è un cammino di domande e di risposte e di nuove domande, “quadri” ovvero stazioni di un itinerario, tappe per sentieri e per strade, passaggi talvolta veramente stretti e dolorosi, come nel testo cui accennavo poc’anzi:

Quadro 13

Dai del tu alla notizia. I palazzi, il giallo, appena un po’ di pelle papà, il filo che ci tiene. Viene il carico e tu aspetta ancora domani. Ha le dita magre, ha la mano vuota e si regge ancora, si spinge nella sera. Sai che oltre non è possibile, dire: arriva, vieni. Consumi. Guardi, è il luogo del cranio.

Sappiamo che in una figura è tutta la vita e l’amore di colpo. Con cura adesso, chiudiamo i suoi occhi.

E sono questi, anche, i momenti in cui la scrittura combacia con i fatti essenziali dell’esistere, li “dipinge” confermandone valore e significato; non sorprende, allora, il testo conclusivo:

Quadro 14

Viene in una nube, verrà in un amen. Fuori dall’intenzione, o è intenzione? Farabutto di un temporale, volevi grandi cose con piccoli gesti. So che i tuoi segni sono il nostro parlare. Vuoi mio il tuo tormento? Eccomi, sulla mia terra svuotati. Così si fa a meno delle parole: il grande male è in una frase. Lo spazio del bene ha un fine e lo saprai dipingere.

Non è un atto estetizzante la scrittura né privo di tormenti, ma, sembrano suggerire questi “quadri appesi”, è accettazione del temporale farabutto che si svuoterà sulla terra del poeta con tutta la violenza che saprà dispiegare, perché è necessario piegarsi sotto le forche caudine del dolore per giungere a saper dipingere.

 

NOTA: In apertura di quest’articolo c’è la seconda delle immagini di Cristiano Poletti che corredano il “quaderno”.

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