Scritto 55

«Nel progetto per l’ingresso nello IUAV che gli era stato affidato negli anni sessanta dal consiglio dell’Università e per il quale gli era stato chiesto di utilizzare una porta di pietra d’Istria ritrovata durante i lavori di restauro del Convento dei Tolentini, Carlo Scarpa decise di adagiare la porta al suolo e di immergerla nell’acqua. Ed è così che chi entra nell’ex-convento dal campazzo omonimo la può oggi vedere – non senza stupore – nell’esecuzione postuma del progetto realizzata venti anni dopo da Sergio Los. La collocazione orizzontale di una struttura per essenza verticale qual è una porta non può non essere stata attentamente meditata. […] La porta adagiata non è una porta-serramento e l’acqua che la ricopre significa che essa non potrà mai essere chiusa. (Del resto Venezia – di cui la porta di Scarpa è, forse, qualcosa come un’invocazione – non ha bisogno di porte: per entrarvi occorre attraversare una soglia, che è l’acqua della laguna, così come, per accedere alla porta sommersa, occorrerebbe mettere i piedi nell’acqua). Ma non è neppure una porta-soglia, dal momento che la collocazione orizzontale sembra esibire l’impossibilità di attraversarla. In modo simile, nella decorazione di palazzo Abatellis, Scarpa aveva sospeso un portale gotico di pietra a mezz’aria su una parete, dove nessun accesso era possibile. Se la porta non è un luogo, ma il passaggio e l’adito fra due luoghi, qui sembra diventare essa stessa un luogo – forse il luogo per eccellenza, il cui possibile uso non è, però, ancora chiaro. In ogni caso, la porta adagiata delimita ora uno spazio in cui sarebbe possibile camminare, soffermarsi a meditare, esitare, forse perfino abitare – ma non chiuderla né semplicemente attraversarla. L’adito è diventato un ambito: il varco da un luogo a un altro, espresso dalla preposizione ad, cede il posto al percorso – espresso dalla particella ambi – che fa il giro di un certo territorio, ne segue pazientemente il contorno» – Giorgio Agamben, Quando la casa brucia, Giometti & Antonello, Macerata 2020, pp. 23, 24 e 27, 28.

Quella cui Carlo Scarpa fa cenno, è, dunque (e Giorgio Agamben ce lo mostra con il suo sguardo penetrante), una porta-luogo, il farsi luogo abitabile, percorribile e pensabile della porta e anche di due porte concrete, quella veneziana e quella palermitana.
Lo stesso vale per il testo che, adagiato sul bianco della pagina (adagiato lo penso sia sulla pagina di carta che sulla pagina-schermo del computer), è porta percorribile in quanto fattasi ambito, come scrive Agamben, territorio – e, aggiungo, paesaggio di pensiero.
Il profilo in pietra d’Istria, albicante e luminoso, promette ancora luce e bellezza, l’acqua, vitale elemento in dialogo con la pietra, ricoprendo non nasconde, ma traverso la sua trasparenza e la sua appena percepibile non-immobilità accenna a profondità ulteriori nel mentre riflette i ritmi cangianti del cielo.
Anche il testo è una Venezia cui s’accede dalla laguna-soglia dell’eventuale titolo e, sempre, delle prime parole in alto a sinistra, una Palermo dove il portale sospeso a metà della parete-pagina riunisce l’impenetrabile resistenza della superficie e, al contempo, la sua permeabilità. La scrittura s’inoltra tra questi paradossi, predilige le porte adagiate al suolo perché capaci di accennare al non immediatamente visibile, d’invitare a “mettere i piedi nell’acqua” della lingua, della poesia, della filosofia.

3 pensieri riguardo “Scritto 55”

  1. Mi ricorda il Padiglione della Meditazione della Tomba Brion che sembra sospeso sull’acqua mentre invece vi si accede mediante una porta che si abbassa completamente nell’acqua. La genialità, per me unica, di Scarpa è proprio quella di valicare i limiti dell’umano “sguardo”, dunque la porta come oggetto non poteva che affascinarlo. E per superarne i limiti, e aiutarci a superare i nostri, bisognava sotterrarla, sospenderla o anche poggiarla orizzontalmente sulla terra.
    Trovo qui affascinante il pensiero di Agamben sulla Porta non come passaggio ma essa stessa luogo.
    Grazie per questa condivisione.

  2. Da anni Agamben è per me un maestro e negli ultimi tempi ancora di più; inoltre i concetti ( e le immagini) della soglia e della porta posseggono un considerevole valore per le riflessioni che tento di imbastire; per quanto riguarda Scarpa mi fa piacere leggere quello che lei scrive e aggiungerei anche la scala quale suo tratto distintivo di ricerca.

  3. Grazie per la luminosa rilettura e per le riflessioni scaturite dai commenti. Aggiungerei che per Scarpa l’idea stessa di porta come adito/ambito racchiude in nuce diverse categorie di possibili interazioni con lo spazio e l’osservatore, le quali la rendono una straordinaria potenza rispetto ad azioni e pensieri che ne possano trarre origine, accidentali ma suggeriti dall’architetto. Essi si legano sia al tempo, ai tempi possibili, sia ai gesti e ai movimenti ipotizzabili o meno. La dimensione dei singoli elementi si estende, in un’apertura nonviolenta e inclusiva, concependo e consentendo molteplicità di attraversamenti, contemplazioni, ascolti, che rendono le porte riscritte, le scale sonore e altri particolari analoghi dei veri e propri dispositivi-soglia, che si inanellano in sequenze in cui ogni passo diviene esso stesso soglia, e si rinnovano nel tempo e ad ogni esperire. Con il coraggio di lasciare andare al fluire del possibile e dell’altrui percorrere proprio quanto si sia disegnato nel minimo, rigoroso dettaglio; un coraggio di pochi.
    PS. Grazie davvero ad Antonio Devicienti per la prossimità.

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