In dialogo con la lingua-spazio (2)

………In dialogo con la lingua-spazio (2)

………….Nota «bio-bibliografica» di Yves Bergeret

………………………………………………..15 febbraio 2021

………………………………………………………(Continua da qui)

 

Europa: Galizia, Cipro, Sicilia

Parallelamente, a partire dal 1993, sono invitato a realizzare numerose azioni e installazioni e a fare interventi in Europa, agevolato dalla brevità e facilità dei viaggi aerei. Si tratta sempre della lettura della «lingua-spazio» del luogo e di un dialogo creativo, se possibile, con essa.

Dal 1992 al 2001, lettura del luogo e dei segni che ne costituiscono la lingua-spazio sulle montagne della Galizia, verso Lugo, al confine con le Asturie. Molti poemi e installazioni nei villaggi poverissimi e quasi abbandonati a causa dell’emigrazione di decenni verso l’America del sud; parecchie collette organizzate insieme al ricercatore galiziano dell’Università di Vigo Anxo Fernandez Ocampo. Nel 2001, grande esposizione al Museo del Popolo Galiziano, a San Giacomo di Compostella, dal titolo Signes et levées de pierre (Segni e levate di pietra); titolo ripreso per il libro, in collaborazione con Anxo Fernandez Ocampo, edizione bilingue galiziano-francese per le Pubblicazioni dell’Università di Vigo, del 2009.

Dal 1993 al 2009, lettura dello spazio dell’isola di Cipro, dove la lingua-spazio è in uno stato di crudele turbolenza, stretta tra il primario ellenismo nazionalista ortodosso e la pressione turco-musulmana; e, ancora peggio, esilio in Grecia o in Inghilterra dei rari artisti e delle rare coscienze che non riescono più a sopportare il turismo commerciale di massa scandinavo e tedesco. Poemi e installazioni con musicisti contemporanei locali, tra i quali Méditerranée (Mediterraneo) con Faidros Kavvalaris, del 1998: esperienza senza sèguito. Comunque, una pubblicazione bilingue greco-francese di L’image ou le monde (L’immagine o il mondo), per le edizioni del Centro Culturale Francese di Nicosia, nel 2008: analisi degli affreschi all’interno di otto cappelle medievali su una montagna della catena di Troodos.

Dal 1996 al 2019, letture dello spazio in Sicilia e numerosi tentativi di creazione in dialogo con la sua lingua-spazio. L’isola, sismica e vulcanica, è incompiuta e non è mai riuscita a stabilizzare il suo uso della parola sul dialogo e la fiducia. La feudalità e l’omertà vi gestiscono ancora tutto. Le parole non impegnano mai chi le pronuncia, si dissolvono subito nonostante una ostentata gestualità che richiama il teatro delle marionette. La maggioranza degli scrittori e dei pensatori, spesso profondi, emigra verso il nord Italia. Nel 1996 sono invitato a Noto dall’editore di Martinique: è il mio primo contatto con l’isola. Di sicuro il vulcano, l’Etna, mi attira; vi salgo in seguito regolarmente, vi dormo all’aperto, vi calligrafo dei poemi-pitture di grande formato; li presento al pubblico in diversi luoghi, i teatri di Catania o le rovine barocche sulle colline della parte meridionale intorno a Noto, con installazioni e interventi di musicisti, peraltro rimarchevoli, quasi tutti successivamente partiti per emigrare nel nord del paese.
Tra gli altri: La mer parle (Il mare parla), brevi poemi incisi o dipinti su sessanta pezzi di ceramica di Andrea Branciforti, a Caltagirone, poi a Catania e poi a Venezia, nel 2007; L’ile parle (Parla l’isola), con due percussionisti, a Catania, nel febbraio 2010; Poème de l’Etna (Poema dell’Etna; cfr. qui), opera fondamentale, con un percussionista, a Catania, ottobre 2010: nessun timore della potenza mostruosa dell’Etna, terrificante metafora della feudalità e dell’omertà; L’Os léger (L’Osso leggero; cfr. qui, pg. 5-18), a noto Antica, nel giugno del 2013; Les voix du sol (Le voci del suolo), a Noto Antica, nell’ottobre del 2013.

All’improvviso, nell’estate del 2014, incontro nel cuore della Sicilia, a Aidone, dei migranti arrivati clandestinamente dal Sahel, come quelli ai quali avevo dedicato La mer parle nel 2007. Vi è in essi tutta l’antropologia e le notevoli lingue-spazio che ho conosciuto dal 1998 in Senegal e nel deserto del nord del Mali. Sono eroi che hanno attraversato il Sahara, la Libia e il Mediterraneo a rischio della loro vita, sempre solidali ed estremamente dignitosi, con una fedeltà assoluta alla propria parola. Un contrasto sorprendente, tanto originale quanto fertile come avevo sperato all’inizio, con la lingua-spazio locale, mutilata dalla corruzione diffusa, dalla paura permanente, dall’omertà più sfuggente: quella lingua-spazio avvilente delle colline, peraltro esteticamente molto belle, del centro dell’isola. Nel 2015 inizio un laboratorio di scrittura con quattro migranti. Ben presto i «potenti» del posto si irritano e finiscono per manifestarmelo fisicamente. Nel 2017 pubblico su questo argomento Carène (Carena; cfr. qui), un vasto poema drammatico in cinque atti, in edizione bilingue franco-italiana, presso Algra Editore, a Zafferana Etnea (nella stessa Sicilia).
Carène viene rappresentato a teatro, a Catania, nel dicembre del 2018, ad opera della regista Anna Di Mauro.
Da questo momento, nell’isola «qualcuno» mi crea dei seri problemi.

Un piccolo gruppo di preti di orientamento vagamente marxisteggiante mi sostiene. Anche l’editore siciliano, con entusiasmo. E’ lui a pubblicare, nell’agosto del 2019, il mio corposo libro, in edizione bilingue franco-italiana, sui miei dieci anni di creazione in dialogo e di intense trasmissioni nel villaggio maliano di Koyo: Le trait qui nomme (Il tratto che nomina).

 

Installazioni di poemi-pitture con musicisti in Francia

Contemporaneamente in Francia ho creato e rappresentato come eventi teatrali, con diversi musicisti e le mie calligrafie originali di grande formato, i seguenti lavori: La Soif (La sete; cfr. qui, pag. 19-34), con quindici calligrafie e clarinetto, Parigi, dicembre 2013; Archipel Vigie (Arcipelago vedetta; cfr. qui, pag. 112-122), con otto calligrafie e sassofono, Die, settembre 2014, riproposto a Monaco nell’aprile del 2015 con pianoforte et violino; Le Cercle de pierres (Il cerchio di pietre; cfr. qui), con dodici calligrafie e sassofono, Die, agosto 2015.
Cheval-Proue (Cavallo-prua; cfr. qui), primo atto dell’ampio poema drammatico Carène, è stato creato in principio nel marzo del 2016 con otto grandi calligrafie e violino al Battistero di Poitiers; è stato ripresentato parecchie volte in Francia, in particolare a Poissy, nel giugno del 2017, con quattro attori e quattro musicisti; poi con violoncello e danzatore alla Commanderie di Saint-Quentin-en-Yvelines nel novembre del 2019 e al teatro R. Manuel di Plaisir nel febbrio 2020, etc.

Questi poemi-in-atto presentano sempre una pluralità di dimensioni che oltrepassano ampiamente l’oggetto libro. E’ possibile comunque reperirne i testi editi su carta in L’homme inadéquat (L’uomo inadeguato), Edizioni Forme libere, Trento, 2012 e Le Cercle de Pierres (Il cerchio di pietre), Algra editore, Zafferana Etnea, 2016. In questi due libri si trovano parimenti i testi di numerosi poemi-pitture che ho creato e calligrafato in piena montagna su grandi quadrittici: il luogo di creazione è sempre specificato perché si tratta di atti di riapertura del dialogo con la dimensione animista della lingua-spazio di tale o tal’altra precisa montagna alpina.
Questi libri sono in edizioni bilingue francese-italiano.
Cheval-Proue si trova all’inizio di Carène, di cui costituisce il primo atto.
Le traduzioni sono quasi tutte opera del poeta Francesco Marotta.

Numerosissimi elementi relativi a questo lavoro si trovano sul blog «Carnet de la langue-espace», a partire dal 2013.

 

Il quadro della situazione

Lingua-spazio, «paesaggio» e antropologia

Chiaramente, da venticinque anni in qua, a partire dalla comprensione del significato della lamiera rossa che sbarra la strada di accesso a una catapecchia sul litorale in Guadalupa, la lingua-spazio non è la dimensione estetica o letteraria, all’europea, di un luogo: quella dimensione appartiene a un insieme di convenzioni educative, scolastiche, accademiche di un luogo, convenzioni che hanno sviluppato fin dai romanzi di Rousseau la nozione di «paesaggio», un artefatto particolarmente fertile ma assolutamente locale. Molti europei, confinati nella loro cultura, considerano il paesaggio come «naturale» e scontato.
La lingua-spazio è la complessa sedimentazione sociale, storica, rituale, in primissima istanza animistica (prima che le deviazioni locali impongano una trascendenza che fa parlare un invisibile dio unico «dietro o attraverso il paesaggio»); questa sedimentazione, come avevo imparato nelle Antille, è quasi sempre in turbolenza, in agitazione, in soprassalti. Ascoltare e cercare di capire la lingua-spazio richiede un approccio storico, sociologico, antropologico: i miei dieci anni, davvero straordinari, a Koyo me lo hanno dimostrato ogni giorno. Gli europei, ancora legati a quello che credono un «assoluto» o un «universale» del «paesaggio», non possono capire che il poema-in-atto si crea nella risonanza antropologica del luogo; per loro, il «paesaggio» è la docile cassa di risonanza delle loro emozioni proiettive e si rifiutano di accettare l’idea che il colonialismo e poi il turismo hanno finito con l’esportare questo artefatto ovunque. Di certo non è necessario essere un ricercatore metodico per impegnarsi nel lavoro di questa parola-in-atto, ma ciò che è fondamentale è avere coscienza, come Victor Segalen e Lorand Gaspar hanno avuto, dell’alterità dello spazio: la lingua-spazio è la parola corale dell’altro, passato e presente.

A ogni mio ritorno in Europa, rientrando da Koyo, ricevevo visite di etnologi, antropologi, etnopsichiatri curatori dallo spirito aperto, storici dell’arte non ottusi, etc. Le numerose trasmissioni che, senza chiederle, senza suscitarle e ancor meno forzarle, ricevevo ad ogni creazione sulle montagne del deserto, li intrigavano fortemente: tanto più che il processo era quasi l’opposto della «ricerca etnografica» nella quale si «interroga un informatore», della altezzosa arroganza di una scienza europea dalla quale il prurito coloniale non è stato rimosso.

 

Poema e antropologia

Ho allora riletto attentamente Esiodo, Eschilo, Sofocle e Marcel Detienne; con la stessa attenzione ho letto i volumi appassionanti della collana L’Aube des peuples (L’alba dei popoli), dell’editore Gallimard: senza mai smettere di pensare alle sei fasi della complessa creazione di un poema-pittura a Koyo. Mi diventava sempre più evidente che quello che troppi europei colti chiamano, a partire dal Romanticismo, poema, sicuramente raffinato se riguardato all’interno della sua logica, è un artefatto locale strettamente legato al tempo storico di una civiltà.
Quel tipo di poema perde generalmente di vista il suo statuto antropologico nella lingua-spazio e si restringe in un ambito rituale fatto di lessico e di luoghi comuni, di onorificenze premiali, di accademie e svariati altri raffinati «stracci» desueti, ai quali, per buona sorte, quasi nessuno si interessa.

 

La parola cantata

Durante gli ultimi due decenni non ho smesso di ascoltare con estrema attenzione le registrazioni di etnomusicologia non europea, in particolare quelle riunite nella collezione Ocora/Radio France. No, il poema scritto da un individuo solitario, maledetto o ribelle, non è universale. Invece, quello che è possibile rilevare in tutte le civiltà, soprattutto quando non escono dai confini dall’oralità, è che esiste sempre un fenomeno verbale specifico di grande densità. Questo fenomeno unisce e rinsalda la comunità in dei momenti ben precisi. Dice, attraverso una ritmicità specifica incantatoria. E’ spesso sostenuto da uno strumento che attiva il dinamismo della lingua-spazio. Dice non a degli spettatori ma a dei partecipanti attivi e in dialogo con loro; questo fenomeno verbale ha una forte dimensione etica. Il dicitore-cantore, donna o uomo, è un iniziato, circondato dal più grande rispetto da parte della comunità; egli non è mai «maledetto» o «incompreso». Il suo «testo orale-canto» è memorizzato dalla comunità; è un testo che può talvolta essere definito epopea. La lingua italiana non ha mai dismesso, per dire, il termine poema; invece l’accademismo francese, a partire dal classicismo, ha cancellato ogni parola adeguata e l’espressione «poema drammatico» è diventata strana e oscura.

 

L’immagine

La vita in montagna, in alta montagna, nel deserto e sul vulcano mi ha sempre insegnato ad essere attento ai loro segni, per quanto vari essi siano. L’emergenza del segno grafico e di ciò che rapidamente diventa, mi ha condotto da tre decenni a osservare segni e «tratti», a osservare e ad analizzare coloro che li «posano», a osservare e ad analizzare alla fine la disposizione di questi segni e «tratti» in un’immagine. In modo particolare in un’immagine murale, nell’oralità. Questa immagine è performativa. Interagisce efficacemente con la sua lingua-spazio. Sull’argomento ho scritto numerosi interventi e articoli; se ne leggono sul blog «Carnet de la langue-espace». Se ne leggono anche nel mio libro bilingue franco-italiano L’Image en acte (L’immagine in atto), pubbicato da Algra Editore di Zafferana Etnea nel 2017.

 

Nuova fase

Nell’ottobre del 2016 la perdita accidentale e definitiva dell’uso della mia caviglia destra pone fine alla mia pratica della poesia-nello-spazio in montagna.
Febbraio 2021: ora che sono trascorsi un po’ più di quattro decenni di pubblicazioni, come attestano le «note bio-bibliografiche», io non rinnego, semmai il contrario, nessuna delle azioni e installazioni poetiche né dei poemi-nello-spazio che ho realizzato.

Si potrebbe dire che in Europa sono diventato testardo; si potrebbe essere pessimisti ad oltranza sul fatto che in modo molto pervasivo la lingua-spazio europea è sempre più devastata, anzi modellata, dalla violenza dei populismi e dei razzismi e dallo spaventoso rullo compressore della mercificazione globale. E tuttavia, io appartengo alla schiera di quelli che, senza mai tirarsi indietro, cercano e aprono delle brecce nella stupidità oscurantista: come ai suoi tempi, quanto difficili!, René Char.

E proprio alla fine dell’autunno del 2016 i miei poemi scritti come una forma di rifiuto dell’infermità hanno suscitato-incontrato la risonanza delle poesie del mio principale traduttore, Francesco Marotta: il dialogo creativo non viene mai meno e arriverà fino al paradosso della «pubblicazione», entro qualche mese, del libro L’eau (L’acqua).

E proprio nella primavera del 2020, durante l’inquietante confinamento sotto la spinta della pandemia, come rifiuto di qualsiasi tipo di capitolazione della parola-in-atto ho scritto il ciclo epico La Maquette (Il plastico; cfr. qui), in dodici episodi. E’ disponibile sui blog Carnet de la langue-espace e La Dimora del tempo sospeso: fin dall’inizio ho concepito questo vasto poema come un’opera con coro e solisti il cui compimento sarà forse un libro, ma innanzitutto un’ampia rappresentazione teatrale scespiriana o anche un film.

 

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……..En dialogue avec la langue-espace

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