Je donne, je me donne, donc je suis

……..Elisabetta Brizio

Situarsi nell’instabilità senza affondare, fluttuando. «Flotter» preclude il delinearsi di ogni conclusione definita. Ciascuna acquisizione è tesa a differenziarsi, adombra l’idoneità del diseguale, e sta proprio in questa correlazionalità delle forme il dinamismo che caratterizza L’uomo flottante di Jean Flaminien (trad. it. e cura di Antonio Rossi, testo francese manoscritto a fronte, Book Editore 2016). Direi anzitutto ciò che «flotter» non è: non è un ondivagare insensato, non è un galleggiamento sull’increspatura delle cose, ma una «assunzione della rimessa in circolo» per stringere l’origine e l’infinità del tempo, cioè noi, come suo grado di esplicazione. Perché se il tempo per dispiegarsi necessita di noi, l’itinerario scavalca l’arco di una vita. Si assume insomma la dimensione dell’esistere – di una particolare postura dell’esistere – ben sapendo che tutto ci sorpasserà. Il motivo ispiratore della ricerca di Flaminien è «inventare un’origine che ci oltrepassa», che si serra al di là di noi. «Inventare», invenire – scoprire, trovare, incontrare, immaginare: le ultime due accezioni rimandano all’utopia possibile di Flaminien – uno stato aurorale in sintonia con la totalità iniziando dall’esclusione del sovrastrutturale della cornice mondana – e quest’ultima circostanza, per Flaminien, è letteralissima: sappiamo che a lungo è vissuto in isolamento volontario sulle rive del fiume e nella foresta dei luoghi di origine all’unisono con i ritmi della natura. L’uomo ondivagante è teso a sorprendere quella asintotica vicinanza che «appartiene e non appartiene». Non è una contraddizione in terminis. «La nostra avventurosa trama», la vita, è come un «sinuoso corso d’acqua che cambia identità a ogni curva», dunque si tratta di sintonizzarsi con forme che tornano indietro: si tratta di ricostruire, di formare di nuovo, nel senso letterale della «anamorfosi» (ana, indietro e morfhè, forma). Quindi, di fronte all’immagine altamente alterata dei meandri del mondo, è vitale assumere un’altra posizione, obliqua, diagonale, comunque asimmetrica rispetto al livello che l’osservatore occupa, e ciò può verificarsi, appunto, fluttuando.

Ma non solo l’uomo ondeggia, l’ondeggiamento coinvolge anche tutto ciò che in altra misura è vivente: il fine/non fine, giacché si è di fronte a una inchiesta che dura infinita, è scorgere nelle cose la loro facoltà di propagginazione, di propagarsi alla maniera delle onde o delle correnti d’acqua: di trasferire ogni profilo al di là di sé anziché sigillarlo nei propri margini. Come l’elemento liquido, in quest’opera ricorrente quale emblema di mobilità e principio da cui tutto discende e «sempre si ricongiunge». «Flotter» è vivere in permanente «stato di riassestamento». Perché, Flaminien dirà in L’altra terra (trad. it. di Marica Larocchi, Book Editore 2018), «Anche l’evidenza è anamorfosi».

Leggiamo dall’Introït: «Lenta, e con ardore irreversibile, si compie a ogni istante la nostra metamorfosi, invisibile ai nostri occhi». Forma un tumulo di attimi. Siamo fatti di questa «polvere» – che non è squallida od oppressiva come in certa tabes poetica – e si tratta di raggiungerla e ritrovarla intera perché sul nostro conto è più informata di noi, in quanto «ognuno condivide con sé stesso soltanto alcuni istanti della propria vita». Oppure – ed è il risvolto positivo – dato che «Il tempo conserva in noi tutti i suoi archivi, ma si tratta del medesimo libro, sempre». Non ha senso allora cedere alla seduzione del nichilismo, o esasperarsi per il nostro profilo di darkness. Né ha senso la fuga da sé, quando per statuto l’individuo ingloba anche ciò che tende a sfuggire.

Nei «fogli volanti» di diario il galleggiamento avviene in riacquisti temporali che ancora lasciano baluginare le loro tracce sensibili, ascrivibili a un’origine dal carattere intermittente. Bandire i futili desiderata mondani – «ornamenti dell’oscurità», traduceva Michelstädter –, neutralizzare il dominio del convenzionale e del narcisismo condiviso per sintonizzarsi con il lato incognito e insieme situabile dell’origine. Ma lo stato iniziale in Flaminien, piuttosto che come condizione raggiunta, si caratterizza come balenare di un inizio interminabile: «Non può che esserci l’inizio del mondo, continuando». È essenziale focalizzarsi sul «vivere, inafferrabile nel suo passaggio in noi, qui, oggi», rimettendosi a un paradigma morale, morale ma non tassativamente normativo.

Opera non in versi (spicca la rarefazione delle parti versificate), poema meditativo, L’uomo flottante compendia stati non conformi espressi in ineguali tonalità, asserzioni all’apparenza scollegate, in quanto, esteriormente, poema in movimento. In un’unica trama si succedono, intercalandosi, sezioni descrittive, dialogistiche, enunciazioni prescrittive, parti riflessive, retrospettive, parti in funzione di exempla. Forse anche per questo Flaminien non usa che rarissimamente la prima persona singolare. Ecco il punto: perché non dire «io» come in tanta parte dei discorsi poetici? Gli argomenti sono da Flaminien altrettanto sentiti in corpore vivo, come nei versi in cui campeggia il pronome di prima persona. Qui invece il soggetto è tutt’altro che aseico e parla per l’umano in generale, è inoltre invaso dai richiami a sé defunti e differentemente interiorizzati. Soprattutto, è invaso da altri soggetti. Si impone quindi la prima persona plurale per l’iterata tesi, nell’Homme, dell’infondatezza di un individuo sufficiente a sé («Farsi in ogni istante, all’infinito, come il mondo, ognuno vivendo nell’eternità dell’altro»), per una visione correlazionale, per un comune interrogarsi che incorpori tutti i piani dell’osservazione e il controcanto delle obiezioni possibili, per un comune dubitare e percepirsi parte sintonica con le altre forme della vita e del mondo sidereo. Siamo disseminati negli altri e nelle altre manifestazioni della vita, ogni abbandono è perdita di qualcosa di noi. Di qui la posposizione dell’io a vantaggio di una semiosi corale. Del resto, lo sguardo anamorfico è pluralistico e tiene conto di tutte le prospettive, fino alla eventuale critica di sé.

Flaminien insiste sull’intuizione della totalità: tutto ci attraversa, siamo contenitori di tutte le realtà, anche se solitamente non entriamo in contatto con i segnali invisibili che incontriamo, che passano in larga misura inosservati da noi. Viene postulato un modellarsi all’essere – in senso lato – in fuga, nel senso del suo disgregarsi e trasformarsi in altro, dell’uscire delle forme da se stesse: sia per far fronte alla dissoluzione della bellezza (che è bellezza morale), sia per la circostanza che la nostra unicità ha molto a che fare con ogni suo brano, con l’istante che passa non riconosciuto. «Istante e bellezza fra di loro s’intendono: giungono tempestivi e subito fuggono via». Con «pienezza» Flaminien allude a una tensione interumana, al reciproco vincolo tra gli esseri e la natura, un consorziare acquisizioni e cedimenti. È solo «uscendo da sé che la sorgente trova il suo contenuto, che l’uomo si apre al mondo»: in questa mutazione del punto di vista, la prima persona singolare non avrebbe avuto alcun senso. Numinoso e quotidiano trattengono una materia condivisa («in noi pensa l’universo», L’altra terra), ogni elemento della natura e della vita è l’uno dall’altro inscindibile, tutto fa capo all’insieme, come i toni di una stessa melodia, «Come la musica, in ogni istante la vita ci mostra, in altra vita, l’altra che nel medesimo istante lei è».

Il sogno della compiutezza non è che proiezione verso l’esterno: «solo l’essere che molto di sé ha concesso, totalmente si possiede». Tuttavia, Flaminien si chiede, qual è il marchio del manifestarsi dell’umano nell’altro da sé, se non la stridenza? Qui potrebbe inserirsi il discorso sulla funzione dei nomi della poesia, una volta liberato il campo espressivo dal mito, cioè qualcosa che non ha mai avuto luogo, e dal luogo comune. Se le parole hanno la facoltà di oltrepassare il tempo, sempre che siano in grado di rivelarlo, è esplicito il valore accordato al pensiero poetante come strumento di formazione e di elevazione morale. Quando i nomi che entreranno a costituire il tessuto linguistico saranno disadorni, precari, detti senza dilettazione estetica. Quando conserveranno la loro letteralità a scapito di una evocatività o di una retorica poetica in questo quadro eticamente inopportune. Il linguaggio sarà essenziale e ritmato con le rivelazioni del pensiero, e improntato a una etica profondamente sentita.

La riflessione di Flaminien rientra comunque a pieno titolo nell’alveo della poesia, lirico è l’accento di uno stato d’anima anche là dove vigono l’impersonalità dell’imperativo poetico, o l’equilibrio della posizione riflessiva: flottant è anche contemplante le quiete forme, negli attimi di depensamento, nello stream. Il lato contemplante si desume inoltre da quella affinità di sostanza tra l’intonazione, lo strato sonoro (fatto per lo piú di eventi acustici quando il codice si fa figurativo) e la classe delle categorie trainanti, delle figurazioni, delle essenze e dei princìpi vitali. Dei loro movimenti e della loro stasi. Del loro disgiungersi e ricombinarsi. Della satura dei contenuti diffusi, eterogenei e implicati, prossimi e lontanissimi, del soggetto, della natura, del tempo. Delle solitudini. Della assolutezza di alcuni temi di fuga.

L’indifferenza nei confronti del potenziale poetico è contro la nostra naturale inclinazione, essendo il poetico signum costitutivamente umano. I nomi cercano di captare il peso del mondo ma non arrivano a rappresentarlo, in quanto tra essi e il mondo volteggia una eco di qualcosa che resta sconosciuto. Veniamo allora al «rimedio innominato», alla poesia, che secondo Flaminien è «diversa filosofia». La poesia istituisce una verità unicamente elocutoria, o è essa stessa verità? La poesia di Flaminien è stata definita «poesia pensante». Non ha carattere speculativo in senso stretto, ovviamente, anzi, per alcuni versi, esercitandosi nella mutazione, il suo carattere è sperimentale. Alla poesia è riservato il «tu»: «Per quale motivo sostieni la nostra presenza nel mondo con tanta forza?». In questa estetica in movimento, la poesia, con denominazioni prime, cattura l’intermittenza di uno stato originario. La poesia è delegata a riscrivere l’origine, nel tempo. «Poesia pensante», quindi. Da questa formula non si discosta Fabio Scotto nella Prefazione a De la bonté (trad. it. Book Editore 2020). Qui rifluiscono tratti di una materia in parte già frequentata da Flaminien in forma aforistico-sapienziale nell’Homme flottant, dove – lo abbiamo visto – si profila un passaggio di specie degli assunti: il trasferimento degli ideali dalla teoria alla loro messa in atto. Ora, nella forma di frammenti lirici la conversione della filosofia in poesia si è compiuta, nel senso che la bontà viene dichiarata inesistente in astratto ma solo in quanto traduzione pratica della teoria, inconsistente come alienazione dalla bellezza e dalla morale. «È un’estetica / mista a un’etica: non essere nulla, / e credere profondamente in qualcosa». È l’anamorfosi poetica – la vera utopia, il non luogo poetico e vitale – che incide sulla composizione del poema del mondo.

Nell’Homme Flaminien fa un’affermazione ardita: «La filosofia ha limiti che la poesia non ha. Soffio di vita atemporale, la poesia accoglie tangibilmente, nel presente, la filosofia in atto». Ma diversamente dalla filosofia, deputata a dare dei riscontri fondati, il dettato poetico/pensante di Flaminien resta una interrogazione aperta. La risposta è nel processo, nel proseguimento che differisce l’equilibrio; «la sola risposta, il dono all’infinito finito che ci attraversa: la vita». E di fronte a un’armonia e ad una stabilità appena conseguite, o sull’orlo di una verità, talora emerge un fattore che le incrina, così l’immagine sbiadisce e si sfrangia. E l’ondeggiamento – volto a un riassestamento – ricomincia. «La pazienza è anamorfosi; è il tempo che medita in noi, per ritornare all’essere interiore».

L’indole itinerale di Flaminien segna la forma versale nella fluidità di una struttura vagabonda che coniuga sensorialità e stato meditativo, un dissonante riflettere sui nessi delle cose e sulla loro trasferibilità. All’orizzonte del poetico c’è un pensiero che «si sforza ostinatamente di rimanere leale nei confronti dell’essere. La sua ricerca è fatta per essere condivisa». L’uomo etico non può attenersi a un sistema astratto e deve ogni volta disporsi a flettere il suo metodo e i suoi mezzi espressivi per una benché attimale riduzione in unum del discontinuo, del flusso della vita, per intercettarli e poi rifonderli in questo procedere flessivo. Il vero inizio è in interiore homine – ma per superarlo, per «andare oltre l’interiorità» –, nel profondo dell’individuo che tenga in conto di appartenere a questo mondo, non di possederlo, che tenda «con tutto il proprio essere / verso quella lontananza, volendo / cancellarsi, dimenticare / ‘me … io’ / per raggiungerla» (De la bonté). Svincolato e alleggerito dal senso esclusivo della propria singolarità («Je donne, – je me donne –, donc je suis»), l’essere in divenire si lascia dietro «le negazioni e le contraddizioni che erano in lui, vive come intatta sostanza nel presente unico della sua quête, sua fedele promessa, sua irresistibile e fiduciosa vitalità». Esistere, per Flaminien, equivale a situarsi. Esistere è la sezione a sé che conclude L’altra terra, dove l’esistere è «farsi presente e reale nel mondo». È «inventarci, reinventarci, espanderci…» secondo diagrammi anamorfici; «è l’attimo / che ci scopre unificati». E tuttavia, nell’Homme flottant: «Cosa dire, fare o non fare, pensare, amare? / Non sappiamo».

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