“Succhiando gocce di acqua fresca / dall’ angolo delle pietre”

La poesia di Alfonso Guida trova fin dagli esordi (sul finire degli anni Novanta) e senza tentennamenti né ripensamenti successivi la propria inconfondibile voce, dispiegandosi con un’energia, una continuità e una disciplina singolari.
Scrivo “disciplina” perché (al di là del per lui irrinunciabile endecasillabo – pur variabile nella sede degli accenti principali – che è uno dei marchi di fabbrica guidiani e che già di per sé impone una determinata disciplina compositiva) quella del poeta lucano è obbedienza rigorosa alla poesia quale energia vitale ed esistenziale, quale parola sorgiva (ma non ingenua) e necessaria – necessaria in quanto capace di dire senza vezzi e senza maschere e naturale respiro del pensiero. Guida conferma infatti che la poesia sa essere ancora energia viva e vivente, necessità del vivere stesso capace a sua volta e in una sorta di circolo non autoreferenziale né asfittico di esprimersi quale poesia.
Se soltanto si pensa a Irpinia (Poiesis, Alberobello 2012) e a Poesie per Tiziana (Il Ponte del Sale, Rovigo 2015) e se si leggono questi due libri con attenta passione si comprende che l’apparentemente torrenziale e inarrestabile produzione poetica di Guida è, in realtà, una capacità poematica davvero rara, molto vicina alla sapienza rapsodica che poco più di duemila anni fa abitava la stessa terra jonica che così frequentemente compare nei versi di Guida.
Ma il poeta di San Mauro Forte vive in un oggi devastato e devastante: la sua poesia è, allora, la misura, coraggiosa ed eroica, dell’urto con il reale, è la voce di una lingua (quella italiana, ricchissima e screziatissima nella penna di Guida) che trova nel corpo del poeta il canale traverso cui esprimersi.
È il corpo la scaturigine della poesia perché è il corpo che vive totalmente immerso nel mondo e che restituisce il mondo in forma di parola e di ritmo, d’immagini e di architetture verbali – ecco perché l’Irpinia devastata dal sisma e la Torremozza di Poesie per Tiziana, di A ogni passo del sempre (Nino Aragno Editore, Torino 2013), di Luogo del sigillo (Fallone Editore, Taranto 2017) sono spazi vivissimi di fatti, di persone, di odori, di sensazioni, densi delle parole che li dicono e sonori: occorre affidarsi al suono, riconoscere in questa poesia la marcatura orale e ritmica che appartiene all’origine del poetare.
E infatti la poesia di Alfonso Guida nomina luoghi, alberi, oggetti, persone e fa scaturire nella loro reale presenza quelle persone, quegli oggetti, quegli alberi, quei luoghi dalla parola poetica perché Guida ha una fiducia totale nella poesia e nella sua capacità di nominare, quindi di far esistere il mondo – e se è vero che il mondo esiste anche senza la poesia, anche malgrado la poesia e talvolta contro la poesia, è altrettanto vero che alla mente che lo osserva il mondo acquista un senso possibile grazie alla parola che lo nomina e se quella parola è proprio la parola poetica, allora il mondo diventa abitabile.
Non è un caso che l’oscillazione costante presente nella poesia di Alfonso Guida si attui tra un mondo inabitabile e uno dove sia possibile abitare: ecco, ancora, l’Irpinia devastata, ma anche viva dei suoi abitanti feriti e che, dentro la devastazione e l’abbandono, esperiscono forme nuove di convivenza e di attesa, di memoria e di cura – ecco, di nuovo e insistentemente, Torremozza, luogo del sigillo anche nel senso di luogo della poesia dove Alfonso Guida plasma figure e spazi d’indubbia potenza componendo un poema epico modernissimo e inedito: ogni persona (che ha sempre un nome), ogni corridoio, vialetto, panchina, albero di Torremozza s’accampano nobili e preziosi perché tali li rende la poesia di Guida, prodigio di attenzione e luogo del serbare: Il dono dell’occhio (Poiesis, Alberobello 2011) da titolo di un libro può transitare a essere, allora, emblema di un’attitudine, cioè vedere attraverso la poesia e trasformare il visto in dono, anche quando quel visto (e, in Guida, il visto significa il vissuto, il sofferto) possiede risvolti umilianti o dolorosi – ché il dire in poesia è, per Alfonso Guida, respirare ed essere, pensare e sentire, aver sete e bere.
Non chiamo infatti “poesie” quelle di Guida, ma vedo un poema che fluisce, un transitare da libro a libro del medesimo slancio creativo, un inarcarsi continuo dell’unità metrica dell’endecasillabo – e non è un racconto, ma un canto, non un referto esistenziale, ma un vibrare in tutta la loro fisicità e sonorità delle parole e delle proposizioni, delle cesure e delle apostrofi (Alfonso Guida parla sempre a qualcuno, nella solitudine che accoglie il suo comporre in versi possiede sempre un interlocutore cui rivolgersi: poesia dell’interlocuzione, poesia pronunciata ad alta voce, poesia di un linguaggio che crea e che generosamente si rigenera).
Questo poema che richiede abbandono da parte del lettore e desiderio di accogliere l’incantagione scaturente dai versi è voce-scrittura capace di coincidere col brusio di fondo dell’esistere quando il naturale istinto del vivere diventa voce e sintassi, trovando la splendida libertà del pensiero poetante perché fedele alla disciplina del canto.

(Il titolo di questo mio intervento deriva da due versi del primo testo di Luogo del sigillo; affido ai lettori davvero interessati il compito, se non l’hanno fatto già, di cercare e leggere i libri di Alfonso Guida).

1 commento su ““Succhiando gocce di acqua fresca / dall’ angolo delle pietre””

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