Il diritto di tradurre

Nei Paesi Bassi la Casa editrice Meulenhoff affida alla poetessa e scrittrice Marieke Lucas Rijneveld (che accetta entusiasta) la traduzione di The Hill We Climb di Amanda Gorman; alcune voci di dissenso, tra cui, particolarmente marcata, quella dell’attivista Janice Deul, contestano la scelta perché “il lavoro e la vita di Gorman sono profondamente segnati dalla sua esperienza e dalla sua identità di donna di colore”; affidare la traduzione dei suoi versi a Marieke Lucas Rijneveld (di pelle bianca) sarebbe “un’occasione sprecata” e, quindi, quella traduzione dovrebbe essere eseguita da una persona di colore. In conseguenza delle accese polemiche Rijneveld rinuncia alla traduzione.
In Francia il traduttore e poeta André Markowicz, in un intervento dell’11 marzo su Le Monde, sostiene che le argomentazioni addotte contro l’eventualità di una traduzione da parte di Rijneveld è «l’assoluto contrario della traduzione, che è, innanzitutto, condivisione ed empatia, accoglienza dell’altro, di quello che è diverso da sé: quello che chiamo “riconoscimento”. Nessuno ha il diritto di dirmi quello che ho il diritto o meno di tradurre. Ciascuno, al contrario, ha il diritto di giudicare se sono capace di farlo, ossia se, con il mio lavoro, sono in grado di far percepire, attraverso la mia voce, attraverso la concretezza delle parole, la voce di un altro o di un’altra – senza ridurla a quella che si reputa essere la mia».
La Dimora del Tempo sospeso ha dato fin dall’inizio grande spazio alla traduzione perché lo considera un momento fondamentale ed irrinunciabile del pensiero.
In questo caso specifico è stato Yves Bergeret a richiamare la mia attenzione sulla polemica circa la traduzione dei versi di Amanda Gorman e di conseguenza mi provo ad avanzare alcune mie considerazioni.
André Markowicz è figura d’intellettuale di alto profilo, traduttore di eccezionale talento e voce critica e libertaria che si è sempre chiaramente e coerentemente espressa contro ogni nazionalismo e contro ogni atteggiamento tendente all’esclusione e alla negazione della libertà di pensiero. Nel suo intervento Markowicz sottolinea la vocazione fondamentale della traduzione: condividere e “sentire con”, avvicinarsi all’altro per comprenderlo e provare a traghettarlo in altra lingua, avere coscienza delle differenze non per annullarle, né per esaltarle, ma per arricchire la propria e l’altrui esperienza psicologica e intellettuale con un atto che è dialogo e reciproco ascolto.
Credo profondamente che tradurre sia un atto politico e la polis cui un tale atto si rivolge è una comunità che può diventare capace e vogliosa di accogliere l’altro anche in virtù di quest’atto, complesso e generoso, di traghettare una voce in un’altra voce.
“Due rive ci vogliono” diceva René Char e la traduzione è il ponte che unisce le due rive, meglio ancora, penso la traduzione sia l’andirivieni continuo tra quelle due rive – e dedicarsi alla costruzione di quel ponte, compiere quell’andirivieni è diritto di tutti, non privilegio di pochi.
Sì, perché tradurre è un diritto da esercitare liberamente nella consapevolezza della storia che costituisce il retroterra di ogni lingua; se lingue come il francese, come l’olandese, come l’italiano appartengono a nazioni che si sono macchiate di colonialismo, questo non significa che traduttori “bianchi” non abbiano il diritto o non siano in grado di tradurre autori delle ex colonie o appartenenti a comunità discendenti da chi ha subito il colonialismo – anzi, penso continui a valere in modo esemplare la scelta di Paul Celan che sceglie il tedesco come lingua della sua poesia proprio per riscattarlo dalla contaminazione del nazionalsocialismo, per restituire alla lingua tedesca la sua capacità di parlare a tutta l’umanità in maniera luminosa e accogliente; non bisogna essere Ebrei per tradurre Celan, bisogna avere il profondo desiderio di tradurlo, il che sembra un’ovvietà, ma, evidentemente, tale non è più alla luce delle polemiche cui si riferisce il debutto di questo mio intervento.
Chi traduce serba della lingua in cui traduce (e ne conosce bene) tutte le implicazioni storiche e culturali, traduce conservando una prospettiva storica ed ermeneutica che restituisce profondità e senso all’atto del tradurre – lo stesso vale nei confronti della lingua da cui si traduce: e in tal modo quel contatto diventa fecondo, atto di conoscenza e di riconoscimento reciproco.

4 pensieri riguardo “Il diritto di tradurre”

  1. Credo sia davvero importante riflettere su questa faccenda assurda,
    indicativa per lo stato delle cose.
    Una specie di razzismo alla rovescia. E forse peggio ancora del razzismo volgare e ignorante, in quanto consapevole – e manipolatore…
    Per tradurre un testo letterario ci vuole conoscenza linguistica, culturale, umana e – amore ( o interesse vero, la voglia di comprendere…) per il testo in questione.
    Direi, chi è capace di farlo, lo faccia!
    Sarà sempre il risultato e non certo il colore della pelle, il sesso o lo schierimento politico a determinare l’esito.

  2. Grazie per questi interventi, anche perché la questione del tradurre non è, evidentemente, “soltanto” una questione tecnica o, al più, letteraria, ma tocca il cuore del nostro essere una comunità.

  3. Riflessioni sul “colore” di una traduzione che non pensavo dovessero oggi occupare pagine, ma tant’è. Allora ben vengano le precisazioni e concordo con Markowicz e Antonio Devicienti sullo stigmatizzare una posizione insostenibile in una collettività letteraria che dovrebbe invece farsi modello di superamento di ogni razzismo, anche quello assurdamente reattivo all’incontrario.

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