The map on my fingertips: su “La riproduzione dei profili” di rosmarie waldrop

Eduardo Chillida: Gravitación. Elogio del agua, 1987.

Nella collana Le Meteore di Finis Terrae (marchio quest’ultimo dell’Editrice Ibis) compare un altro libro di eccezionale valore: La riproduzione dei profili di Rosmarie Waldrop (Como-Pavia 2020) curato e tradotto da Maristella Bonomo.
Voglio soffermarmi, dapprima, proprio su quest’atto di curare e tradurre un libro: è caratteristica della collana che «lo sguardo [sia] rivolto al di fuori dei confini italiani. Si pubblicano raccolte di autori stranieri, viventi e non, che non siano ancora o non siano da tempo presenti sul mercato italiano. Le traduzioni vengono “regalate” alla collana dai traduttori che propongono di volta in volta i libri e se ne fanno carico» – così si legge nella presentazione della collana in fondo al volume e, in effetti, Maristella Bonomo traduce (e scrive in chiusura una Nota di traduzione) con inappuntabile e appassionata professionalità e partecipazione sia intellettuale che emotiva, atteggiamento necessario per raccogliere la sfida di un’opera come questa.
Waldrop muove infatti sistematicamente da enunciazioni derivanti dagli scritti di Wittgenstein per costruire i suoi poems che, slittando tra sistemi di riferimento (la filosofia, la psicoanalisi, il linguaggio della poesia, l’anamnesi psicologica e circostanziale, la visionarietà, l’oniricità, la questione di genere) danno vita a testi che l’autrice stessa chiama proprio poems, fornendo così una precisa idea di testo poetico che Waldrop realizza nel libro: soggetto e contemporaneamente oggetto di questa poesia è il linguaggio, la sua funzione indicale e le sue mancanze, la sua funzione comunicativa e i vuoti o le assenze o i lapsus o i passi falsi della comunicazione, la sua funzione rappresentativa del reale e gli equivoci o le insufficienze d’una tale rappresentazione, le interferenze tra campi semantici, le variazioni dei sistemi di riferimento insieme con le affinità e le aporie tra tali sistemi, le derivazioni del linguaggio dalle esperienze del corpo e del reale e l’andare incontro, da parte del linguaggio, al reale e alle sue regioni oscure, indecifrabili o resistenti all’indagine conoscitiva.
Ma leggiamo le Note su La riproduzione dei profili stilate dalla stessa Rosmarie Waldrop che sono di gran lunga più efficaci e significative di quanto possa scrivere io intorno al libro:

Notes on The Reproduction of Profiles

The poems all start with Wittgenstein phrases, but try to subvert the certainty and authority of logic from the inside. Or I might say, the poems try to create a different, less linear logic which draws on the more untamed, unpredictable parts of our nature.

They work with a logical syntax (all those “if-then” and “because”) but constantly slide between frames of reference. They especially bring in the female body and set into play the old gender archetypes of logic and mind being “male,” whereas “female” designates the illogical: emotion, body, matter. I hope that the constant sliding challenges these categories. One can read the poems as coming from a woman addressing her lover, but also as a dialogue between two sides of the woman’s own mind.

I used Wittgenstein’s phrases in a free, unsystematic way, sometimes quoting, sometimes letting them spark what they would, sometimes keeping the syntax, but substituting different nouns (e.g. his famous anti- metaphysical statement that “the deepest questions are no questions at all” becomes “You could prove to me that the deepest rivers are, in fact, no rivers at all.”).
There are also quotes from Kafka, as signaled by the easily identifiable: “I had mistaken the Tower of Babel for Noah in his Drunkenness,” in the first poem.

What I worked on consciously, was mostly the closure of the propositional sentence. This was a challenge to me because my previous poems had mostly worked toward opening the boundaries of the sentence by either sliding sentences together or by using fragments. So here I accepted complete sentences (most of the time) and tried to open them up from the inside, subvert the correct grammar and logical form by these semantic slidings.

Needless to say, the opening of closed structures would also be a thought pattern that could be useful in a social context. But while we write we are, as Cervantes says in Don Quixote, working on the back of a tapestry, working out patterns of colored threads without knowing what the picture is going to look like on the front.

Le poesie cominciano tutte con degli enunciati da Wittgenstein, ma provando a sovvertire la certezza e l’autorità della logica dall’interno. O forse potrei dire che le poesie creano una logica differente, meno lineare, che attinge alle parti della nostra natura più selvaggia, imprevedibile.

Lavorano con una sintassi logica (tutti quei “se… allora” e “poiché”) ma slittando costantemente tra sistemi di riferimento. In particolare, mettono a tema il corpo della donna e in gioco vecchi archetipi di genere inerenti alla logica e alla mentalità “maschile”, mentre il “femminile” designa ciò che è illogico: l’emozione, il corpo, la materia. Spero che il costante slittamento metta in dubbio queste categorie. Si possono leggere queste poesie come se provenissero da una donna che si rivolge al suo amante, ma anche come un dialogo tra due voci nella mente di una donna.

Ho usato gli enunciati di Wittgenstein in modo libero, non sistematico, alcune volte citando, altre lasciando che suggeriscano a modo loro, alcune volte mantenendo la sintassi ma sostituendo nomi diversi (per esempio, la sua famosa dichiarazione antimetafisica “i problemi più profondi, propria mente non siano problemi” diventa “potevi di- mostrarmi che i fiumi più profondi, in realtà, non sono affatto fiumi.”).
Ci sono anche citazioni da Kafka, come si intuisce facilmente dalla frase “avevo preso la Torre di Babele per Noè nella sua Ebbrezza” della prima poesia.

Quello su cui ho lavorato con consapevolezza è soprattutto la chiusura della frase proposizionale. È stata una sfida per me perché nelle mie poesie precedenti avevo lavorato soprattutto verso un’apertura dei confini della frase, sia assemblando frasi diverse che usando frammenti. Invece qui ho accettato (la maggior parte delle volte) delle fra- si complete e ho provato ad aprirle dall’interno, a sovvertire la grammatica corretta e la forma logica attraverso questi slittamenti semantici.

Inutile dire che l’apertura di strutture chiuse sarebbe da considerare anche come uno schema di pensiero che potrebbe essere utile in un contesto sociale. Ma mentre scriviamo, come Cervantes dice nel Don Chisciotte, stiamo lavorando il rovescio di un arazzo predisponendo figure con dei fili colorati senza sapere come apparirà l’immagine sul diritto.

 

Jelena Osmolovska: dalla serie fotografica “Northern Fort”.

 

A commento delle parole di Waldrop mi sento di aggiungere che viene proposta una poesia che s’ispira direttamente a una di quelle filosofie a noi contemporanee che meglio di altre ha affrontato il tema del rapporto tra linguaggio e reale, tra linguaggio e pensiero umano, tra categorie logiche e nuda vita e che i poems raccolti nella Riproduzione dei profili sono capaci di assegnare alla poesia uno status pur differente ma sororale rispetto alla filosofia (si tratta di due sorelle di pari dignità e di pari importanza), provando a chiudere un cerchio apertosi con i grandi poemi (giuntici in maniera frammentaria) dei cosiddetti Presocratici – e provo a spiegarmi: se nell’esperienza di Parmenide e di Empedocle l’itinerario alla conoscenza vede poesia e filosofia procedere insieme (e si pensi soltanto agli studi di Giorgio Colli intorno a Empedocle – e a Hölderlin – che lo confermano e che mettono in luce la polarità feconda e che non significa ancora scissione fra alogon e logos, tra mondo mitico-simbolico e razionalità, fra poesia e speculazione), con Platone s’inizia quell’apparente separazione che, tuttavia, non rinuncia mai a ricercare l’unità (e penso agli scritti e alla filosofia di Giordano Bruno come esemplari in tal senso); con Waldrop si riapproda a una possibile saldatura tra poesia e filosofia, a un riaccoglimento nell’orizzonte del linguaggio e della speculazione razionale delle istanze istintuali e irrazionali e, viceversa e nello stesso tempo, a un riaccoglimento nell’orizzonte estetico e sensibile delle istanze speculative ed ermeneutiche. Per questo Waldrop può parlare a ragione di “apertura delle strutture chiuse”, assegnare alla scrittura poetica l’ambizione di distruggere i pregiudizi di genere, muoversi tra sistemi di riferimento diversi, ma aperti e per questo disponibili a interagire e a completarsi in un processo continuo, mobile e beneficamente mutante. Ecco allora il perché della bellezza di verità dei testi contenuti in questo libro e della loro bellezza d’espressione, il loro essere paesaggi linguistici e mentali, ecco il perché della ripetuta occorrenza delle immagini dello specchio, del fiume, della neve, della pioggia con i continui slittamenti da immagine a funzione linguistica, da metafora a sintomo psichico. Splendidamente scrive Maristella Bonomo nella sua Nota (p. 157) di « […] questi frammenti di un discorso amoroso, istantanee di un io e un tu, che si vivificano dissolvendo ogni confine tra immagine interiore e immagine reale, percezione, accadimento, e loro espressione in discorso. Hanno un andamento prosastico, come ammette la stessa Waldrop della prosa la seduce la pagina bianca, l’attraversamento di uno spazio inesplorato, ma con tenore poetico la frase si snoda sul baratro di ciò che manca, dissolvendosi, appunto, e divenendo continuamente altro da sé».
Il libro è articolato in una Prima parte: La riproduzione dei profili (I. Fatti da p. 16 a p. 25, II. Immagini pensabili da p. 26 a p. 41, III. Frasi febbrili da p. 42 a p. 55, IV: Se le parole sono segni da p. 56 a p. 71, V. APPLICAZIONI SUCCESSIVE da p. 72 a p. 93) e in una Seconda parte: Inserendo lo specchio (composta da 30 testi numerati, da p. 96 a p. 155).

 

Raoul Ubac: Alentour de la montagne 13, 1980.

 

TESTI

I had inferred from pictures that the world was real and therefore paused, for who knows what will happen if we talk truth while climbing the stairs. In fact, I was afraid of following the picture to where it reaches right out into reality, laid against it like a ruler. I thought I would die if my name didn’t touch me, or only with its very end, leaving the inside open to so many feelers like chance rain pouring down from the clouds. You laughed and told everybody that I had mistaken the Tower of Babel for Noah in his Drunkenness.

Avevo dedotto dalle immagini che il mondo era reale e per questo mi fermavo, perché chi sa cosa può accadere se parliamo di verità salendo le scale. Di fatto, avevo paura di seguire l’immagine fino a dove raggiunge la realtà, contro cui si poggia come un righello. Pensavo che sarei morta se il mio nome non mi avesse toccata, o se l’avesse fatto soltanto con la sua estremità, lasciando l’interno aperto a così tante antenne come una pioggia casuale che scroscia dalle nuvole. Hai riso e hai detto a tutti che avevo preso la Torre di Babele per Noè nella sua Ebbrezza. (pp. 16 e 17)

*

I didn’t want to take this street which would lead me back home, by my own cold hand, or your advice to find some other man to hold me because studying one headache would not solve the problem of sensation. All this time, I was trying to think, but the river and the bank fused into common darkness, and words took on meanings that made them hard to use in daylight. I believed entropy meant hugging my legs close to my body so that the shadow of the bridge over the Seekonk could be written into the hub of its abandoned swivel.

Non volevo prendere, nella mia mano fredda, questa strada che mi avrebbe riportata a casa, né seguire il consiglio che mi avevi dato di trovare un altro uomo che mi trattenesse perché lo studio di un’emicrania non avrebbe risolto il problema della sensazione. Tutto quel tempo, provavo a pensare, ma il fiume e la sponda si fondevano in un’unica oscurità, e le parole si appropriavano di significati che le rendevano difficili da usare alla luce del giorno. Credevo che entropia significasse abbracciarmi le gambe strette al corpo così che l’ombra del ponte sul Seekonk potesse scriversi nel mozzo della sua ruota abbandonata. (pp. 18 e 19)

*

The proportion of accident in my picture of the world falls with the rain. Sometimes, at night, diluted air. You told me that the poorer houses down by the river still mark the level of the flood, but the world divides into facts like surprised wanderers disheveled by a sudden wind. When you stopped preparing quotes from the ancient misogynists it was clear that you would soon forget my street.

Nella mia immagine del mondo la parte accidentale cade con la pioggia. Qualche volta, di notte, l’aria diluita. Mi hai detto che le case più povere, giù lungo il fiume, portano ancora il segno dell’inondazione, ma il mondo si divide in fatti simili a vagabondi sorpresi e scompigliati da un vento improvviso. Quando hai smesso di preparare citazioni dai misogini dell’antichità era chiaro che avresti presto dimenticato la mia strada. (pp. 20 e 21)

*

I had already studied mathematics, a mad kind of horizontal reasoning like a landscape that exists entirely on its own, when it is more natural to lie in the grass and make love, glistening, the whole length of the river. Because small, noisy waves, as from strenuous walking, pounded in my ears, I stopped my bleak Saturday, while a great many dry leaves dropped from the sycamore. This possibility must have been in color from the beginning.

Avevo già studiato la matematica, una sorta di ragionamento folle e orizzontale come un paesaggio che esiste interamente per sé, quando è più naturale sdraiarsi sull’erba e fare, rilucendo, l’amore lungo tutto il fiume. Poiché onde piccole e fastidiose, come dopo uno strenuo camminare, mi martellavano le orecchie, ho interrotto il mio sabato noioso, mentre una moltitudine di foglie secche cadeva dal sicomoro. Questa possibilità doveva essere a colori sin dall’inizio. (pp. 22 e 23)

*

In order to understand the nature of language you began to paint, thinking that the logic of reference would become evident once you could settle the quarrels of point, line, and color. I was distracted from sliding words along the scales of significance by smoke on my margin of breath. I waited for the flame, the passage from eye to world. At dawn, you crawled into bed, exhausted, warning me against drawing inferences across blind canvas. I ventured that a line might represent a tower that would reach the sky, or, on the other hand, rain falling. You replied that the world was already taking up too much space.

Per comprendere la natura del linguaggio hai cominciato a dipingere, pensando che la logica della referenza sarebbe divenuta evidente non appena avresti risolto le dispute tra punto, linea, e colore. Mi distraevo dallo scivolare parole lungo scale di significanza col fumo al margine del mio respiro. Attendevo la fiamma, il passaggio dall’occhio al mondo. All’alba, ti sei trascinato a letto, esausto, avvertendomi dal tracciare inferenze su una tela cieca. Ho azzardato che una linea potrebbe rappresentare una torre che raggiunge il cielo o, in un altro senso, pioggia che cade. Hai risposto che il mondo stava già occupando troppo spazio. (pp. 56 e 57)

*

The Seekonk was losing its shape, flooding, forming a sea of its own by way of experiment. You thought if we stopping making pictures, the word “I” would be terrifying with vagueness, and a massive silence would spread through all the algae and ruined crops. We’d stagnate in puddles, without elegance or variety, before drying into thin sleep. Nothing could drink its fill from our lacking sentences, because if a river has no movement no tales are left dreaming in it. All this time, I tried to describe a blot of ink on white paper by stating for each point on the sheet whether it was black or white.

Il Seekonk perdeva la sua forma, straripando, trasformandosi in mare come esperimento. Pensavi che se smettessimo di creare immagini, la parola “Io” sarebbe terrificante, per la vaghezza, e un silenzio massiccio si spanderebbe tra le alghe e i raccolti devastati. Ristagneremmo nelle pozzanghere, senza eleganza e varietà, prima di asciugarsi in un sonno stretto. Niente si disseterebbe con le nostre frasi mancanti, perché se in un fiume non c’è movimento nessuna storia può sognarci dentro. Per tutto il tempo provavo a descrivere una macchia d’inchiostro su carta bianca affermando per ogni punto del foglio se era nero o bianco. (pp. 66 e 67)

*

Because we cannot penetrate the soul, at most touch its outer lips with the reflected light of metaphor, the soul cannot know itself, but the dimmer light holds off loud breathing. It’s not that our sense impressions lie, but that we understand their language. All through the linear seasons, the sun leaned on the shoulder of the road. Flocks of swallows lost vaster reasons to the sky. Salt travel. Statues which adorn the unconscious. My hopes crushed by knowledge of anatomy. Or is this another error, this theory of erosion, of all we cannot see?

Poiché non possiamo penetrare l’anima, semmai toccarle le labbra esterne con la luce riflessa della metafora, l’anima non può conoscersi, ma la luce più fioca tiene a distanza i respiri rumorosi. Il punto non è che le impressioni dei nostri sensi mentano, ma che si comprenda il loro linguaggio. Per tutte le stagioni lineari, il sole si appoggiava alle spalle della strada. Stormi di rondini perdevano ragioni più vaste nel cielo. Viaggio di sale. Statue che adornano l’inconscio. Mie speranze annientate dalla conoscenza dell’anatomia. O è un altro errore questa teoria dell’erosione, di tutto ciò che non possiamo vedere? (pp. 120 e 121)

*

This is where grammatical terror opens a distance between you and yourself in order to insert the mirror. And where you had hoped it would be a serene blue surface reflecting the flight of a bird or fancy, the waves rise up against each other and crash, strangling, screaming. What has become of logic? You know enough to skip explanation and displace your own weight in water. You hope the motion will wear itself out, its speed braked by words. History has thought you that all desires want to do away with themselves.

È qui che il terrore grammaticale apre una distanza tra te e te stesso per poter inserire lo specchio. E dove avevi sperato di trovare una superficie calma e blu a riflettere il volo di un uccello o dell’immaginazione, le onde si ergono una contro l’altra e si schiantano, strangolando, urlando. Cosa ne è stato della logica? Ne hai abbastanza per saltare la spiegazione e spostare il tuo stesso peso in acqua. Speri che il movimento si consumi da solo, la sua velocità frenata dalle parole. La storia ti ha insegnato che tutti i desideri vogliono farsi fuori da soli. (pp. 128 e 129)

NOTA: “the map on my fingertips” (la mappa tra le punte delle mie dita) è frase desunta dal testo alle pp. 140/141.

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