Intersezioni

Maria Helena Vieira da Silva: Bibliothèque en feu, 1974.

Queste pagine vengono alla luce dopo che diverse tessere-tempo sono andate ricomponendosi attraverso percorsi apparentemente enigmatici di cui ogni lettore ha fatto esperienza: si legge qualcosa (un articolo, una breve didascalia, un racconto e via enumerando) o si vede una foto, si ascolta un pezzo musicale che rimangono nella memoria, oppure paiono assopirsi, scomparire; poi, anche dopo molti anni, s’incontra qualcos’altro (un altro testo, un libro, un accenno durante una conversazione) che risveglia la memoria o che rimanda a quell’eco che in ogni caso continuava a riverberare nella mente, spesso in modo sommesso o inavvertito; quindi, eventualmente, si decide di sistematizzare quelle letture o quegli ascolti o quelle riflessioni, oppure si passa ad altro ancora, per incrociare più tardi (per caso? per un sentiero tracciato dall’inconscio?) quell’idea o quella suggestione iniziale. Si inizia con René Char, La parola in arcipelago e i suoi Neuf merci pour Vieira da Silva che mi proverò tra breve a tradurre con il titolo un po’ libero di Nove volte grazie per Vieira da Silva – ché il vero epicentro del mio intervento è proprio quest’ultima, la pittrice e intellettuale portoghese il cui nome venni a conoscere grazie al poeta provenzale che la cita anche nel libro Ricerca della base e del vertice; dopo qualche anno  trovai nei Racconti con figure di Antonio Tabucchi la traduzione del Testamento della pittrice portoghese seguita da 20 brevissimi racconti.

NEUF MERCI POUR VIEIRA DA SILVA

I

LES PALAIS ET LES MAISONS

Paris est aujourd’hui achevé. J’y vivrai. Mon bras

ne lance plus mon âme au loin. J’appartiens.

 II

DANS L’ESPACE

Le soleil volait bas, aussi bas que l’oiseau. La nuit

les éteignit tous les deux. Je les aimais.

 III

C’EST BIEN ELLE

Terre de basse nuit et des harcèlements.

*

Nuit, mon feuillage et ma glèbe.

IV

LA GRILLE

Je ne suis pas seul parce que je suis abandonné.

Je suis seul parce que je suis seul, amande entre les

parois de sa closerie.

V

LES DIEUX SONT DE RETOUR

Les dieux sont de retour, compagnons. Il viennent

à l’instant de pénétrer dans cette vie ; mais la parole

qui révoque, sous la parole qui déploie, est apparue,

elle aussi, pour ensemble nous faire souffrir.

VI

ARTINE DANS L’ECHO

Notre emmêlement somptueux dans le corps de

la voie lactée, chambre au sommet pour notre couple

qui dans la nuit ailleurs se glacerait.

VII

BERCEUSE POUR CHAQUE JOUR

JUSQU’AU DERNIER

Nombreuses fois, nombre de fois,

l’homme s’endort, son corps l’éveille ;

puis une fois, rien qu’une fois,

l’homme s’endort et perd son corps.

VIII

AUX MIENS

Je touche à l’étendue et je peux l’enflammer. Je

retiens ma largeur, je sais la déployer. Mais que vaut

le désir dans votre essaim jaloux ? Terne est le bouton

d’or sans le ton des prairies.

Lorsque vous surgirez, ma main vous requerra,

ma main, le petit monstre resté vif. Mais, à la réserve

de vous, quelle beauté ? … quelle beauté ?

IX

LA FAUVETTE DES ROSEAUX

L’arbre le plus exposé à l’oeil du fusil n’est pas

un arbre pour son aile. La remuante est prévenue : elle

se fera muette en le traversant. La perche de saule

happée est à l’instant cédée par l’ongle de la fugitive.

Mais dans la touffe de roseaux où elle amerrit, quelles

cavatines ! C’est ici qu’elle chante. Le monde entier le sait.

Été, rivière, espaces, amants dissimulés, toute une

lune d’eau, la fauvette répète : “Libre, libre, libre,

libre …”                                                                      

NOVE VOLTE GRAZIE PER VIEIRA DA SILVA

I.

I PALAZZI E LE CASE

Parigi è quest’oggi conchiusa. Lì vivrò. Il mio braccio ha smesso di lanciare l’anima lontano. Ecco: appartengo.

II.

NELLO SPAZIO

Il sole volava basso, basso come l’uccello. La notte li spense entrambi. Li amavo.

III.

È PROPRIO LEI

Terra di notte breve e di tormenti.

*

Notte, mio fogliame e mia gleba.

IV.

LA CANCELLATA

La mia solitudine non è abbandono. La mia solitudine è solitudine, mandorla tra le pareti del suo orto.

V.

GLI DEI SONO DI RITORNO

Gli dèi sono di ritorno, compagni. Arrivano nell’istante di penetrare in questa vita; ma la parola che revoca, sotto la parola che dispiega, è riapparsa, anche lei, per farci soffrire insieme.

VI.

ARTINE NELL’ECO

Il nostro aggrovigliarci sontuoso nel corpo della via lattea, camera altissima per la nostra coppia che nella notte altrove congelerebbe.

VII.

NINNANANNA PER OGNI GIORNO FINO ALL’ULTIMO

Molte volte, tante volte,

l’uomo s’assopisce, il suo corpo lo desta;

poi una volta, nient’altro che una sola volta, l’uomo s’assopisce e perde il proprio corpo.

VIII.

AI MIEI

Tocco la distesa e riesco ad infiammarla. Trattengo la mia larghezza, so dispiegarla. Ma che cosa vale il desiderio senza il suo sciame geloso? Tenero è il bocciolo d’oro senza il tono delle praterie. 

Quando sorgerete la mia mano vi reclamerà, la mia mano, il piccolo mostro rimasto vivo. Ma, nella vostra riservatezza, quale bellezza?… Quale bellezza?

IX.

LA CAPINERA DEI GIUNCHI

L’albero più esposto all’occhio del fucile non è sicuro per la sua ala. Lei che scuote è avvisata: si farà muta nell’attraversarlo. La pertica di salice appena afferrata viene subito abbandonata dall’unghia della fuggitiva. Ma nel ciuffo di giunchi dove essa ammara, quali cavatine! È qui che essa canta. Il mondo intero lo sa.

Estate, fiume, spazi, amanti dissimulati, tutta una luna d’acqua, la capinera ripete: “Libera, libera, libera, libera…..”

(René Char, La parole en archipel, Gallimard, Parigi 2005, pp. 93-101).

Sono almeno tre le città cui è legata la vita di Maria Helena Vieira da Silva: Lisbona, Parigi e Siena. La nostalgia per la sua Lisbona non l’abbandonerà mai, la luminosa città sull’estuario, capitale nell’Occidente estremo, labirinto di vicoli, finestre e tetti innanzi all’Oceano, cosicché numerosi dipinti rievocheranno l’azzurro del cielo e del mare di Lisbona assieme al reticolo fascinoso delle stradine della Città antica; Parigi tributerà un riconoscimento sempre più convinto alla sua arte, Parigi sarà la metropoli della modernità e dell’avanguardia artistica, oltre che dell’impegno politico per la libertà e i diritti civili, presente in altrettanto numerosi dipinti; Siena è la città che, durante il viaggio in Italia nell’estate del 1928, più la emoziona, nume tutelare Lorenzetti con i suoi affreschi nel Palazzo di Città e un catalogo dei pittori senesi sarà per tutta la vita suo livre de chevet e viatico traverso l’arte contemporanea – perché Vieira da Silva riconoscerà la presenza della grande pittura senese e italiana e il suo magistero proprio nelle opere  più innovative del Novecento. 

Rileggendo infatti le parole di Char per l’amica si può provare a rievocarne alcune tele, ma è chiaro che si tratta di due itinerari coincidenti: nel primo testo, per esempio, viene affermata la scelta, che coinvolge sia il poeta legatissimo alla sua Provenza che la pittrice esule dal suo Portogallo, di Parigi, città finalmente individuata e alla quale si può appartenere, come se nascere in un luogo non significasse automaticamente appartenervi, come se fosse necessario anche scegliere un luogo (o più luoghi) per il proprio appartenere; poi ci sono la notte e la solitudine, profumate e feconde mandorle tra le pareti di un orto probabilmente coltivato ad arte e con arte; irresistibile risulta poi la tentazione di associare la pittrice alla capinera (basta osservare alcune fotografie di Maria Helena tra gli anni ’30 e i ’60), soprattutto per quella ricerca del canto (dell’arte e della bellezza, dunque) che culmina nell’affermazione quattro volte ripetuta della propria libertà, la quale comporta però il rischio e il pericolo rappresentato dal fucile che cerca la propria preda.

Non può essere un caso che il titolo e il tema di un dipinto di Vieira da Silva, La biblioteca in fiamme (1955, ma seguiranno altre interpretazioni del medesimo tema), richiami quello di un fondamentale testo chariano, La biblioteca è in fiamme, scritto in quegli stessi anni e pubblicato nel 1956. 

E sempre Char dedica all’amica un testo che raccoglie nella Ricerca della base e del vertice, il libro così denso di riferimenti ad artisti e a opere pittoriche che conferma il tentativo di Char di andare oltre il recinto della poesia, trovando nei pittori quei necessari alleati sostanziali, com’è infatti titolata la sezione che contiene il testo di cui vado a scrivere:

Sorge l’opera di Vieira da Silva e l’aculeo d’una dolce forza ostinata, ispirata, rimette al posto che le appartiene quel che bisogna chiamare arte, nel mondo solidale della terra che trascorre e dell’uomo che se ne spaventa. Vieira da Silva tiene stretta nella sua mano, tra tante mani traballanti, senza reti per trattenere, senza necessità, senza fermezza, qualcosa che è al contempo luce del sole e promessa del frumento. Il suo senso del labirinto, la sua magia degli angoli invitano sia ad un ritorno alle montagne che custodiscono, sia ad un ampliamento d’ordine della città, sede del potere. Noi non siamo più, in quest’opera, prostrati e passivi, noi siamo alle prese con il nostro stesso mistero, con la nostra oscura vergogna, con la nostra avidità e che producono per il domani ciò che il domani s’aspetta. (René Char, Recherche de la base et du sommet, Gallimard, Parigi 2003, p. 83).

Mi soffermo soltanto sul richiamo alle mani, ferme e tenaci, pazienti e capaci di raccogliere l’estrema complessità del mondo-labirinto. Per il poeta francese stesso l’attività manuale dei suoi amici contadini, potatori, artigiani costituiva nobile esempio e viatico per la sua attività poetica, artigianale, faticosa, perfettamente radicata nella polis essa stessa, cosciente delle proprie implicazioni etiche nei confronti della comunità.

Antonio Tabucchi traduce così il Testamento (riporto da pagina 141, Racconti con figure, Sellerio, Palermo 2011):

Lascio ai miei amici 

un azzurro ceruleo per volare in alto

un blu cobalto per la felicità

un azzurro oltremare per stimolare lo spirito

un vermiglio per fare circolare il sangue allegramente

un verde muschio per calmare l’inquietudine

un giallo oro: ricchezza

un violetto cobalto per la rêverie

una lacca di garanza che fa sentire il violoncello

un giallo cadmio: fantascienza, brillio, splendore

un giallo ocra per accettare la terra

un verde Veronese per ricordo della primavera

un indaco per accordare lo spirito al temporale

un arancione per esercitare da lontano la vista di un albero di limoni

un giallo limone per la grazia

un bianco puro: purezza

una terra di Siena naturale: tramutazione dell’oro

un nero sontuoso per vedere Tiziano

una terra d’ombra per accettare meglio la nera malinconia

una terra di Siena bruciata per il sentimento della durata


Seguono venti microracconti o variazioni ispirati ai 19 colori del testamento, più uno conclusivo nei quali lo scrittore toscano incrocia le voci, le suggestioni e le figure di Vieira da Silva e di Sophia de Mello Breyner Andresen: non a caso, seguendo sentieri d’affinità, proprio la poetessa portoghese dedica negli anni alla pittrice sua connazionale almeno quattro poesie, tra cui Vieira da Silva ovvero l’itinerario ineluttabile (1971) descrivendone i dipinti come labirinti costruiti e percorsi nel nome della pazienza conoscitiva e quei labirinti possono essere formati da strade, dai libri di una biblioteca, da muri, da scale, da un numero  infinito di caselle della scacchiera; l’itinerario ineluttabile attraverso la molteplicità dei labirinti che abitiamo e che ci abitano dovrà portare verso la liberazione degli esseri umani. Ci sono  stati una lunga amicizia e uno scambio epistolare tra le due artiste, per cui Sophia parla con cognizione di causa della pittura di Maria Helena, apprezzandone il valore etico-conoscitivo, quella serietà d’impegno, quel senso della responsabilità che lei stessa esercitava nel suo fare poetico.

Torno ad Antonio Tabucchi che reincontra la pittrice anche nel racconto intitolato Vermeer visto da Proust : significativo che di Vieira da Silva e del colore Terra di Siena si parli nella seconda e terza delle quattro parti in cui il testo è articolato e che questo accada in un racconto che ha il suo punto focale su un pittore e su uno scrittore apparentemente ben diversi, ma si tratta e dello spirito di-vagante del libro di Tabucchi e delle interconnessioni inaspettate o sotterranee che possono legare tra di loro gli artisti (in questo caso si ricorda il celebre episodio della Recherche e dello scrittore-personaggio Bergotte che letteralmente s’innamora della Veduta di Delft e muore contemplando il sublime “lembo di muro giallo”: è il tema dell’assolutezza dei colori, come ben si comprende, oltre che il classico tema del vedutismo che la pittrice portoghese sa declinare in modo personale e modernissimo, cosa che Tabucchi intuisce connettendo tra di loro Vieira da Silva e l’immortale capolavoro di Vermeer).  

I pittori […] lasciano i colori. Non solo i colori che grazie ai loro pennelli sono rimasti concretamente sulle tele che possiamo ammirare nei musei […], ma anche ciò che tali colori costituirono per la loro arte, il “linguaggio” che per essi quei colori possedevano […]. Una grande pittrice contemporanea, oltre a lasciare quadri straordinari […] ha voluto lasciarci, come testamento, il senso che i colori della sua tavolozza ebbero per lei. È Maria Helena Vieira da Silva […] che abbandonò il Portogallo da giovane perché il suo libero spirito d’artista non poteva tollerare la meschinità e la ferocia che allora soggiogavano il suo Paese. Arrivò a Parigi da esule e si fece francese. In quella città conobbe Arpad Szenes, ungherese, pittore come lei, e come lei esule per gli stessi motivi che l’avevano fatta fuggire dalla sua Patria. Lo amò e lo sposò, e sebbene non potesse vedere con i propri occhi i colori del suo paese atlantico, passò il suo esilio dipingendo per tutta la vita, su enormi tele, la nostalgia di una città che per la lontananza e col passare del tempo si andava facendo immaginaria e fantastica, ma che è senza dubbio la sua Lisbona. Lisbona all’alba, al meriggio, al tramonto, al calar della notte: una città dove sfumano vari colori come in un caleidoscopio o in un arcobaleno. Una città astratta, fatta di reticoli, di minuscoli quadrati che evocano finestre e piazze, di spazi che sembrano frattali, con perimetri non misurabili, di una geometria che appartiene solo al genio degli artisti.

Lisbona è indaco, in certe albe invernali. Nelle notti estive può essere cobalto, come se la volta luminosa del cielo e il plancton dell’oceano si specchiassero a vicenda. In certi meriggi agostani, quando il vento del Sud la candisce in una bonaccia di calura, la luce acquista un biancore abbacinante che via via si fa giallo come un malessere, e poi dorato come le cupole di fantastiche moschee e ancora, a mano a mano che il sole implacabile comincia a calare, diventa di un ocra rosato, impossibile da descrivere a parole per chi non conosca l’arte dello Word-painting che fu praticata da Keats e da Ruskin (pp. 294 e 295). 

Contemplando le realizzazioni della pittrice, magari anche lasciandoci guidare da un Virgilio eccezionale come Tabucchi, ci si inoltra in una visionarietà che sa superare il dato sensibile e non a caso le opere della tarda maturità tendono a diventare uno studio del bianco in tutte le sue gradazioni (non è un’affermazione assurda: Vieira da Silva sa offrire molteplici gradazioni del bianco, esattamente come fa, per esempio, Giorgio Morandi); Vieira da Silva parte dalla figuratività delle tele giovanili, approda a un modo totalmente personale di dipingere per giungere infine alla rarefazione della linea e del colore. I suoi dipinti richiedono una mente attiva e reattiva che li osservi, un pensiero disposto ad abbandonare inveterate abitudini e stanche consuetudini, un’attesa e una pretesa che l’arte veicoli sempre l’umano, l’aspirazione degli esseri umani all’emancipazione e alla libertà, la loro lotta per tale emancipazione e libertà.

2 pensieri riguardo “Intersezioni”

  1. E’ la memoria che lega e collega. La grande riserva di frammenti nella mente, il molteplice catasto dell’immaginario attente corrispondenze, connessioni.

    Elisabetta Potthoff

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