Giorni contati

Peter Huchel

da: Gezählte Tage 
(Giorni contati , 1972)

Traduzione di Davide Racca
(da qui)




Ophelia

Später, am Morgen,
gegen die weiße Dämmerung hin,
das Waten von Stiefeln
im seichten Gewässer,
das Stoßen von Stangen,
ein rauhes Kommando,
sie heben die schlammige
Stacheldrahtreuse.
Kein Königreich,
Ophelia,
wo ein Schrei
das Wasser höhlt,
ein Zauber
die Kugel
am Weidenblatt zersplittern läßt.



Ofelia

Più tardi, al mattino,
verso la bianca alba,
in acque basse
lo sguazzare di stivali,
gli urti di stanghe,
un crudo comando,
sollevano la fangosa nassa
di filo spinato.
Ofelia,
non c’è regno
dove un grido
sventri l’acqua,
un incantesimo
lasci frantumare
la pallottola
sulla foglia di salice.


*


Exil

Am Abend nahen die Freunde,
die Schatten der Hügel.
Sie treten langsam über die Schwelle,
verdunkeln das Salz,
verdunkeln das Brot
und führen Gespräche mit meinem Schweigen.
Draußen im Ahorn
regt sich der Wind:
Meine Schwester, das Regenwasser
in kalkiger Mulde,
gefangen
blickt sie den Wolken nach.
Geh mit dem Wind,
sagen die Schatten.
Der Sommer legt dir
die eiserne Sichel aufs Herz.
Geh fort, bevor im Ahornblatt
das Stigma des Herbstes brennt.
Sei getreu, sagt der Stein.
Die dämmernde Frühe
hebt an, wo Licht und Laub
ineinander wohnen
und das Gesicht
in einer Flamme vergeht.



Esilio

A sera si avvicinano amiche
le ombre delle colline.
Procedono lente attraverso la soglia,
oscurano il sale,
oscurano il pane
e fanno discorsi col mio silenzio.
Nell’acero fuori,
si agita il vento:
mia sorella, l’acqua piovana,
prigioniera
nella vasca calcarea,
getta uno sguardo alle nuvole.
Vai con il vento,
dicono le ombre.
L’estate ti pianta
una falce nel cuore.
Vai via, prima che lo stigma
d’autunno bruci nella foglia d’acero.
Resta fedele, dice la pietra.
Si alza il mattino che
albeggia, dove luce e foglia
l’una nell’altra vivono,
e il viso
si strugge in una fiamma.


*


Gezählte Tage

Gezählte Tage, Stimmen, Stimmen,
vorausgesandt durch Sonne und Wind
und im Gefolge rasselnder Blätter,
noch ehe der Fluß
den Nebel speichert im Schilf.
Vergiß die Stadt,
wo unter den Hibiskusbäumen
das Maultier morgens gesattelt wird,
der Gurt gezogen, die Tasche gepackt,
die Frauen stehn am Küchenfeuer,
wenn noch die Brunnen im Regen schlafen.
Vergiß den Weg,
betäubt vom Duft des Pfeifenstrauchs,
die schmale Tür,
wo unter der Matte der Schlüssel liegt.
Zwei Schatten,
Rücken an Rücken,
zwei Männer warten im frostigen Gras.
Stunde,
die nicht mehr deine Stunde ist,
Stimmen,
vorausgesandt durch Nebel und Wind.



Giorni contati

Giorni contati, voci, voci,
preannunciati da sole e vento
e seguiti da un rumore di foglie,
ancora prima che il fiume
accumuli nebbia nel canneto.
Dimentica la città,
dove al mattino sotto gli alberi
di ibisco viene sellato il mulo,
stretta la cinghia, riempita la borsa,
le donne stanno al focolare,
quando le fontane ancora dormono nella pioggia.
Dimentica la strada,
intontita dall’odore del fiore d’angelo,
la soglia stretta,
dove sotto lo zerbino sta la chiave.
Due ombre,
dorso a dorso,
due uomini nell’erba gelida aspettano.
Ora,
che non è più la tua ora,
voci,
preannunciate da nebbia e vento.


*


Ölbaum und Weide

Im schroffen Anstieg brüchiger Terrassen
dort oben der Ölbaum,
am Mauerrand
der Geist der Steine,
noch immer
die leichte Brandung
von grauem Silber in der Luft,
wenn Wind die blasse Unterseite
des Laubs nach oben kehrt.
Der Abend wirft sein Fangnetz ins Gezweig.
Die Urne aus Licht
versinkt im Meer.
Es ankern Schatten in der Bucht.
Sie kommen wieder, verschwimmend im Nebel,
durchtränkt
vom Schilfdunst märkischer Wiesen,
die wendischen Weidenmütter,
die warzigen Alten
mit klaffender Brust,
am Rand der Teiche,
der dunkeläugig verschlossenen Wasser,
die Füße in die Erde grabend,
die mein Gedächtnis ist.



Ulivo e salice

Nella salita ripida di terrazze friabili
là sopra l’ulivo,
sul limite del muro
lo spirito delle pietre,
ancora sempre
il lieve enfiare
di argento grigio nell’aria,
quando il vento insù rivela il pallido
intradosso delle foglie.
La sera getta la sua rete sul corpo dei rami.
L’urna di luce
affonda nel mare.
Si ancorano ombre nella rada.
Nuotanti nella nebbia, imbevute
dei vapori di canne dei prati della marca,
ritornano
le madri vende dei salici,
le vecchie nodose
dal petto spalancato,
sull’orlo degli stagni,
lo sguardo oscuro di acque appartate,
scavando i piedi nella terra,
che è la mia memoria.


*


Die Nachbarn

             Für Hermann Kesten

Die Ruhe des Stroms,
das Feuer der Erde,
die leere Finsternis des Himmels
sind meine gefährlichen Nachbarn.
Der Reiher kann sich von vielen Seen
das seichte schilfige Wasser wählen,
wo er mit jähem Stoß
die Beute greift und tötet.
Nicht kann das Wasser
den Reiher wählen.
Geduldig trägt es die Furcht der Fische,
den heiseren Schrei des hungrigen Vogels.
Wasser und Reiher,
beide sind Nachbarn
von hohen Erlen,
von Rohr und Fröschen.
Geknetet in Gleichmut,
essen die Menschen, meine Nachbarn,
täglich ihr Brot.
Keiner will Asche sein.
Keinem gelingt es,
die Münze zu prägen,
die noch gilt
in eisiger Nacht.



I vicini

          (Per Hermann Kesten)

Il riposo del fiume,
il fuoco della terra,
la vuota oscurità del cielo
sono i miei pericolosi vicini.
L’airone può scegliersi di molti laghi
la bassa acqua di canneto,
dove con colpo rapido
acchiappa e uccide la preda.
L’acqua non può
scegliere l’airone.
Trasporta paziente la paura del pesce,
il rauco grido dell’uccello affamato.
Acqua e airone,
sono vicini entrambi
di ontani alti,
di canne e rane.
Gli uomini, miei vicini, mangiano
ogni giorno il loro pane,
impastato nell’imperturbabilità.
Cenere nessuno vuole essere.
Nessuno sa coniare
la moneta che vale
anche
nella notte più gelida.


*


Keine Antwort

Aufs schwimmende Nebelhaupt
der Eiche
setzt sich die Krähe.
Der Katzenbalken ist leer.
Schatten von dürrem Weingerank
an der Zimmerdecke.
Zeichen,
von eines Mandarinen Hand
geschrieben.
Das Alphabet,
das du besitzt,
reicht nicht aus,
Antwort zu geben
der wehrlosen Schrift.



Nessuna risposta

Si posa la cornacchia
sul nuotante capo di nebbia
della quercia.
Vuota è la trave del gatto.
Sul soffitto della stanza
ombre di secchi tralci d’uva.
Segni
tracciati
dalla mano di un mandarino.
L’alfabeto,
che tu possiedi,
non basta a dare
risposta alla inerme
scrittura.


*


Hubertusweg

Märzmitternacht, sagte der Gärtner,
wir kamen vom Bahnhof
und sahen das Schlußlicht des späten Zuges
im Nebel erlöschen. Einer ging hinter uns,
wir sprachen vom Wetter.
Der Wind wirft Regen
aufs Eis der Teiche,
langsam dreht sich das Jahr ins Licht.
Und in der Nacht
das Sausen in den Schlüssellöchern.
Die Wut des Halms
zerreißt die Erde.
Und gegen Morgen wühlt
das Licht das Dunkel auf.
Die Kiefern harken Nebel von den Fenstern.
Dort unten steht,
armselig wie abgestandener Tabakrauch,
mein Nachbar, mein Schatten
auf der Spur meiner Füße, verlass ich das Haus.
Mißmutig gähnend
im stäubenden Regen der kahlen Bäume
bastelt er heute am rostigen Maschendraht.
Was fällt für ihn ab, schreibt er die Fahndung
ins blaue Oktavheft, die Autonummern meiner Freunde,
die leicht verwundbare Straße belauernd,
die Konterbande,
verbotene Bücher,
Brosamen für die Eingeweide,
versteckt im Mantelfutter.
Ein schwaches Feuer nähre mit einem Ast.
Ich bin nicht gekommen,
das Dunkel aufzuwühlen.
Nicht streuen will ich vor die Schwelle

die Asche meiner Verse,
den Eintritt böser Geister zu bannen.
An diesem Morgen
mit nassem Nebel
auf sächsisch?preußischer Montur,
verlöschenden Lampen an der Grenze,
der Staat die Hacke,
das Volk die Distel,
steig ich wie immer
die altersschwache Treppe hinunter.
Vor der Keilschrift von Ras Schamra
seh ich im Zimmer meinen Sohn
den ugaritischen Text entziffern,
die Umklammerung
von Traum und Leben,
den friedlichen Feldzug des Königs Keret.
Am siebenten Tag,
wie IL der Gott verkündet,
kam heiße Luft und trank die Brunnen aus,
die Hunde heulten,
die Esel schrieen laut vor Durst.
Und ohne Sturmbock ergab sich eine Stadt.



Hubertusweg

Mezzanotte di marzo, disse il giardiniere,
venivamo dalla stazione
e vedemmo svanire nella nebbia la luce di coda
dell’ultimo treno. Uno uscì dietro di noi,
parlavamo del tempo.
Il vento rovescia pioggia
sul ghiaccio degli stagni,
l’anno lentamente si volge in luce.
E nella notte
il sibilare delle serrature.
La rabbia dello stelo
lacera la terra.
E verso il mattino la luce
rimesta il buio.
I pini rastrellano nebbia dalle finestre.
Lì sotto,
meschino come fumo di tabacco stantio,
sta il mio vicino, la mia ombra
sull’orma dei miei piedi, quando esco di casa.
Oggi armeggia alla maglia del filo metallico arrugginito,
sbadigliando scoraggiato
nella pioggia vaporizzata da nudi alberi.
Cosa gliene viene, se trascrive sul quaderno blu
in ottavo la ricerca, le targhe delle auto dei miei amici,
spiando la strada facilmente vulnerabile,
il contrabbando,
i libri vietati,
briciole per le viscere,
nascoste nella fodera del cappotto.
Nutre con un ramo un flebile fuoco.
Non sono venuto
a rimestare il buio.

Non voglio spargere davanti alla soglia
le ceneri dei miei versi,
per bandire l’ingresso di cattivi spiriti.
In questo giorno
di fradicia nebbia
sull’uniforme sassone-prussiana,
fanali spenti alla frontiera,
lo stato la scure,
la gente il cardo,
come sempre discendo
la decrepita scala.
Davanti ai caratteri cuneiformi di Ras Shamra
vedo mio figlio nella stanza
decifrare il testo ugaritico,
l’avvitamento
di sogno e vita,
la pacifica spedizione del re Keret.
Al settimo giorno,
come annuncia il dio IL,
giunse aria ardente e prosciugò le fonti,
ululavano i cani,
gli asini ragliavano forte per la sete.
E senza testa di ariete una città si arrese.



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