Frammenti per un critico (2)

Marco Ercolani

L’esperienza dell’impossibile.

Frammenti per un critico

Seconda parte

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«Diceva giustamente Flaubert che “la vita è tollerabile solo a condizione di non esserci mai”. Il problema è quello di trovare il modo più efficace, o meno dannoso, per ottenere tale risultato. Da parte sua, l’autore francese ne indicava uno, lo scrivere, “dannata mania” che è però nel contempo un “caro tormento”. E concludeva: “Senza di esso, occorrerebbe morire”». In questo frammento, citando Flaubert, Giuseppe Zuccarino osserva come si possa vivere non vivendo, restando ai margini della intollerabile esistenza subìta giorno per giorno. Una maniera efficace è quella di sparire nel tormentoso incanto della scrittura, nelle sue nebbie, dannandosi nel lavoro rigoroso, ostinato e solitario al fine di raggiungere una qualche incerta bellezza. Delle opere del Louvre, Alberto Giacometti diceva che sono «un tentativo abbastanza miserevole, così precario, un approccio balbuziente attraverso i secoli, in tutte le possibili direzioni, ma estremamente sommarie, primarie, ingenue, di circoscrivere un’immensità formidabile». Lo scrittore, come l’artista, sa che ogni opera non è altro che un tale abbozzo sommario. Tuttavia impugna il cucchiaio per svuotare il mare, immensità variabile e sempre sfuggente. Mentre fa questo, non vede più l’“intollerabile vita” ma solo il proprio ascetico destino, la tensione verso una “scrittura impossibile”.

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«C’è qualcosa di assurdo nell’innalzare, attraverso un lavoro di anni, degli edifici di parole, preoccupandosi di costruirli con cura, come se dovessero resistere al tempo, pur sapendo benissimo che già ora solo pochi lettori prestano attenzione ad essi. E tuttavia non è lecito fare altrimenti, perché proprio in questo consiste l’etica della scrittura». Lo scrittore dovrebbe avere la lucidità consapevole di vivere come assurdo ogni lavoro della parola che confidi nell’eternità della sua sopravvivenza. Zuccarino non protegge la figura dello scrittore: la espone all’inflessibilità del suo inesauribile compito, che è quello di essere testimone del proprio tragico essere-nel-mondo. Trasfondere nella scrittura la necessità di quel fare arte di fronte alla morte che l’imperscrutabile teatro di Kantor mostra con il massimo di maschere e il minimo di veli, è la scena originaria da cui non si fugge. Eppure le illusioni, anche se smascherate fin dall’inizio, perdurano sempre, come Leopardi ricorda con incantata fermezza: «Non basta conoscer tutto per perderle, ancorché sapute vane. E perdute una volta, né si perdono in modo che non ne resti una radice vigorosissima, e continuando a vivere, tornano a rifiorire in dispetto di tutta l’esperienza, e certezza acquistata. […]Le illusioni, come ho detto, durano ancora a dispetto della ragione e del sapere». Ogni orgoglio autoriale va deposto a favore di una sensibilità esasperata alle rifrazioni del pensiero e alle illusioni del linguaggio, oltre i confini di ogni tempo.

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«La scrittura frammentaria, in quanto si nutre di altri testi, rispecchia il meccanismo stesso della lettura: accade spesso che, all’interno di un‘opera magari molto vasta, la memoria individuale conservi, a scapito di tutto il resto, una certa frase, consentendole però di essere rivitalizzata attraverso il reimpiego. Come osserva Barthes, “ciò che resta del Libro, è la citazione (in senso molto generale): il frammento, il rilievo che viene trasportato altrove”». Se talvolta, nella memoria, ciò che rimane di un libro è unicamente una scheggia o una citazione, il critico può indurci a credere che, anche ricordandone una sola frase, possiamo evocare I fratelli Karamazov o Alla ricerca del tempo perduto e convivere con la letteratura come “sogno di un sogno”. Si tratta di lasciarsi trasportare in un “altrove”, ma di quell’altrove è indispensabile fare esperienza, cominciando a conoscere non ciò che siamo ma ciò che potremmo essere. «Foucault ha spiegato in modo assai preciso perché una persona scelga di dedicarsi alla scrittura. “Non vi sarebbe forse alcun senso ad impegnarsi a fare dei libri se questi non dovessero insegnare a chi li scrive qualcosa che non sa, condurlo là dove non aveva previsto e permettergli di stabilire con se stesso uno strano e nuovo rapporto. La fatica e il piacere del libro consiste nell’essere un’esperienza”».

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«Scrivere è il tentativo, necessariamente mancato, di rimediare all’irrimediabile». E se questo “irrimediabile” fosse l’adynaton di cui parla Giorgio Manganelli? «Possiamo definire la letteratura un adynaton, un impossibile, trasformandola tutta intera in una figura retorica». Perché non in un interminabile apocrifo? L’opera letteraria è un artificio che racchiude al suo interno, ma all’infinito, altri artifici. Se la pratica della citazione incita, sollecita e soprattutto chiama a rispondere, il testo apocrifo testimonia ciò che certi scrittori hanno sempre presentito: che il mondo è funestato da irrimediabili soprusi e che solo un racconto “impossibile”, un atto di giustizia postumo, può correggerli, come il tentativo, mancato ma poetico, di “rimediare all’irrimediabile”. La vittoria della finzione è la vittoria della pluralità dei mondi, che il gesto letterario, nello stato indefinibile dell’opera, continua a generare contro ogni rigido dogma.

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«“Non voglio leggere più nessun autore di cui si noti che volle fare un libro: ma solo quelli i cui pensieri divennero improvvisamente un libro”. Il problema che Nietzsche pone dal punto di vista del lettore esiste evidentemente anche per l’autore. Quest’ultimo non padroneggia mai del tutto il rapporto con i propri scritti, dunque non può programmarli con largo anticipo affinché vadano a comporre un libro. Deve invece attendere, sperando che prima o poi siano gli scritti stessi a trovare (per così dire da soli) la giusta collocazione nell’ambito di un volume. L’attesa può risultare frustrante, a livello psicologico, ma evidenzia come la nascita di un libro sia un evento imprevedibile, capace di cogliere sempre un po’ di sorpresa lo scrittore stesso». Il momento in cui “i pensieri divennero improvvisamente un libro” è fondamentale. Si può costruire un testo con lentezza, scegliere scrupolosamente le parole, dosare i ritmi, sforzarsi di prefigurare il volume futuro, essere pazienti e attenti, ma c’è un attimo, che paragonerei a una ventata improvvisa e imprevedibile, in cui si sa che determinati pensieri “saranno” un libro, e lo saranno in quella forma esatta, che non è mai decisa soltanto dalla ragione. La ragione cerca e l’intuizione trova, perché il tempo della scrittura è sempre un tempo “poetico”, dove filosofia e poesia sono porte che conducono verso chissà quali luoghi. La “nascita di un libro” consiste nel capire, in modo fulmineo, ciò che serve e ciò che non serve all’opera affinché sia efficace. Solo allora, di colpo, vediamo mentalmente il nostro libro futuro come lo vedrebbe un lettore possibile.

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«Jacques Dupin, nel 1961, osservava che Giacometti “non cessa di guardare e di rappresentare quel che vede, in tutte le circostanze e in ogni momento della sua vita, anche quando non ‘lavora’. Al caffè disegna sul giornale, e se non dispone di un giornale, fa scorrere il dito sul marmo del tavolino, e se la mano è occupata l’occhio disegna sempre”. Ciò era vero a tal punto che, persino quando l’artista sarà ormai morente, Diego potrà sentirsi ancora una volta “disegnato” da lui: annota infatti che “Alberto non vedeva il fratello accanto al suo letto di morte ma sembrava cercare di capire com’era fatta la testa del modello che aveva davanti a sé e, come tutte le sere della sua vita, anche quella sera forse, proprio nel momento in cui cominciava a vederci un po’ più chiaro, era ora di andarsene”». Capita che l’artista non sia letteralmente in grado di vedere il mondo così com’è. Che vi si aggiri, lo usi e anche lo ami, ma come un sonnambulo. Dobbiamo seguirlo noi, non allo scopo di riportarlo suuna presunta“retta via”, ma per imparare qualcosa dal suo smarrimento. Ogni ossessione inventa terre nuove. Se osserviamo certe copie di Giacometti da quadri classici, esposti al Louvre o in qualche altro museo, abbiamo la sensazione che tutti quei quadri siano un frammento della sua opera, perché lui li vede così. Questa è la forza segreta dell’artista: non restare chiuso nel recinto di sguardi abituati a scrutare sempre gli stessi orizzonti, ma cercare continuamente ciò che sfugge e continuerà a sfuggire. È quel che accadeva a Cézanne quando raffigurava infinite volte la montagna Sainte-Victoire, trasformando le proprie differenti visioni del monte provenzale nei simboli concreti di una nuova età della pittura.

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«“La verità è personale” (René Char). Possiamo dire nostro solo ciò su cui non siamo disposti a transigere». L’“intransigenza” è la sola qualità richiesta al lettore per vagare tra questi frammenti, che vedono la continua presenza di poeti, filosofi e artisti, colti in un attimo significativo del loro dialogo con la pagina o con il mondo. Condividere l’intransigenza del critico è vivere il loro dialogo con noi, pagina dopo pagina, come un archivio vivente, usando il “già detto” non come reperto del passato ma come spunto per un progetto futuro. L’inflessibile limpidezza del dire diventa una virtù etica che si avvicina al “coraggio della verità” come lo intende Foucault, ossia alla parresia del parlare senza maschere. Ma questo “dire”, che sfida le oscurità del “tacere”, si concretizza, in senso proprio, solo nell’atto della scrittura.

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«Chi scrive è sospinto dall’illusione di poter uscire, prima o poi, dall’opera che sta scrivendo. Ma di fatto, come avvertiva Jabès, le cose non sono mai così semplici, giacché “quando si lascia il libro, non lo si lascia: si abita la sua assenza”. Ed è proprio in questo spazio vuoto che si finisce per edificare, a poco a poco, un altro fragile edificio di parole, ancora e sempre diverso dal libro sognato, necessario e irraggiungibile». Scrivere è trovarsi in mezzo al rombo di una cascata o nel brusìo di una folla, sperando di mettere fine al rumore con la propria voce distinta. Ma rombo e brusìo sono incessanti. L’attimo in cui la voce esiste è breve, e va annotato sul foglio, perché non se ne smarrisca la memoria. Il libro, sempre irraggiungibile, viene ogni volta raggiunto da testimoni parziali, ognuno dei quali traccia il proprio segno. Non si esce mai dall’opera perché si è sempre all’opera, o riflettendo o scrivendo. Lanciando sempre la propria sfida all’impossibile.

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«Il foglio bianco, anche se sembra quieto e bastante a se stesso, attende qualcosa che lo alteri, mutandone la natura. Come diceva Hölderlin, “la roccia ha bisogno di fenditure / E di solchi la terra”». Non esiste una scrittura che non sia felicemente incrinata dal dialogo. Per il tempo in cui il dialogo dura, la mano non trema, gli elementi si calmano, il mondo smette di franare. La scrittura – questo sonno o sogno paradossale – ha il merito di farci sentire, talvolta, invulnerabili. Al di là di questo c’è solo l’accartocciarsi della carta nella luce del fuoco: una luce diretta, non in aenigmate. La ricerca di Zuccarino è la fede ossessiva nell’inafferrabilità dell’opera. E intanto, mentre quella sfugge come Medusa davanti allo scudo di Perseo, occorre continuare a scrivere, per chissà chi. «Forse la vera scrittura, la più difficile, è quella che si rivolge, indirizza e destina a qualcuno che non può più leggerla».

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Nota

Le citazioni sono tratte dai tre libri di frammenti di Giuseppe Zuccarino: Insistenze (Genova, Graphos, 1996), Grafemi (Novi Ligure, Joker, 2007), Rifrazioni e altri scritti (ivi, 2017).

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