A. D. 2035

Roberto Bolaño

Traduzione di Francesco Marotta
(da qui)
(a L. M. & D. S.)

“mi carne aún seguía soñando” 

 

LA MIA VITA NEI TUBI DELLA SOPRAVVIVENZA

Poiché ero pigmeo e giallo e di gradevole aspetto
e poiché ero accorto e per niente propenso a farmi torturare
in un luogo di lavoro o in una cella ovattata,
mi misero all’interno di questo disco volante
e mi dissero vola e va incontro al tuo destino. Ma quale
destino avrei incontrato? La maledetta navicella sembrava
l’olandese errante per i cieli del mondo, come se
volessi evadere dalla mia minorazione, dal mio scheletro
particolare: uno sputo in faccia alla Religione,
una pugnalata di seta nella schiena della Felicità,
nutrimento della Morale e dell’Etica, la fuga lontano
dai miei fratelli aguzzini e dai miei fratelli sconosciuti.
Tutti esseri umani, alla fine, e desiderosi di sapere, tutti orfani
e giocatori ciechi sull’orlo dell’abisso. Però tutto questo
dentro il disco volante non poteva che lasciarmi indifferente.
Una cosa distante, o di scarsa importanza.
La virtù più grande della mia specie traditrice
è il coraggio, forse l’unica vera, evidente fino alle lacrime
e agli addii. E coraggio era ciò di cui avevo bisogno chiuso
nel disco, che lasciava stupefatti gli agricoltori e gli ubriachi
finiti nei canali. Coraggio invocavo, mentre la maledetta navicella
brillava tremula sopra quartieri e parchi che per un passeggiatore
sarebbero enormi, ma che per me erano solo tatuaggi senza senso,
parole magnetiche e indecifrabili, appena un gesto
insinuato sotto il mantello di lontra del pianeta.
Mi ero forse trasformato in Stefan Zweig e vedevo avvicinarsi
il mio suicidio? Riguardo al quale, la freddezza della navicella
era un segno inconfutabile, eppure a volte sognavo
un paese caldo, un terrazzo e un amore fedele e senza speranza.
Le lacrime che poi spargevo rimanevano sulla superficie
del disco per giorni, testimonianza non del mio dolore, ma di
una sorta di poesia esaltata che, ogni volta, sempre più spesso
mi serrava il petto, le tempie e i fianchi. Un terrazzo,
un paese caldo e un amore dai grandi occhi fedeli
che avanzava lentamente attraverso il sogno, mentre la navicella
lasciava tracce di fuoco sull’ignoranza dei miei fratelli
e sulla loro innocenza. E un globo luminoso eravamo io e il disco
sulla retina dei poveri contadini, un’immagine vanescente
che non avrebbe detto mai abbastanza del mio desiderio
né del mistero che era l’origine e lo scopo
di quell’incomprensibile congegno. Così fino al termine 
dei miei giorni, sottomesso all’arbitrio dei venti,
sognando a volte che il disco si schiantasse in una zona montuosa
dell’America e che il mio cadavere quasi senza macchia si levasse
per offrirsi all’occhio di vecchi montanari e storici:
un uovo in un nido di metallo contorto. Sognando
che io e la navicella concludessimo la danza peripatetica,
la nostra misera critica della Realtà, in una collisione indolore
e anonima in qualcuno dei deserti del pianeta. Morte
che non mi portava il riposo, perché anche dopo che si era corrotta
la mia carne continuava ancora a sognare.
MI VIDA EN LOS TUBOS DE SUPERVIVENCIA

Como era pigmeo y amarillo y de facciones agradables
y como era listo y no estaba dispuesto a ser torturado
en un campo de trabajo o en una celda acolchada
me metieron en el interior de este platillo volante
y me dijeron vuela y encuentra tu destino. ¿Pero qué
destino iba a encontrar? La maldita nave parecía
el holandés errante por los cielos del mundo, como si
huir quisiera de mi minusvalía, de mi singular
esqueleto: un escupitajo en la cara de la Religión,
un hachazo de seda en la espalda de la Felicidad,
sustento de la Moral y de la Ética, la escapada hacia adelante
de mis hermanos verdugos y de mis hermanos desconocidos.
Todos finalmente humanos y curiosos, todos huérfanos y
jugadores ciegos en el borde del abismo. Pero todo eso
en el platillo volador no podía sino serme indiferente.
O lejano. O secundario. La mayor virtud de mi traidora especie
es el valor, tal vez la única real, palpable hasta las lágrimas
y los adioses. Y valor era lo que yo demandaba encerrado en
el platillo, asombrando a los labradores y a los borrachos
tirados en las acequias. Valor invocaba mientras la maldita nave
rielaba por guetos y parques que para un paseante
serían enormes, pero que para mí sólo eran tatuajes sin sentido,
palabras magnéticas e indescifrables, apenas un gesto
insinuado bajo el manto de nutrias del planeta.
¿Es que me había convertido en Stefan Zweig y veía avanzar
a mi suicida? Respecto a esto la frialdad de la nave
era incontrovertible, sin embargo a veces soñaba
con un país cálido, una terraza y un amor fiel y desesperado.
Las lágrimas que luego derramaba permanecían en la superficie
del platillo durante días, testimonio no de mi dolor, sino de
una suerte de poesía exaltada que cada vez más a menudo
apretaba mi pecho, mis sienes y caderas. Una terraza,
un país cálido y un amor de grandes ojos fieles
avanzando lentamente a través del sueño, mientras la nave
dejaba estelas de fuego en la ignorancia de mis hermanos
y en su inocencia. Y una bola de luz éramos el platillo y yo
en las retinas de los pobres campesinos, una imagen perecedera
que no diría jamás lo suficiente acerca de mi anhelo
ni del misterio que era el principio y el final
de aquel incomprensible artefacto. Así hasta la
conclusión de mis días, sometido al arbitrio de los vientos,
soñando a veces que el platillo se estrellaba en una serranía
de América y mi cadáver casi sin mácula surgía
para ofrecerse al ojo de viejos montañeses e historiadores:
Un huevo en un nido de hierros retorcidos. Soñando
que el platillo y yo habíamos concluido la danza peripatética,
nuestra pobre crítica de la Realidad, en una colisión indolora
y anónima en alguno de los desiertos del planeta. Muerte
que no me traía el descanso, pues tras corromperse mi carne
aún seguía soñando.

1 commento su “A. D. 2035”

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