Il sogno e il vento (1)

Yves Bergeret

Il sogno e il vento
Tre creatrici in arte tessile

I.
Nâna Mistreveli

Le rêve et le vent 
 Trois créatrices en art textile

Traduzione di Francesco Marotta

Nâna Mistreveli

Mariam Partskhaladze vive e crea da una ventina d’anni  a Die. Ogni volta che torna a Tbilisi va a trovare Nâna Mistreveli che conosce dal 1994. Nâna è nata negli anni Cinquanta; Mariam, della generazione successiva, ne ammira l’intenso lavoro di ricamatrice, la totalità dei progetti, le audacie da demiurgo ammaliatore. Nel 2006 le due artiste del tessile hanno iniziato a collaborare alla Biennale del Design a Saint Etienne. Qualche anno prima Mariam aveva pensato di proporre a Nâna di realizzare qualche opera insieme.

La fonte di ispirazione di Nâna Mistreveli? Eccola: quarant’anni fa Nâna, ricoverata d’urgenza, fece un sogno visionario: su un quadro sontuoso le «appare» santa Nino, l’evangelizzatrice della Georgia; due fagiani, simboli della città di Tbilisi, incorniciano l’apparizione. Questo sogno visionario non la abbandona. Proprio come san Luca l’evangelista che si fa, secondo la leggenda, dettare in sogno la creazione dell’icona della Madonna col bambino, icona tra le più sacre per l’ortodossia (cfr. anche qui, Il sogno di San Luca); nel corso dei secoli i pittori di icone hanno il compito di ripetere scrupolosamente il modello originale «rivelato». Ma il contesto sovietico di allora, non fosse altro che per le innumerevoli ristrettezze, rende difficile dipingere un quadro di Santa Nino. Improvvisamente Nâna capisce che deve ricamare la sua visione. Strappa una veste, altri abiti, delle lenzuola. Con l’ago e tutti i fili colorati scaturiti dalle profonde lacerazioni, fora e buca e tende e perfora ancora e tende e traccia e fora e insiste e finalmente disegna la santa: un quadrato ricamato di 80 cm di lato, ma l’ha realizzato disponendolo di punta e ne ha ricavato un rombo.

Così inizia l’opera infaticabile di Nâna. Sui muri e i mobili di casa sua, ovunque, ci sono ricami semplici o molto grandi, da ogni parte. Nâna continua a sfilacciare, a lacerare, a sfilacciare fino a ricavarne i fili originari. Allora li passa uno a uno attraverso la cruna dell’ago. Poi fora il tessuto che farà da fondo, tira l’ago che si trascina il filo, fora e tira. Ferisce e sutura, buca e lega, fora e poi tende e disegna punteggiando lunghi racconti di fili di ogni sorta, che zoppicano insieme, balbettano insieme, canticchiano insieme. Oh, a prima vista, il ricamo di Nâna non si presenta raffinato e delicato; ma lei è ostinata, insaziabile, quasi bellicosa e maestosa nei suoi bei gesti di forare e tirare il filo all’infinito. Raffinatezza e delicatezza? Sì, certo, ma riguarda le sfumature colorate, estremamente ricche. Nâna, demiurgo. Demiurgo a cui il tempo non viene computato perché il gesto delle dita e del polso è il tamburellare sordo della creazione affannosa che, sporgendosi sul normale rettangolo di tessuto da ricamare, fa vacillare il sonno e proietta il vento sulle alte erbe del giardino.

Mariam mi mostra uno dei grandi ricami di Nâna: le ha detto che si tratta del Volto di Cristo (di circa un metro per 220 cm), un paesaggio-ritratto dove non sono visibili che margherite ripetute su uno sfondo blu, senza alto né basso. Astrazione del divino incarnato unicamente nel fiore solare moltiplicato, velo di Veronica delll’irrappresentabile, immagine policentrica e orientabile nella direzione desiderata, fertilità, generazione perpetua, creazione senza fine di una fioritura robusta e intensa, insomma la bellezza ortodossa che si espande all’infinito. Ebbrezza.

Ecco Il bouquet (58 cm di altezza per 75) nel quale all’inizio ho visto un albero in fiore; o forse un Roveto Ardente? La fioritura prolifera, gioiosa, sempre in espirazione e raramente in regresso o inspirazione. I fili spessi e ispidi, flessibili e ben poco tesi, picchiettano in silenzio la creazione dell’albero-bouquet magico, che un vento imminente, uno Spirito Santo?, gonfierà e tenderà come una vela multicolore per solcare l’universo. Se avvicinate lo sguardo, eccovi tra le fronde-mondo in un proliferare di vitalità colorata. Macrocosmo a forma di galassia generata dal microcosmo a forma di bouquet.

Ecco La casa dei miei sogni (57 cm di altezza per 110): la casetta fluttua su un campo strabordante di fiori. Sembra una piccola gabbia di legno per uccelli sospesa sopra un prato primaverile. Alcuni fili blu obliquamente ascendenti rappresenterebbero il vento, o la corrente leggera di un’acqua lustrale che dispone ogni cosa in un’aurora distesa, perché ogni filo è ricamato senza forte tensione e sembra quasi allentato; dispone ogni cosa in un’aurora che resta comunque tesa, perché questo soffio di azzurro passa, passa sopra ogni cosa: si tratta solo di vento, è il passaggio del pensiero, il richiamo della libertà? il riflesso misterioso di un cielo ventoso nello specchio della terra promessa?

Ecco Il nido (81 cm di altezza per 95) che si ispira, dice Nâna, a un Gauguin del periodo di Pont-Aven, senza dubbio per la sua gamma di colori. Di nuovo esuberante è la fioritura del suolo. Decentrato, come un intruso o un oscuro mistero che entra sulla scena del mondo, l’albero appare a metà, a sinistra, scuro, invernale, in contrasto con la primavera edenica del terreno fiorito. Un inverno quasi minerale, che Nâna evidenzia attraverso un abbondante intreccio di fili di rafia marrone: un paradosso! Ma l’albero allunga uno sproporzionato ramo bruno che ospita un nido bianco proprio al termine della sua estensione. Quasi privo di colore: il nido è promessa di nascita, di primavera di eterni colori a venire, di resurrezione permanente della vita.

L’asino e il fiore (100 cm di altezza per 130), forse ispirato a Nâna da un antico racconto, suggerisce immediatamente una storia. Nel semicerchio centrale una bolla virginale mette in contrapposizione, se guardati frontalmente, un misero albero spoglio a un asino di profilo, entrambi neri. L’asino contempla un fiorellino colorato sul terreno. Tutto è immobile. Un asino contemplatore? Un asino artista? Un asino affamato che si trattiene dal mangiare l’unico fiore sulla neve o nel deserto?

Tutto intorno, però, non ci sono che movimenti rettilinei o tracce di movimenti, visti dall’alto. Lunghe linee colorate dalla punta molto ampia: tracce di zampe di gabbiani sulla spiaggia all’alba del mondo? Impronte nella neve di creature colorate che hanno corso danzando velocemente da sinistra a destra? E già, semplicemente, tracce della mano che ricama, un demiurgo tenero e rapido che abbozza senza sosta la polifonia dell’universo, come un Clavicembalo ben temperato. L’asinello e il piccolo fiore, mimando l’immobilità prima di quale cruento duello?, sono forse loro che liberano, sciolgono, legano, incastrano, dispiegano, allungano, stringono, tendono e distendono una rete visionaria dove tempo e destino piegano insieme le loro schiene prima, probabilmente, di saltare.

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