Lo scavo

Maurizio Perugi

LO SCAVO

Tratto da
Giannino di Lieto - Atti del Convegno 
(Verona, Anterem, 2008)

Le radici dell’attività poetica di Giannino di Lieto si situano agevolmente tra i due poli di una biografia personale dai contorni tanto trasparenti quanto tenaci.

A sud la costa amalfitana con Minori, Villa Marmorata, i resti della villa romana, le cartiere della campagna circostante. A nord la montagna pistoiese, con quelle case bianche che, disperse a gruppi sulle pendici dell’Appennino, si ritrovano già nelle brevi poesie scritte agli inizi della sua carriera letteraria.

È quasi una rarità il volumetto Poesie edito nel 1969 da Rebellato, con presentazione di Salvatore Valitutti (queste Poesie Giannino le ricordava con una specie di tenerezza ironica). Vi si scopre, o riscopre, un di Lieto dichiaratamente ungarettiano, che rivela il proprio modello con una sorta di franchezza quasi provocatoria. Ne è esempio questa poesia, intitolata Ogni notte un lupo:

Dalla casa del tempo
un figlio
scappa ogni giorno
ogni notte
un lupo
ghermisce un bambino
l’uccide
il sangue
scorre nel fiume.

Il bambino è la chiarità della luce, il lupo che l’uccide è la notte che scende, il sangue è il rosso del tramonto, tutto nella più pura linea di un surrealismo di remota ascendenza barocca, che con l’ermetismo di Ungaretti ha sempre fatto, si sa, bon ménage.

Né sorprende, per altro verso, ritrovare un’eco del D’Annunzio paradisiaco (il cavo della mano che riproduce, a sua volta, un sintagma del parnassiano Banville) in un’altra breve poesia, intitolata Un foglio di carta azzurro:

Una culla d’acqua
catturata al fiume
fra macigni bianchi
uno specchio:
mi vedo bambino
in ginocchio
a dissetare
nel cavo della mano.

dove scopertamente ermetico è, ancora una volta, il tessuto retorico di base, con le consonanze minime tra acqua e bianchi, specchio e ginocchio, bambino e mano: ma già la diatesi di dissetare, verbo usato assolutamente in luogo di dissetarsi, anticipa una delle idiosincrasie linguistiche proprie al di Lieto più maturo (echi dannunziani affiorano, del resto, anche in Indecifrabile perché, in particolare nella poesia dal titolo Il sole asciutto, il cui attacco introduce una nota di scoperta tenerezza, rarissima nella poesia dell’autore: Forse stasera / mi dirai dolci parole).

Un piccolo reperto di limpidità post-pascoliana è, infine, il bozzetto intitolato I poveri portano gli zoccoli di legno:

Alle quattro del mattino
una voce chiama
risponde una voce
dalla capanna
s’accende una luce
si spegne
sulla cadenza chiara
dei passi sul basalto.

dove l’essenzialità retorica diventa ancor più scoperta (chiama e chiara, con l’intermediazione di capanna; voce e luce), mentre il paratesto, ossia il titolo, s’incarica di disvelare il contenuto morale e sociale di questa immagine, apparentemente di grado zero. Del resto, quest’eco lontana di pascoliane ciaramelle persiste nella raccolta successiva, dove lampa / nelle camere notturne / sotto travi / vento d’ombre smaga (titolo della poesia: Proporzioni).

Pubblicato appena un anno dopo il primo volume di poesie, che raccoglie testi cronologicamente distanti fra loro, alcuni dei quali considerevolmente arcaici, Indecifrabile perché del 1970 figura in certo modo come una tappa intermedia nel cammino che conduce alle raccolte della maturità. L’attaccamento al verso breve comincia a sfaldarsi nella ricerca di spezzature e di sillabazioni, la cui durata tende ormai a prolungarsi. La codificazione linguistica resta, però, essenzialmente disposta sull’asse metaforico, come mostra Notte per urna, il testo che scegliamo a titolo d’esempio:

Cranio dissepolto d’una cifra quando scandiva verdi arterie
l’antinomia del sangue
o falso errante la terra come seme
ulcerata dal silenzio
Noi
lo vedemmo che s’increspa
martello d’amen distenda le preghiere.

Il cranio dissepolto (lo scavo è un mito centrale nella poesia di Giannino) è analizzato secondo i canoni di una anatomia surreale: l’essere umano cui appartenne è definito come una cifra della quale si evocano quelle che furono le pulsazioni del sangue. Il doppio termine metalinguistico, antinomia e scansione di verdi arterie, attesta fin da ora nell’autore la vocazione per le linee esatte, quasi matematica: la stessa che, nella stessa raccolta, gli suggerisce formule altrettanto perentorie, come il teorema dell’esistenza che specchia volti grondanti, oppure la lente che converge il definitivo / nel cranio dell’ipotesi.

Dopo questo primo tentativo di definizione dell’oggetto, un altro segue, nel quale il cranio è assimilato a un falso che, a guisa di seme, attraversa in profondità la terra, ulcerandola in silenzio (si noti l’arditezza dell’intreccio sintattico).

Ed ecco scaturire la visione improvvisa, Noi / lo vedemmo che s’increspa: il pulsare misterioso del cranio diventa ora un incresparsi, un corrugarsi, come di materiale che improvvisamente si anima di una morte-vita inquietante che solo l’amen delle preghiere, martellato come un ritornello, è in grado di distendere, o meglio di scongiurare.

L’amen martellato che diventa martello d’amen appartiene anch’esso alla più autentica tecnica barocca e surrealista. La raccolta, del resto, spesseggia di operazioni di questo tipo: il giorno è un Bidone rovesciato che scola d’ingordigia; la notte accende le piccole storie / a mucchi d’alba; ancora la notte è un occhio che l’ostro annuvola / in falce d’ore. Altrove, l’occhio è un lampo della notte / animalesca.

E sempre Indecifrabile perché, quasi sulla soglia di un rinnovamento metrico che si esprimerà nella scansione, fra assorta e allucinata, di versi lunghissimi, contiene quello che è forse il più bell’endecasillabo di Giannino:

disancorato vivere in deriva

semanticamente preparato dalle immagini del fiume e della pioggia che occupano i versi precedenti (titolo della poesia: L’ombra intorno). L’accento principale sulla sesta sillaba, in corrispondenza di una cesura femminile, caratterizza, nella stessa raccolta, altri endecasillabi emblematici, come Il grido si è spellato sulla bocca o seduti nell’orecchio ad ascoltarci, o ancora passandomi le mani fra i capelli.

Ma saranno gli ultimi. A questa altezza, la ricerca di Giannino si svolge ancora, come dicevo, sul terreno della conversione metaforica; ma già la contorsione sintattica e l’incrociarsi dei piani semantici annuncia la tecnica delle raccolte successive, in cui l’intervento si fa non più sul paradigma, bensì sul sintagma e la combinazione lessicale.

Personalmente, ho sempre considerato Punto di inquieto arancione la raccolta più classica (nel senso di più rappresentativa) della poesia di di Lieto; e, all’interno di questa, la poesia Deduzione al blu, autodatata Luglio 1971, ossia due anni appena dopo la pubblicazione del volumetto di Rebellato. Si presenta qui, come all’improvviso, l’autore nella piena maturità del suo linguaggio, col verso lungo memore a suo modo della tradizione esametrica (e del versicle di Whitman), l’eliminazione sistematica dei connettori e delle concordanze grammaticali, il gioco delle associazioni liberamente fluttuanti. Nel decorrere del discorso poetico, l’assenza di pause logiche libera la compresenza di più messaggi virtuali, che s’intrecciano in aggregazioni varie e alternative fra loro. Restano visibili le partizioni determinate dai campi semantici di volta in volta utilizzati: dapprima una nana bianca perduta in giochi di chilometri sullo sfondo di tracce di costellazioni; l’oscurità incantata dell’universo che irradia messaggi di silenzio e misteri di comunicazione al cielo, dove l’azzurro stellare si confonde ormai con un altro tipo di blu, quello che si trova nelle profondità sottomarine: uno spazio vuoto nell’oscurità / nonostante trasparenze proprie del nuotatore subacqueo. Il cuore della poesia è certo in questi cinque lunghissimi versi:

contempla eventi lontani dove strappa storie dal cuore
una raffica come un’enorme nave dai boccaporti chiusi
il tempo di prendere contatti altri angeli o dèmoni
forniscono una base per decifrare codici agli uomini verdi
viaggiatori di una grande solitudine una stella il nostro carro ...

Il probabile soggetto è un turno d’idee, diciamo una sequenza d’immagini messe in fila dal pensiero, che contemplando il cielo si perde nella visione di eventi remoti e favolosi (la memoria improvvisa è come una raffica che, simile all’irruzione di una nave enorme, strappa memorie favolose, storie, dalle radici del cuore). A questa prima fulgurazione succede l’effettivo contatto con i misteriosi viaggiatori della solitudine stellare, sullo sfondo dell’Orsa maggiore: non si sa se angeli o dèmoni, ma esseri comunque in possesso della chiave capace di decifrare codici misteriosi. Il termine indica chiaramente che l’evocazione celeste, tutt’altro che fine a se stessa, è in realtà uno strumento per scardinare i codici che stanno alla base della realtà storica ed esistenziale, una chiave di lettura che ricorre a modelli quasi matematici. Così l’opposizione fra gli uomini verdi e il successivo rosso collegato a un castello medioevale (il Lapo ci- tato fra parentesi non può non ricordare lo stilnovista amico di Dante) si neutralizza in un processo di deduzione al blu, che dà appunto il titolo alla poesia, e poi nella traiettoria – anch’essa implicitamente celeste – di una palla difuoco che corre lontano […] in scala d’altissime velocità per una geometria dimaschere. Matematica o geometria e processi deduttivi, estremo retaggio di una tecnica che spinge ormai al limite il processo di scomposizione della realtà.

(…)

Continua a leggere qui l’intero saggio e una scelta di testi:

Maurizio Perugi – LO SCAVO

1 commento su “Lo scavo”

  1. Pur tra un’elegante e sinuosa analisi poetica, è sempre una gioia dell’animo rileggere la profondità dei versi di Giannino Di Lieto . L’Arte salverá sempre l’uomo dal declino delle civiltà.

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