Prolegomeni alla Nòva Fiorenza

Il testo che potete leggere di seguito, redatto dal cronachista ufficiale, nonché lucidaparole personale del Minor Duca in persona, contiene una serie di ragguagli, di rettifiche, di notazioni e di aggiunte a futura memoria riferibili all’anno di tutta grazia 2076, un’indispensabile premessa all’edizione aggiornata delle Cronache del Ducato Nòvo che vedrà la luce prossimamente su queste pagine (cesura permettendo). Nei quarant’anni successivi alla nascita della repubblica ducale, avvenimenti ordinari e straordinari si sono succeduti, scoperte, invenzioni e innovazioni epocali ne hanno modificato la paesaggistica naturale e antropologica e ridefinito di conseguenza il profilo umano e culturale della popolazione residente e viciniora. Diventa quindi sommamente doveroso darne conto qui, e proprio ora, mentre i nostri migliori cronisti, con i loro praticanti al seguito, sono sguinzagliati sulle tracce dell’autore per estorcergli quantomeno un’intervista chiarificatrice, da osservatore interno alle vicende nonché persona informata dei fatti e dei misfatti narrati.

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Larry Massino

Prolegomeni alla Nòva Fiorenza

Ci fu un nababbo (alcuni dicono si trattasse di una nababba) che aveva strambamente deciso di lasciare tutto il suo immenso patrimonio all’arte dei dromologi, che però non solo non esisteva ancora, ma nemmeno era concepibile. Insomma, sembrò più che altro una burla. Tanta del resto fu la perfidia del ricchissimo (o della ricchissima), che, forse per non far rischiare troppo i suoi amati eredi regolari, si mise a produrre giorno dopo giorno condizioni più stringenti al diritto di ereditare dei supposti dromologi. Ma questo/a furbastro/a di filantropo/a, non aveva considerato il lavorio dei cosiddetti comici nòvi, che durante gli ultimi vagiti dell’epoca vecchia sgingillarono nell’ombra interi anni nel giuridico, per portare su Fiorenza il potere diciamo così della bellezza (in apparenza una cazzata politica come tutte le altre,  ma perché non provare anche questa). Furono dunque questi comici nòvi, o meglio una loro sottobranca di cui diremo, a mettere su l’organismo dei dromologi, a soddisfare tutte le più bizzarre condizioni poste dal nababbo o dalla nababba e papparsi il cornucopiale malloppo, che fu di fondamentale importanza per i decenni elaborativi.

I componenti dell’ organismo dei misantropi, come ampiamente narrato nell’opera di riferimento, sono oggi tra i cittadini più amati. Capita però che si contraddicano. Per esempio, a un certo punto ne passa uno o più di uno durante l’ispezione degli armonizzatori nei confronti dei dromologi quando controllano la precisione dell’uomo che cammina in lungo e in largo. Insomma, avviene l’incresciosa circostanza, mai prevista da nessuno, che i misantropi si divertano e si mettano a ridere, più che altro per il non banale verso pigliato da questa nòva umanità fiorenzina che ha decretato la fine della fissazione del lavoro manuale in manifattura e ancora peggio nell’ufficio e dei cosiddetti servizi (che oggi si fanno a turno, poche decine di ore al mese per tutti, dagli otto anni in su, compresi  Minor Duca e suoi famigli). Solo che nemmeno il riso dei misantropi era previsto, ragione per cui dromologi, armonizzatori e camminatori in lungo e in largo si inalberano rispondendogli male, scena comica quanto mai che fa vieppiù ridere i misantropi, e per inevitabile contagio molti molti altri, sopra di tutto perché è risaputo che non c’è nessuno di più quieto di dromologi, armonizzatori e camminatori in lungo e in largo. Un misantropo insolentito da un quieto, pure, non s’era mai visto.

La dromologia è un’arte nòva rispettata da tutti, a partire dai vertici del Minor Ducato. Come dice la parola, tratta della velocità, di cose, animali e persone. A prima vista è un’arte semplice, indica di mantenere la velocità, diminuirla o aumentarla. Niente di particolarmente problematico. Le rogne princìpiano quando un qualunque cittadino iscritto all’ organismo dei dromologi medesimi si presenta con pieno diritto al preposto ufficio comunale con la sua variante al piano regolatore della velocità, al fine di migliorare l’andamento generale, magari in contraddizione di un qualche suo collega che la pensa all’opposto. Si esprime ad esempio  a questa maniera, perentorio: “il numero 7 delle linee urbane diminuire, pedoni di via larga aumentare, animali spalletta del fiume mantenere “ e così di seguito. E va via.

Come dice la parola stessa, gli armonizzatori si sono dati il compito di migliorare l’armonia generale. Più stupidi di così si muore. Per esempio, a un certo punto, mentre i dromologi, uno ogni dieci metri, vigilano attenti sul moto di uno dei componenti l’ organismo degli andanti in lungo e in largo – in lungo ai due lati del fiume fianco alle spallette e in largo sui due lati dei principali ponti sempre  fianco le spallette – arriva uno degli armonizzatori a pretendere, di diritto, che si dispongano in base all’altezza, dal più basso al più alto o viceversa, o del peso, dal più tozzo al più longilineo o viceversa (ma c’è comunque da discutere, e, anche se non si passa sempre alle carte bollate, ogni disputa tra armonizzatori e dromologi dura giornate, per lo spasso di tutti i cittadini, che si divertono a osservare che  principalmente l’armonico vuole dare serenità alla discussione, senza malizia, i dromologi, di solito a loro vantaggio, ne vogliono regolare la velocità)

Intorno alle spallette del fiume Dante  (ex Arno) agiscono i camminatori in lungo e in largo, in quantità sufficiente a indaffarare migliaia di dromologi e armonizzatori. In sostanza passeggiano lungo i marciapiedi delle spallette e attraversano i principali ponti con orario preciso, facendo segni convenzionali all’incrociare dei propri colleghi, anche di rimprovero se notano qualcosa che non va.

C’è una zona franca, abitata da sovversivi, assai popolata. Si tratta della Piazza delle esibizioni fasulle, quasi fuori città, a un passo dalla lontana Pontassieve. Qui agisce in esclusiva la setta dei kafkiani, ovviamente denominatasi Il Gran Teatro Naturale  di Oklaoma: schiacciatore di noci in vari modi, trampolinisti indecisi che non si tuffano chissà da quanto, digiunatori autocertificati, dormienti che non si svegliano mai per timore di non diventare insetti, ingrassatori professionisti di ragazze anoressiche e così di seguito. I componenti più acidi di questa  setta sostengono apertamente che come si è con grande fatica superata la cultura, che faceva da gabbia all’arte, bisogna superare l’arte che fa da gabbia…

I misantropi spontanei sono da venerare, lo sanno tutti, ma pure tutti sanno che parte dei misantropi sono stati prodotti dal segreto lavorio della stessa accademia degli inaffidabili, che ha originato questo bel granducato con il compito primario di sempre sminuire e guardare di sbieco chiunque si smargini nell’affermativo (misantropi compresi).

Il fatto è che per regolare la velocità di un solo camminatore in lungo e in largo ci vogliono decine, in qualche non raro caso centinaia di dromologi. Questo comporta numerose rognosità. La prima, sotto gli occhi di tutti, è che l’ organismo dei dromologi deve per forza essere il più attrattivo, ragione per cui, con l’andare del tempo, si sa come vanno queste cose, potrebbe maturare insane ambizioni di potere in base alla semplice forza numerica. La seconda è che si è dovuto per forza limitare l’ organismo dei camminatori in lungo e in largo, introducendo il numero chiuso, ciò che lì per lì non ci ha fatto caso nessuno, ma via via ha suscitato proteste varie di cui vi ragguaglieremo a tempo debito (non certo da parte dei camminatori in lungo e in largo, che in base al minornumero si sentono in qualche modo di poter ambire al ruolo di eletti di questo nuovo ordine sociale lenticamente in costruzione).

Si è poi scoperto che nella precedente epoca divenuta alla fine apertamente cacocratica (lo preciso tra parentesi per i lettori un pochino superficiali, la parola esiste davvero, e anche se dovrebbe onestamente limitarsi a significare governo dei caconi, pare significhi invece governo dei peggiori; su quella triste fase politica e sociale, per fortuna di tutti, non c’è più da infierire, nemmeno per aver dato origine alle attuali sinistre popolazioni di italiariani, minoranze rabbiose che non si placano in nessuna maniera), non si facevano più bambini, anche perché si temeva non trovassero nulla cui interessarsi e impiegarsi. Qua  si è invece presto superato lo scetticismo generale quasi del tutto, e si è ritornati a figliare copioso. Ci si dice che queste nuove creature un posto lo troveranno, o nell’organismo dei dromologi o in quello degli armonizzatori o in quello dei camminatori in lungo e in largo o in quello dei misantropi e così di seguito; non va peraltro taciuto che persiste una fisiologica fetta della popolazione pessimista, che più di tutto teme che i rampolli gli finiscano a fare gli scriventi in Prato, nei letteraturifici del distretto industruiale delle parole. La parola scrivente – di recente reintrodotta appunto nel pratese a causa della nuova industria delle biografie, industria megalomane che mira a costituire l’archivio biografico mondiale di tutti i viventi in tutti i tempi -, in Fiorenza – città che, va detto,  nonostante la nuova eccellenza, non ha affatto perso la sua altezzosità nei confronti dei cugini della valle del fiume Malaparte (ex Bisenzio) -,  ha oggi sostituito la parola plebeo. Al netto dei trattini e delle parentesi l’enunciato precedente è il seguante: La parola scrivente, in Fiorenza,     ha oggi sostituito la parola plebeo.

Quanto a me, lucidaparole ufficiale, anche se mi è stata risparmiata l’onta dell’iscrizione d’ufficio all’ organismo minore dei notificatori, non mi faccio più illusioni; oramai mi è chiaro  che all’accademia mi hanno dato l’incarico di scrivere perché considerato scarso a fare qualcosa di meglio, come quando da bambino alle improvvisate partite di pallone mi mettevano subito in porta (per le partite serie non mi consideravano nemmeno).

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In linea generale, secondo i principi etici basilari di questa Nòva Fiorenza, non scritti, o non ancora scritti (spetterebbe a me…), tutti si ha  diritto a possedere solo ciò che si è in grado di creare, o almeno di concepire, dimostrandone la potenziale esistenza. Ma già da oggi viene considerato possesso – e talvolta tassato, senza che nessuno fiati perché vige la legge da tutti accettata del se ti tocca ti tocca -, anche il bene dimostrato ma non ancora prodotto; ciò per evitare il rischio di accumulo di creatività, si dice, socialmente pernicioso come ogni tipo precedente di vano accumulo; l’articolo 1 della legge dice semplicemente così:  ” gli ha a essere contenuta la troppìa di creanzìa ” (l’ho scritto io, ovvio. Che sarò scemo?!)

Le donne più belle sono e più s’innamorano dei misantropi, in genere bruttini, se non brutti come si deve, addirittura danteschi. D’altro canto, gli uomini più belli sono e più si innamorano delle misantrope, specie di quelle menomate zoppe gobbe pelose orbe e così di seguito. Passano dei bei guai, di solito, perché la gran parte degli appartenenti all’organismo dei misantropi è come asessuata, al limite un minimo attratta da persone del proprio stesso rango e  sesso.

In piazza Santa Croce, suppergiù una volta al mese, migliaia di persone recitano insieme Dante per un unico spettatore, Roberto Benigni  (dal maggio 2076 in poi, per urgente decreto Minor Ducale).

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Prolegomeni alla Nòva Fiorenza

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