Teoria delle rotonde

Antonio Devicienti

    Teoria delle rotonde. Paesaggi e prose (Valigie Rosse, Livorno 2020) di Italo Testa rappresenta un versante della ricerca letteraria in lingua italiana degli ultimi anni capace di raggiungere e di proporre una visione lucida e coerente del reale e della scrittura che quel reale indaga.

     Si parta infatti dal seguente assunto: Teoria delle rotonde è linguaggio quale sonda acuminatissima e impietosa che s’immerge nel corpo di un mondo da un lato quasi totalmente dominato (e quindi determinato) dall’ultraliberismo economico e finanziario, dall’altro soggetto a impreviste, imprevedibili e non sempre visibili contaminazioni e trasmigrazioni che ne cambiano i sistemi, gli ambienti, le interrelazioni aprendo anche orizzonti inediti, linguaggio che, inoltre, deve fare i conti con quei momenti in cui il reale resiste alla comprensione e/o alla possibilità di dirlo.

     Tuttavia, in quanto linguaggio capace di attuare un preciso percorso conoscitivo pur soggetto a fallimenti o mancanze il libro non mette in scena il reale, non lo mima o lo parodizza, non lo descrive o lo addita con fini moralistici e didascalici, ma attraversandolo da parte a parte lo smaschera, lucidamente lo mostra nella sua verità anche sfuggente, ambigua, ingannevole, con esso si confronta e da tale confronto si propone, a sua volta, quale sistema complesso e sempre diveniente, che trova senso e slancio nell’ibridazione, nella problematizzazione, nella sistematica mise en abîme di sé stesso – ed è proprio tale mise en abîme metodo e postura (anche etica e politica),  Weltanschauung e pensiero mentre pensa il reale.

     Attuando un serio ed efficace cambio di paradigma nell’impiego della scrittura, Italo Testa d’altro canto non si perde con più o meno compiacimento nel “mare dell’oggettività”, bensì fa della scrittura lo strumento più potente cui il pensiero può affidarsi per non lasciarsi fagocitare dal reale e conquistarsi così uno spazio d’analisi e di giudizio non condizionato e non incerto.

     In una sorta di neue Sachlichkeit applicata all’Italia degli ultimi decenni (ma l’orizzonte del libro abbraccia, in ultima anlisi, l’intero pianeta) e sostenuta da un sostrato di studi aggiornati e agguerriti intorno al “nuovo” paesaggio italiano e dell’occidente industrializzato, intorno alla società che tale paesaggio frequenta e trasforma, Teoria delle rotonde si dispiega in forma di referti completi di fotografie rielaborate, inverando, a mio modo di vedere, in particolare la sedicesima e la diciassettesima delle Tesi di filosofia della storia di Walter Benjamin che qui di seguito riporto nei passaggi funzionali alla nostra lettura del libro di Testa:

«16. Al concetto di un presente che non è passaggio, ma in bilico nel tempo ed immobile, il materialista storico non può rinunciare. Poiché questo concetto definisce appunto il presente in cui egli per suo conto scrive storia. Lo storicismo postula un’immagine “eterna” del passato, il materialista storico un’esperienza unica con esso. […] Egli rimane signore delle sue forze: uomo abbastanza per far saltare il continuum della storia.

17. Lo storicismo culmina in linea di diritto nella “storia universale”. Da cui la storiografia materialistica si differenzia – dal punto di vista metodico – forse più nettamente che da ogni altra. La prima non ha un’armatura teoretica. Il suo procedimento è quello dell’addizione; essa fornisce una massa di fatti per riempire il tempo omogeneo e vuoto. Alla base della storiografia materialistica è invece un principio costruttivo. Al pensiero non appartiene solo il movimento delle idee, ma anche il loro arresto. Quando il pensiero si arresta di colpo in una costellazione carica di tensioni, le impartisce un urto per cui esso si cristallizza in una monade. Il materialista storico affronta un oggetto storico unicamente e solo dove esso gli si presenta come monade. […] Egli la coglie per far saltare un’epoca determinata dal corso omogeneo della storia […] Il risultato del suo procedere è che nell‘opera è conservata e soppressa l’opera complessiva, nell‘opera complessiva l’epoca e nell‘epoca l’intero decorso della storia. Il frutto nutriente dello storicamente compreso ha dentro di sé il tempo, come il seme prezioso ma privo di sapore» – in Angelus novus, Giulio Einaudi editore, Torino 1995, pp. 84 e 85.

[…]

(L’intero saggio sarà pubblicato a breve in “Quaderni delle Officine“, CV, aprile 2021.)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.