Artaud e Bordas

Artaud_Samorì C……….Perché proporre il carteggio tra l’editore Pierre Bordas e Antonin Artaud nelle edizioni Prova d’Artista (Antonin Artaud. Lettere a Pierre Bordas con uno scritto di Pierre Bordas)? Perché Domenico Brancale traduce il carteggio e ne cura l’edizione? Perché Nicola Samorì associa sue realizzazioni a quelle di Artaud? E perché Pasquale Di Palmo vi acclude una sua nota?

………Perché il rapporto tra un editore e uno dei suoi autori è e resta spesso problematico, se non ambiguo, ma talvolta si risolve in una pubblicazione di valore eccezionale, perché lettere e illustrazioni testimoniano di una tappa fondamentale dell’opera artaudiana (la pubblicazione del libro Artaud le Mômo), perché Artaud continua a ispirare e a suggestionare gli artisti.

………Pierre Bordas, che nel 1944 fonda col fratello Henri a Grenoble le Éditions Bordas, trasferisce la casa editrice l’anno successivo a Parigi dove comincia una storia luminosa sia sul versante delle pubblicazioni d’arte e letteratura, sia su quello delle edizioni scolastiche e universitarie anche grazie alla passione e alla competenza di Pierre; due esempi: nel 1947 pubblica Cahier d’un retour au pays natal di Aimé César e nello stesso anno è il primo in assoluto a editare Samuel Beckett in Francia (Murphy) – pubblicherà poi Soupault, Tzara, Éluard, libri illustrati da Miró, Picasso, Tanguy, Ernst, Matisse, Chagall… Nell’ambito dell’editoria scolastica e accademica Bordas sarà l’editore, per citare un esempio molto noto e significativo, dell’antologia di letteratura francese in più volumi conosciuta come “Lagarde et Michard” e di altri manuali e studi di alto livello.

………E infatti nel carteggio con Artaud si percepisce chiarissima (mi sia permessa un’espressione del genere) la fede di Pierre Bordas nella cultura e nell’arte, nel caso specifico in quella di Antonin Artaud; Pierre Bordas concepisce la propria casa editrice come luogo di dibattito e di coraggiosa proposta, certamente è agli antipodi rispetto ai più biechi calcoli puramente finanziari che dominano l’editoria. Persona tutt’altro che facile Artaud, si sa, reduce dal ricovero a Rodez, dipendente da quelle droghe che, sole, riescono ad alleviare i dolori fisici e psichici, disperatamente bisognoso di denaro: tra i propri ricordi Pierre Bordas racconta con infinita ammirazione dell’artista, del poeta che sapeva soggiogare i suoi ascoltatori nelle pubbliche letture parigine – prima nella galleria di Pierre Loeb, poi al teatro del Vieux-Colombier ed è così che nasce e trova realizzazione l’edizione Bordas di Artaud le Mômo.

………Domenico Brancale traduce utilizzando la versione del carteggio Artaud-Bordas pubblicata nel n. 364 della Nouvelle Revue Française del maggio 1983 e riconosce nella voce anche viscerale, carnale e visionaria, ebbra di vita ed esperta del dolore più profondo di Artaud una voce affine; traduce e fa vibrare in lingua italiana la sincerità radicale e disturbante del poeta francese. Infatti rivolgendosi per lettera a Picasso, cui chiede di illustrare il libro, Artaud scrive il 3 gennaio 1947:

………Pablo Picasso,

Non sono un debuttante alla ricerca di illustrazioni di un grande pittore per lanciare i suoi primi scritti. Ho già cagato e sudato la mia vita in scritti che valgono poco più dell’agonia da cui provengono. – Ma che bastano a se stessi e non hanno bisogno di un padrino o dell’accompagnamento di chicchessia per fare il loro piccolo cammino. Tra tutte le opere scritte dopo la mia uscita dal manicomio di Rodez ho estratto cinque poesie che hanno invogliato un editore, il quale ha desiderato fossero illustrate da 6 sue acqueforti, se fosse stato per me non ci avrei mai pensato.  Anch’io sono capace di fare il mio ritratto e d’illustrare i miei testi con figure che cessano di essere disegni per diventare dei corpi animati. Infatti a Rodez non ho fatto altro che fabbricare corpi animati, motivo per cui l’amministrazione della polizia manicomiale non ha smesso di torturarmi. Ho cinquant’anni.

………Artaud, mi permetto di chiosare, è lo stesso autore di Van Gogh. Il suicidato della società e Brancale ha scritto un verso-talismano (se solo anch’io trovassi un orecchio per terra – è a pagina 86 di Per diverse ragioni) la cui justesse (concetto chariano riferito a Georges de la Tour, ma non solo) riguarda proprio l’ascolto della voce che sale, talvolta intermittente, talaltra muta o inudibile, talaltra travolgente lungo gli abissi dell’esistere. È per questo che Domenico traduce e cura con amore infinito quest’ennesimo elegante volumetto il quale, anche nella sua bellezza tipografica, sembra riecheggiare alcuni passaggi di quelle missive che Artaud scrive a Bordas e che riguardano le caratteristiche appunto tipografiche dell’edizione: avendo deciso, anche in seguito alla spinta determinante di Pierre Bordas in tale direzione, di rinunciare alle illustrazioni di Picasso (che testardamente si nega alle richieste e alle visite personali di Artaud) e che fosse Artaud stesso a proporre propri disegni, quest’ultimo s’infuria quando constata che i caratteri tipografici scelti non sono quelli concordati, non usa mezzi termini nel qualificare come disonesto e incompetente il lavoro del tipografo; Pierre Bordas dimostra sempre un’estrema gentilezza e un’altissima considerazione nei confronti di Artaud, ne accoglie suggerimenti e pretese, gli viene incontro anche nelle richieste (pressoché costanti) di somme di denaro. E nella lettera da Ivry datata 6 giugno 1947 Artaud scrive:

………Bisognerebbe che questo libretto fosse stampato in caratteri più grandi e in grassetto, allora sì che sarebbe sontuoso e adatto per un libro di lusso, ma cosi com’è, sono a malapena i caratteri di un articolo di un cattivo giornale. Gli stampatori oggi hanno perso tutto il gusto del lavoro onesto e ben fatto e sono certo che il suo stampatore non tenendo conto delle sue indicazioni ha scelto un carattere a caso senza preoccuparsene perché questo lavoro sembra fatto da un tipografo probabilmente comunista, cioè catechizzato, che obbedisce a un dogma che gli ha fatto [trovare] le mie poesie troppo rivoluzionarie e le ha stampate come viene viene. Bisogna IMPORRE al suo stampatore di rifare il lavoro di stampa con caratteri più grandi e in grassetto

e tornerà a insistere, mostrandosene poi felice una volta avute tra le mani le proprie copie, sulla necessità di stampare su carta opaca e non patinata (da Ivry, 6 agosto: Ma c’è una cosa che mi interessa più di ogni altra nella tiratura. È che questi disegni siano tirati su carta opaca. In questo momento niente mi sembra più volgare della carta patinata).

………Artaud aveva fatto consegnare all’editore Bordas cinque propri quaderni aperti alle pagine ove si trovavano i disegni che il poeta intendeva far stampare insieme con i testi poetici (e le vicissitudini di tali quaderni sono oggetto di alcuni sulfurei passaggi delle lettere a Bordas); quattro fogli sciolti con disegni di Artaud, probabilmente prove di stampa per la realizzazione del libro, sono stati trovati nell’archivio di Pierre Bordas e proposti a Nicola Samorì perché ne nascesse un dialogo; Samorì ha creato una suite di suoi disegni (in apertura di questo mio intervento si può vedere, a titolo d’esempio, sulla sinistra uno dei disegni di Artaud e a destra la proposta dialogante di Samorì) che, dunque, raccolgono e ripercuotono nei nostri giorni l’energia del gesto grafico artaudiano, vi riconoscono uno spirito per molti versi fraterno, fanno del corpo umano in movimento l’epicentro di qualcosa che raccoglie e irradia, nello stesso tempo, sofferenza ed energia vitale, ribellione e armonia delle parti (gli arti, il busto, l’esplicarsi del movimento di braccia e gambe nello spazio, lo scrivere lo spazio stesso tramite il movimento e a causa del movimento), diastole e sistole non del cuore soltanto, ma dell’intero corpo, sua estrema contrazione come fosse schiacciato e compresso da indicibile sofferenza e sua necessaria de-contrazione come se il respiro (la parola, il pensiero) non potesse non manifestarsi, pena una stasi che coinciderebbe con la morte.

………Per Pasquale Di Palmo queste di Artaud non sono evidentemente soltanto le lettere di un sillabario della crudeltà (per citare il sottotitolo del volume del poeta veneziano del 2011 Lei delira, signor Artaud. Un sillabario della crudeltà), ma anche, mi sembra d’intuire, eco sostanziale e decisiva di versi di Di Palmo che amo molto: Quando sto male arrivo fino a qui, / dove il vento delira intorno al faro / di Punta Sabbioni / e cammino pensando / intensamente di essere un ramo / dondolato dal vento, / uno dei macigni che arginano / gli schiaffi di cobalto delle onde. / […] / Quando sto male arrivo fino a qui, / cammino stringendo al petto / un quadernetto di poveri appunti […] oppure […] / parole bruciate come stoppie, / brucate dalle capre / che arrancano abbaglianti / verso la torre rovesciata del sangue (cito dal libro Marine e altri sortilegi del 2007). Anche nel caso di Pasquale Di Palmo Artaud è non voce del delirio o della follia, ma voce potente della radicalità con cui Artaud stesso concepiva e viveva l’esistenza e il rapporto con il mondo; quella che una diffusissima mentalità borghese e pericolosamente normalizzatrice considera tendenza alla blasfemia e alla provocazione più spinta da parte di Artaud è, invece, capacità e volontà irrinunciabili di fare piazza pulita di ipocrisie, luoghi comuni, menzogne, pregiudizi. Scrive, tra l’altro, Di Palmo:

………«La parola si pone come lo strumento insufficiente per antonomasia, in quanto si rapporta alla concezione originaria di un’opera in maniera quanto mai precaria. Artaud è stato uno dei primi scrittori a descrivere con estrema consapevolezza la dissociazione esistente tra pensiero e linguaggio, l’incapacità di rendere mediante i dispositivi linguistici aventi a disposizione le infinite sfaccettature che ruotano intorno all’intuizione, all’idea primigenia di un progetto. Conseguentemente la ‘scrittura è tutta una porcheria’ perché l’unica certezza che possa offrire è soltanto quella dello stravolgimento del concetto che sta alla base del processo creativo, caricato di altre valenze rispetto a quelle percepite alla fonte».

………Sono osservazioni che confermano la radicalità delle scelte esistenziali e intellettuali di Artaud (tutto questo emerge perfettamente nelle lettere) e che invitano a guardare anche alla scrittura con quell’atteggiamento diffidente e sospettoso che, forse, può liberarla da ogni portato autoritario e falsificante: leggere i testi di Artaud le Mômo significa confrontarsi con un vorticoso fenomeno libertario e liberatorio, anticonvenzionale e risolutamente perturbante.

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