Scritto 62

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Un disegno di John Berger contenuto in Bento’s Sketchbook (p. 133 dell’edizione tascabile, editrice Verso, 2015).

«Tanto più lo studio è fine a se stesso, ha come obiettivo la pura contemplazione, quanto più esso dovrà convertirsi irresistibilmente in vita. Studiare significa avere un rapporto non esecutivo con le idee, far sì che qualcosa ti diventi talmente intimo da trasformarsi in te» Emanuele Dattilo, Il dio sensibile. Saggio sul panteismo, Neri Pozza Editore, Vicenza 2021, p. 203.

Ed ecco, leggendo e, appunto, studiando il bellissimo libro di Emanuele Dattilo m’imbatto in quest’affermazione e penso alla distanza (che mi appare abissale) tra la sua verità (che corrisponde al mio più intimo sentire) e la realtà di una scuola che, avviandosi al termine del suo anno scolastico, vedo sempre più ostaggio di logiche aziendalistiche ed economicistiche.

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Il naufragio del Deutschland

Casa Editrice Giometti & Antonello

«Ritmo, energia, intensità d’una lingua magnificamente ostacolata, e una sofferenza a cui non dovevano esser estranei una struggente religiosità, le tacitate propensioni sessuali e lo scontro fra l’umiltà che si pretende dal sacerdote e il necessario orgoglio del poeta.»… con queste parole Nanni Cagnone, curatore della presente edizione frutto di una rielaborazione durata decenni, descrive le caratteristiche salienti dell’universo poetico di Hopkins.
Gerard Manley Hopkins, nato a Stratford, Essex, nel 1844, e morto a Dublino nel 1889, convertitosi in gioventù al cattolicesimo e quindi sacerdote nell’ordine dei gesuiti, ebbe ben pochi riconoscimenti in vita, suscitando scandalo o quantomeno imbarazzo per il suo audace sperimentalismo (proverbiale il suo sprung rhythm). Le sue opere, uscite postume nel 1918, finirono per esercitare una riconosciuta influenza su autori come T. S. Eliot, Dylan Thomas e W. H. Auden.
Il naufragio del Deutschland è un’ode di 35 stanze ispirata alla sorte del piroscafo Deutschland, incagliato in un banco di sabbia a poche miglia di distanza dalle coste britanniche e soccorso tardivamente, e in particolare alla morte di cinque francescane tedesche esiliate dalla Germania in seguito alle leggi anticattoliche prussiane. Per il vigore ritmico, espressivo e compositivo, questo poema è ritenuto l’opera più importante di Hopkins, ma è anche una sfida disperante e ineludibile per il traduttore, che in quanto mediatore di un naufragio rischia di continuo di finire per confondersi con esso.

Scritto 61

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Un disegno di John Berger contenuto in Bento’s Sketchbook (p. 133 dell’edizione tascabile, editrice Verso, 2015).

We who draw do so not only to make something visible to others, but also to accompany something invisible to its incalculable destination.

Sono parole che ricorrono di frequente in Bento’s Sketchbook di John Berger e che provo a variare anche nel modo seguente: noi che scriviamo lo facciamo non solo per rendere udibile un qualcosa agli altri, ma anche per accompagnare un qualcosa d’inudibile verso la sua imprevedibile meta – benché si possa vedere anche tramite la scrittura e rendere visibile un qualcosa traverso di essa. (Pur rimanendo tuttavia valida la distinzione netta che John Berger fa in altro luogo del libro tra disegno e scrittura, per certi versi affini, per molti altri differenti tra di loro).

In ogni caso sia disegnando che scrivendo mettiamo in moto una sorta di campo di forze, invisibili, le quali, convergendo o divergendo, accendono moti ulteriori, alcuni dei quali imprevedibili o imprevisti.  Continua a leggere Scritto 61

Poesie di Raffaela Fazio

(…) Le persone che stanno dietro ai versi di Raffaela Fazio sono “vittime”: morti violentemente a seguito di un attentato terroristico, di un incidente, di una rappresaglia, di un’impresa al limite, di un femminicidio. Sono morti nell’atto di difendere o salvare altri. Dietro alle tenebre cognitive che ci sono nel rimanere vittima di fattori esterni, il poeta cerca le parole per nominare quel misterioso attraversamento del limite, la “tensione di rottura” che appunto accompagna la divisione della vita dalla morte. Singolare angolazione questa, scelta dal poeta che chiede alle parole le ardue baluginanti illuminazioni di quel misterioso percorso che tende verso il buio, la misurazione di quel “vuoto che risucchia” a un tratto verso altri orizzonti magari, chissà, dischiusi di colpo ai morti ma serrati intanto ai vivi. La domanda non ha risposta: “Fin dove si risale / se il buio non ha uscita / ma solo una pendenza?” E l’altra, ancora più tagliente, anche questa senza risposta: “Cos’è che tiene a galla / se il nulla avvolge tutto?” Se le risposte non si trovano, che valga almeno l’ipotesi: “La morte è un tronco cavo / quasi un nido / intorno a cui resiste il verde. / Non si sopravvive / mai del tutto. / Né mai del tutto / ci si perde.” Approdo sapienziale, già di per sé significativo. L’indagine del poeta si fa ancora più penetrante nell’affrontare l’esperienza di quelle che possiamo chiamare “vittime consapevoli”, più o meno consapevoli insomma di offrire se stesse alla sopravvivenza di altri, per istinto materno, per sprezzo del pericolo, per generosità, per una spinta del profondo. Con mano leggera la poesia di Raffaela Fazio ci conduce dentro quegli attimi estremi in cui si consumano le speranze e le decisioni. Ed eccoci trascinati di fronte alla battaglia in corso, mirabilmente descritta: “Due forze in gioco: / la natura imparziale / e la scelta / dell’uomo che sposta /di tre quarti d’oncia”, cioè il peso dell’anima, “l’ago della bilancia.” Occasione sorprendente e coinvolgente per chi legge. (Paolo Ruffilli)

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Domenico Brancale: La morte verbale

Nell’ambito della rassegna del festival on-line di BOLOGNA IN LETTERE segnalo il video LA MORTE VERBALE di Domenico Brancale.

Il video rimarrà fruibile su youtube – canale del festival.

POETRY IN MOTION : Domenico Brancale LA MORTE VERBALE

memoria video: Jacopo Gandolfi, voce intro: Vito M. Bonito

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Scritto 60

giorgio_morandiL’artista non è illusionista d’immagini o di pensieri. Guarda (sì, letteralmente: guarda) gli oggetti di Donald Judd e vedrai rendersi visibile lo spazio geometrico dentro cui il corpomente sta immerso; muoviti tra quelle geometrie, inquadrale con lo sguardo e spostati continuando a guardare, vedrai le variazioni delle proporzioni, della luce, dei rapporti angolari.  Continua a leggere Scritto 60

Scritto 59

giorgio_morandiQuando Axel Hütte fotografa Venezia, scansiona i negativi e procede a stampare su di una lastra di vetro che monta poi su di uno specchio. Com’è sua abitudine fotografa luoghi privi di immediate presenze umane, ma la Punta della Dogana in vari momenti del giorno e della notte, l’interno di Santa Maria dei Frari, Ca’ Rezzonico, gli esterni della Salute sono presenza – per mediazione di architetture e spazi edificati – del pensiero umano; e lo sguardo che si posa sulle fotografie vede, per effetto di vetri e di specchi, echi di luce, affioramenti e immediato svanire di riflessi od ombre o apparizioni che appartengono, tutti, alla soglia mobilissima tra percezione e immaginazione, tra sguardo e pensiero, tra attesa e svelamento: ciò che pare svelarsi torna subito a velarsi nel suo immediato, incessante mutare (bastano un lievissimo spostamento dell’angolo visuale, una variazione della luce che avvolge osservatore e fotografia, un improvviso o imprevisto salto concettuale).