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bento_berger
Un disegno di John Berger contenuto in Bento’s Sketchbook (p. 133 dell’edizione tascabile, editrice Verso, 2015).

«Tanto più lo studio è fine a se stesso, ha come obiettivo la pura contemplazione, quanto più esso dovrà convertirsi irresistibilmente in vita. Studiare significa avere un rapporto non esecutivo con le idee, far sì che qualcosa ti diventi talmente intimo da trasformarsi in te» Emanuele Dattilo, Il dio sensibile. Saggio sul panteismo, Neri Pozza Editore, Vicenza 2021, p. 203.

Ed ecco, leggendo e, appunto, studiando il bellissimo libro di Emanuele Dattilo m’imbatto in quest’affermazione e penso alla distanza (che mi appare abissale) tra la sua verità (che corrisponde al mio più intimo sentire) e la realtà di una scuola che, avviandosi al termine del suo anno scolastico, vedo sempre più ostaggio di logiche aziendalistiche ed economicistiche.

La mia constatazione è che, a scuola, non c’è spazio per lo studio – o meglio: volenterosi (e ostinati sognatori contro quello che viene disonestamente contrabbandato per senso della realtà) si lotta ogni giorno su di una sorta di prima linea del fronte, o, piuttosto, si mette in atto una sorta di guerriglia per cercare, trovare e regalare ai propri studenti e a sé lo spazio-tempo gratuito e gioioso dello studio.

E spesso nella mente degli studenti si scorge profilarsi una povertà psicologica e intellettuale provocata da realtà sempre più discriminatorie ed escludenti nei confronti delle persone, altre volte sembra esserci indifferenza o diffidenza (a ogni pie’ sospinto aleggia la domanda, magari non pronunciata a voce alta, “a che cosa serve?”) – e nelle menti di molti insegnanti non va certamente meglio.

Ma la mente è qualcosa d’immenso e di permeabile, sensibilissimo campo vergine al quale provare a metter mano, ostinatamente avventurandosi traverso di esso per studiare, cioè per dare senso al vivere – e, per paradosso, proprio all’interno di un’istituzione a questo deputata e che, continuamente offesa, violentata, maneggiata e rimaneggiata (ma sempre e soltanto per assoggettarla alla dittatura del mercato), sembra (ma sottolineo quel sembra) non dar spazio allo studio.

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