La linea del colore

La morte di Moussa Balde e altre storie tra frontiere e CPR

Ancora un morto di stato, figlio dell’indifferenza, del cinismo e del razzismo delle nostre istituzioni. Questa volta a morire è un ragazzo di 22 anni, Mamodou Moussa Balde, africano della Guinea, morto suicida, dopo essere stato massacrato da tre razzisti e poi (poiché era un clandestino colpito da un provvedimento di espulsione) carcerato nel CPR di Torino, dove è stato lasciato morire in una gabbia da pollaio. «Gli sono stati negati i diritti più elementari e hanno calpestato la sua dignità. –ha detto Monica Gallo, garante dei detenuti della città- Nonostante i dieci giorni di prognosi, è stato trasferito nel Cpr, dove non gli è stato concesso il diritto di essere registrato con le proprie corrette generalità, dove nessuno si è interessato ad ascoltare la sua storia, arrivando alla violazione del più fondamentale dei diritti, quello alla vita». Condannato a morte solo perché nero, povero e nato dall’altra parte del Mediterraneo. Ma, come ha detto l’avvocato Gianluca Vitale, sono tante le mani che hanno stretto attorno al collo di Moussa Balde il lenzuolo con cui si è impiccato: da quelle dei poliziotti della questura d’Imperia al giudice di pace del CPR di Torino, dai medici e dai sorveglianti che hanno fatto finta di niente ai tre ministri degli interni (Minniti, Salvini e Lamorgese) che hanno ideato, costruito e protetto l’orrore disumano dei CPR. Cioè il simbolo stesso del sistema repressivo che è alla base delle politiche italiane ed europee in materia di immigrazione. Politiche volte chiaramente alla criminalizzazione del cosiddetto migrante “clandestino” e al progressivo svuotamento del diritto di asilo. (Arcoiris.tv)

Calogero, una analisi

Renzo Franzini

CALOGERO, UNA ANALISI (1)

Scrive Calogero in una lettera riportata da Amelia Rosselli, nell’attentissimo saggio che avrebbe dovuto introdurre il terzo volume della Lerici (2): Le mie poesie poi, può darsi che siano prive della più elementare importanza come della più elementare analisi logica e grammaticale.
Un tale rilievo ha guidato l’indagine sugli aspetti grammaticali e sulle loro conseguenze, in Come in dittici (3): il presente articolo ne annota i risultati, attraverso la lettura di Non una vena, testo che funziona in qualità di parte per il tutto, manifestando alcuni dei tratti più distintivi e caratteristici di quanto vagliato.

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L’oggettività del linguaggio poetico

Disapprovo il segreto
di rimanere solo: non era
quanto sognato che un canto
cauto taciuto che vedo dileguare
in trasparenza.

O una bella giornata
è una sollecitudine sognata
tutto l’anno.

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Galerie Bordas / venezia

james brown - line yellow shape, particolare lito 1999
James Brown – line yellow shape, particolare lito 1999.

Giovedì 18 giugno presso la GALERIE BORDAS di Venezia (San Marco 1994/B – vicino al Teatro La Fenice) si è svolto il vernissage della mostra

30 ans de A à Z

che resterà aperta fino al 31 luglio 2021.

Il 4 maggio 1991 la Galerie Bordas apriva i battenti a Venezia nei pressi del Teatro La Fenice. Qualche mese dopo, il 14 settembre, veniva inaugurata la prima mostra dedicata all’opera grafica di Zoran Music che in quella occasione visitò la galleria. Sono passati 30 anni da quell’inizio che continua a riproporsi ogni qualvolta la galleria inaugura una sua mostra.

Attraversare questo tempo è rievocare gli artisti che hanno reso possibile tutto ciò: Aillaud, Alechinsky, Baechler, Barceló, Blais, Braque, Brauner, James Brown, Campigli, Capogrossi, Chagall, Cocteau, Damisch, Dubuffet, Ensor, Fautrier, Jorn, Masson, Matta, Michaux, Miró, Music, Paladino, Picasso, Vedova, Zorio. La mostra propone una scelta di grafica (incisioni, acqueforti, litografie), libri d’artista, disegni e i 33 cataloghi che testimoniano la storia della galleria. Per la mostra sarà pubblicato il catalogo 34.

 

I giorni e la scrittura

Leopardi, ZibaldoneRisale agl’inizi di dicembre del 1992 il mio primo incontro con colui che sarebbe diventato un amico fraterno, l’artista originario di Alessano (nella zona del Capo di Santa Maria di Leuca) Pasquale Fracasso: entrambi insegnanti alle prime armi, entrambi “espatriati” dalla comune piccola patria salentina, ci siamo conosciuti sul bus che ci portava verso la scuola dove quell’anno scolastico avremmo insegnato fino a giugno – e quell’anno sarebbe stato intenso e bellissimo anche per una frequentazione intellettuale che mi avrebbe portato a conoscere due autori che ancora ignoravo: Antonio Prete ed Edmond Jabès; è stato Pasquale a farmi leggere Uno straniero con, sotto il braccio, un libro di piccolo formato, è stato lui a parlarmi di Antonio Prete e successivamente a regalarmi Prosodia della natura.

Nel corso degli anni si è molto intensificata la mia frequentazione dei libri e della scrittura di Antonio Prete, sarebbe stato durante alcune giornate veneziane in compagnia di mia moglie Elma e di nostra figlia Giulia che avrei acquistato l’edizione Feltrinelli del Pensiero poetante – Enrico De Vivo ospitava già qualche mio contributo su Zibaldoni e altre meraviglie dove potevo leggere, ammirato, gli interventi di Prete, di Celati, di Giuliano Scabia…   Continua a leggere I giorni e la scrittura

Africana

“Se c’è qualcosa che accomuna il continente, dalla Tunisia al Lesotho, è proprio lo sguardo coloniale che si è posato sulle terre africane. La ferita del colonialismo è ancora lì, visibile ai nostri occhi. E’ lì come un fantasma che infesta i sogni e occupa abusivamente le case. Ed ecco che sotto quello sguardo l’Africa soccombe. E diventa di volta in volta ancestrale, primitiva, selvaggia, misteriosa. Sono questi gli strascichi nocivi del colonialismo storico. Il continente doveva essere smembrato dalle potenze europee per essere sfruttato meglio, ma prima era necessario descriverlo come soggetto inferiore, che aveva bisogno degli europei e della loro “superiore” civiltà come il pane. E fu così che l’Africa venne inserita in una narrazione che la voleva, di volta in volta, innocente, premoderna, voluttuosa, bisognosa di ogni cosa, soprattutto dell’aiuto degli Europei.” (Igiaba Scego)

AA. VV.
Africana.
Raccontare il continente al di là degli stereotipi,
a cura di Igiaba Scego e Chiara Piaggio
Milano, Feltrinelli Editore, 2021

Tradurre Stefan George (quasi un diario)

blaetter_fuer_die_kunstOggi posso ben dire che l’impresa è giunta al suo termine: ho appena consegnato all’editore l’ultima versione interamente rivista del secondo volume che ospiterà la mia traduzione dell’opera poetica di Stefan George. 

È stato un impegno lungo (almeno due anni), nient’affatto facile, ma entusiasmante e fecondo.

Come scrivo nell’introduzione al volume, l’intera traduzione è a servizio del testo originale, serve, umile ma completa, a proporre (o a ri-proporre) al lettore italiano un’opera poetica importante e ineludibile per bellezza d’impianto (ogni libro di Stefan George è stato minuziosamente studiato e architettato dal suo autore), per soluzioni formali (la lingua tedesca viene onorata e fatta vibrare nelle sue più intime bellezze come accade nei testi di Goethe, di Hölderlin, di Heine per citare tre Grandi precedenti a George), per tensione speculativa.  Continua a leggere Tradurre Stefan George (quasi un diario)

Peripezia

Giorgio Stella

Peripezia, cosa troppo
assurda per i mortali –
il vuoto opprime la lunghezza
del buio, fiore che sboccia
per seminare terre –
il mio testamento esplode
nel silenzio, solamente sulla propria
lapide lo si potrebbe scrivere
prima di morire

‘la paura dell’orrore
lo colse nel suicidio delle ore’

banale se non conoscono te –
chi ha spento la luce?
chi ha verniciato la stanza
che non ha pareti?
oh madre mia!
come foto
mettici quella d’identità…
riesumatemi,
mi riconoscerete

DOPO LE COSE

Madre nei giorni

in memoriam f. v.

Il ricordo, stasera, è uno sciame di volti
silenziosi dietro i vetri, un giardino
senza similitudini di luce
e, in prossimità del sonno, l’immagine
del tuo corpo condiviso con le ombre, un deserto
senza respiri di vento
che fa illimitata ogni passione (la benedizione
dell’estate – dicevi – è acqua che matura
negli specchi, un dove di occhi
levati a salpare – e assorta, armata di terra,
camminavi sicura fino al chiarore
dove la nuca piega, si offre all’oriente
dei morti)

Le mani a stella ora rischiarano la veste
dove fa luogo la voce,
come avesse non bocche ma sabbie da varcare
e respirasse l’immagine che in fuoco
di assenze
ci brucia – lo stesso confuso suono
di un frutto che cade, il grido inudibile
di un’ape che vaga smarrita
nel vuoto di fiori
svaniti

Maldestro vivere (2)

Stefanie Golisch

Epitaffio

Tratto da
L’affresco del maldestro vivere
(inedito, 2019),
di prossima pubblicazione in
“Quaderni di RebStein”.

Ci siamo accorti dell’altro appena in tempo, distratti
dal vivere come si dice si deve, tu mi hai svelato il
tuo segreto di donna e io ho affidato a te la fiaba
degli inizi, in fondo all’inverno ci saremmo trovati
per non perderci più secondo l’oracolo, ma tu hai
atteso altrove e io non sapevo le ore mentre cercavo
invano di rievocare la tua, la mia nudità, ci siamo
mancati per poco e poi abbiamo dimenticato quella
cosa che avrebbe dovuto succedere ma che non è
successa e che ora voglio chiamare amore perché
sia per noi parola senza pietà

Il laborintus di Alessio Vailati

Elisabetta Brizio

Immagine fotografica di Fabrizia Milia

Possono i segni archeologici costituire le categorie essenziali di una utopia? Altrimenti, come scavalcare o subordinare il passato, se all’orizzonte del tempo a venire non si riescono a scorgere che segnali di vertigine e caos? Labirinto, margini dell’umano-monade incomunicabile, infinito, poesia: condizioni distopiche e utopiche possono coesistere, immerse nel contestuale sfondo di interazione o di conflitto tra gli elementi primordiali e nella assimilazione delle loro pertinenze. Cosí Alessio Vailati sembra spiegarsi nascita, morte, trasformazione (assumendo «metá» anche nel senso di «atto del ricongiungere»). Nelle sue intenzioni c’è una quadrilogia poetica a partire da Orfeo ed Euridice (o Della poesia perduta), dove i quattro elementi naturali, la empedoclea «quadruplice radice di tutte le cose», fanno la loro comparsa nella sezione liminare e danno l’avvio al capolavoro delle voci. L’elemento acqua sarà sviluppato nel Moto perpetuo dell’acqua (Biblioteca dei Leoni 2020, Introduzione di Paolo Ruffilli), il poema, tra l’altro, della dissezione dei costituenti delle cose, mentre sono in corso di elaborazione opere ispirate agli altri elementi, dei quali il fuoco, con tutta probabilità, è allusivo del fuoco dell’ispirazione artistica (per le istruzioni di base per l’uso di alcune sue opere si veda Il pensiero di fondo della quadrilogia, a questa pagina).

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MG: la gente non sa cosa si perde

giovenalePREMESSA:

Quelle che Marco Giovenale compie in La gente non sa cosa si perde (Tic Edizioni, Roma 2021) sembrano campionature di frammenti del parlato e assemblaggi di materiale linguistico eterogeneo, una sorta di reperti dal nostro tempo; sono, in realtà, (e come sempre nell’opera di Giovenale) calibratissimi testi nei quali scorgo, contemporaneamente, ironia e pietas.

L’ironia (unita a un’agguerritissima lucidità) è lo strumento principale capace di cogliere, nel linguaggio e traverso il linguaggio, contraddizioni e aberrazioni del reale: la pietas (di totale impronta laica e antimetafisica, ovviamente!) si esercita, sempre tramite la scrittura, nei confronti dei minuti (anche questo libro potrebbe essere in parte considerato un nuovo capitolo della storia dei minuti) le cui ombre e nomi (i quali, però, non scalfiscono minimamente… l’anonimato che sembra caratterizzare le vite nella nostra contemporaneità) appaiono in taluni dei testi per dar vita a un racconto collettivo di solitudini, frustrazioni, alienazioni, reificazione delle persone e delle professioni, dei rapporti interpersonali e delle memorie individuali.

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