La tunica blu

Yves Bergeret

La tunica blu / La tunique bleue

Tratto da Carnet de la langue-espace.

Traduzione di Francesco Marotta.

La tunica blu

Come capire da dove viene?
Ossa molto lunghe, affilati muscoli sporgenti,
fronte ampia, raro il sorriso
che spinge le nuvole di segreto in segreto.
Una lunga tunica blu l’unico indumento,
bucata. Poco importa. Solo la vigilanza conta.
Vigilanza della libertà e della coscienza.
Vigilanza della bellezza, il cui volo sereno plana
tra il colore blu, un pianeta,
e la parola abbagliante, un sole,
parola materna che nessuna sabbia,
nessun abisso potrà mai ingoiare.

L'ho incontrato vent'anni fa nel deserto
sulla cima di una montagna arancione. Vive lì.
L'ho salutato. All'inizio era sorpreso. Mi ha osservato.
Dopo cinque anni mi ha consentito
l’accesso alle grotte dove nascono gli spiriti della sua montagna.
Io gli ho aperto la porta del poema.
La nostra storia è stata tradotta in molte lingue.
E poi narrata e narrata nelle caverne del mondo.

La sua tunica blu viene dal cielo,
i suoi buchi sono per le visite
che gli fanno i venti lontani
e per il richiamo dei grandi assenti,
per l’ascolto dei loro clamori.
La tunica logora si adatta
al suo lungo corpo molto magro
come del resto a chiunque sappia dire,
che si tratti del no della rivolta,
che si tratti del  dell’accoglienza.

Stasera mi dicono che sta male, che soffre molto,
quasi muto. Se ne andrà per i buchi della sua tunica.
Ah, io mi trovo oggi a seimila chilometri 
su una montagna diversa. Lui non può più nemmeno 
andare qua e là sulla sua.
Sento passare nel vento l'odore del suo lungo corpo
cotto e segnato come pane in forno. I pianti di sua moglie
e dei suoi figli vorticano intorno al suo vento nero.

La sua tunica bucata tornerà in cielo, io credo, 
la sua pelle migliore, loquace e ruvida, 
tenera e stropicciata, la sua pelle migliore 
che la parola ha tessuto nel corso delle stagioni.

Ed è giusto che grandi buchi distendano il blu, 
ogni buco è porta o immagine o specchio. 
In tanto blu è giusto che dal fondo vengano 
lo specchio di un lago quasi asciutto, insomma una città, 
l'immagine di una foresta in fiamme, insomma il nostro paese, 
e la porta, quella della nostra inesausta vigilanza.

Poi il vento del mattino si leva
e, nel caldo crescente, si mette a risalire i pendii
tirando, tirando la tunica blu verso il cielo
dove parla il corpo di tutti noi.

A volte, col vento sempre più forte, la tunica
lascia passando brandelli blu su una montagna nera,
su un giovane frassino, a volte su un tetto spiovente.
A volte la tunica si strappa.
Ecco, il tessuto blu dai mille buchi attraversa il mare
e va, si afferra a un palo, a un faro, a un pilone, ha già
lasciato qualche brandello sui muri della Cappella degli Scrovegni
vicino al mare a Padova,
qualche brandello su una vetrata a Chartres,
in un grido di nostalgia che si leva
al centro di una pianura; e va, va, il tessuto blu.

Ma è la tunica o un ampio brandello
che si attacca al muro d'ingresso del mio paese?
Sotto il suo arco bisogna piegarsi per entrare;
con fastidio hanno messo un cartello di divieto d’accesso.
Con sagacia hanno piazzato in basso sul muro
una cassetta gialla da lettere per raccogliere i messaggi disperati
dei prigionieri dietro il muro o le piccole buste 
dirette in nessun luogo.

Ma sì, un ampio brandello blu si è appiattito
sull’alto muro, lacero, bello come il volo
della parola che plana nel cielo e sul mare.

Guardate, lettere e anche parole
fioriscono nel blu sul muro, nomi di mestieri
dedicati all’accoglienza e a certi riti della gioia.
Perché la tunica blu della montagna arancione del deserto
fu tessuta in una cascata di gioia
dove, lavandosi, rideva tutto ciò che parla,
che parla; e anche lettere gialle
e parole arancione fioriscono sul muro
che la tunica venuta da così lontano insemina,
ma nessuna parola è straniera,
nessun colore è ostile
perché la parola è nel cuore di ogni vigile bellezza.
La tunique bleue

Comment savoir d’où il vient ?
Très longs os, muscles effilés saillants,
large front, sourire rare
portant les nuages de secret en secret.
Une longue tunique bleue pour seul vêtement,
trouée. Peu importe. Seule la vigilance importe.
Vigilance de la liberté et de la conscience.
Vigilance de la beauté, dont serein le vol plane
entre la couleur bleue, c’est une planète,
et la parole éblouissante, c’est un soleil,
maternelle parole qu’aucun sable,
qu’aucun gouffre jamais n’engloutissent.

Je l’ai rencontré dans le désert il y a vingt ans
au sommet d’une montagne orange. Il y vit.
Je l’ai salué. Il a d’abord été surpris. M’a observé.
Au bout de cinq ans il m’a ouvert
l’accès des grottes où naissent les esprits de sa montagne.
Je lui ai ouvert la porte du poème.
Dans beaucoup de langues notre histoire a été traduite.
Et puis a été dite et dite dans les cavernes du monde.

Sa tunique bleue vient du ciel,
ses trous sont pour les visites
que lui rendent les vents lointains
et pour le rappel des grands absents,
et pour l’écoute de leurs clameurs.
A son long corps très maigre
la tunique usée convient
comme d’ailleurs à quiconque sait dire,
que ce soit dire le non de la révolte,
que ce soit dire le oui de l’accueil.

On m’apprend ce soir qu’il va mal, souffre beaucoup,
muet presque. Il va s’en aller par les trous de sa tunique.
Ah, je me trouve ce jour à six mille kilomètres
sur une tout autre montagne. Lui ne peut même plus
aller ci et là sur la sienne.
Je sens passer dans le vent l’odeur de son long corps
cuit buriné tel pain au four. Les pleurs de sa femme
et de ses fils tourbillonnent autour de son vent noir.

Sa tunique trouée va regagner, je crois, le ciel,
sa meilleure peau, la loquace et rêche,
la tendre et froissée, sa meilleure peau
que la parole tissa au fil des saisons.

Et il est bon que de grands trous distendent le bleu,
chaque trou est porte ou image ou miroir.
Dans tant de bleu il est bon que du fond surviennent
le miroir d’un lac presque à sec, en somme une ville,
l’image d’une forêt en flammes, en somme notre pays,
et la porte, celle de notre insatiable vigilance.

Puis le vent du matin se lève
et, chaleur venant, se met à remonter les pentes
en tirant, tirant la tunique bleue vers ce ciel
où parle le corps de nous tous.

Parfois, avec le vent de plus en plus fort, la tunique
laisse quelques lambeaux bleus sur une montagne noire,
sur un jeune frêne, en passant, sur un toit penché, parfois.
Parfois la tunique se déchire.
Le tissu bleu aux mille trous, voici, traverse la mer
et va, s’accroche à un mât, à un phare, à un pylône, a donné
quelques lambeaux déjà aux murs de la chapelle Scrovegni
près de la mer à Padoue,
quelques lambeaux à un vitrail à Chartres,
à un cri de nostalgie hérissé
au centre d’une plaine, va, va le tissu bleu.

Est-ce elle ou un vaste lambeau ?
Elle s’accroche au mur d’entrée de mon village.
Sous sa voûte on doit se courber pour entrer ;
par frilosité on plante un panneau de sens interdit.
Par ruse on colle en bas du mur
une boîte à lettres jaune pour réunir les messages désespérés
des prisonniers derrière le mur ou les petites enveloppes
vers nulle part.

Mais, oui, un vaste lambeau bleu s’est plaqué sur
le haut mur, déchiré, beau comme le vol
de la parole qui plane par le ciel et la mer.

Des lettres, et même des mots, voyez-vous,
fleurissent dans le bleu sur le mur, des noms de métiers
voués à l’accueil et à certains rites de la joie.
Car la tunique bleue de la montagne orange du désert
fut tissée dans une cascade de joie
où riait tout ce qui parle, en se lavant,
qui parle, et même des lettres jaunes
et des mots orange fleurissent sur le mur
qu’ensemence la tunique venue de si loin,
mais aucun mot n’est étranger,
aucune couleur n’est hostile
car la parole est au cœur de la toute vigilante beauté.

4 pensieri riguardo “La tunica blu”

  1. Dopo cinque anni mi ha consentito
    l’accesso alle grotte dove nascono gli spiriti della sua montagna.
    Io gli ho aperto la porta del poema.

    Molto bella.

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