Klossowski, o dell’ostinata singolarità

Giuseppe Zuccarino

Se nel Novecento francese c’è un autore che mostra con estrema chiarezza come l’intensità del sentire debba necessariamente tradursi in opere inconsuete (tanto per il pensiero in esse espresso, quanto per le tecniche espressive adottate) e in uno stile di vita particolare, si tratta senz’altro di Pierre Klossowski. Nato a Parigi nel 1905 in una famiglia di artisti, ha la fortuna di essere guidato, nei suoi primi passi, da uno scrittore importante, André Gide. Verso il 1930, si interessa alla psicoanalisi e alle opere di Sade. Pochi anni dopo conosce Georges Bataille, col quale partecipa ad esperienze collettive come il gruppo di militanza antifascista «Contre-Attaque», la rivista «Acéphale» (e l’omonima società segreta), il Collège de Sociologie. Nella prima metà degli anni Quaranta, attraversa un periodo di febbrile ricerca religiosa, che lo porta a compiere studi di teologia e ad entrare come novizio in monasteri benedettini e domenicani, poi a convertirsi, ma solo per un breve periodo, al protestantesimo.

Una svolta viene impressa alla sua vita nel 1947, anno in cui si sposa con Denise Marie Roberte Morin-Sinclaire e pubblica il primo libro saggistico, Sade mon prochain. Negli anni Cinquanta la sua attività di scrittore si intensifica e si estende all’ambito della narrativa, con romanzi come La vocation suspendue e Roberte ce soir (illustrato con sei disegni dello stesso Klossowski), mentre a parte si colloca un saggio di esegesi mitologica, Le bain de Diane. Il decennio successivo è particolarmente rilevante, su tutti i fronti. A livello letterario, c’è la riunione in un volume unico, Les lois de l’hospitalité, di tre opere incentrate sul personaggio di Roberte, e anche la comparsa di un nuovo romanzo, Le Baphomet. A livello saggistico, si ha la pubblicazione della raccolta Un si funeste désir e dello studio Nietzsche et le cercle vicieux, che esercita un notevole influsso su filosofi come Deleuze, Foucault e Lyotard. Inoltre viene edita nel 1964 la più celebre fra le sue molte traduzioni, quella dell’Eneide di Virgilio, mentre nel 1967 si tiene la prima mostra personale dei suoi disegni a grafite. L’interesse per l’immagine, in tutte le forme, diviene prevalente a partire dagli anni Settanta: così il saggio filosofico La monnaie vivante è accompagnato da numerosi disegni e fotografie, e nel 1978 appare il film Roberte, scritto e interpretato dallo stesso Klossowski. Egli si dedica ormai in maniera quasi esclusiva alla realizzazione di grandi opere pittoriche, eseguite con la tecnica delle matite colorate. Una prima vasta retrospettiva della sua produzione artistica ha luogo alla Kunsthalle di Berna nel 1981, e più tardi il volume La Ressemblance contribuisce a spiegare il passaggio dalla scrittura alla pittura, scelta mantenuta fino alla morte, nel 2001.

Questa rapidissima e parziale carrellata sull’attività di Klossowski può bastare a far comprendere come egli si sia cimentato, nel corso della sua esistenza, con le attività intellettuali più diverse. Sarebbe tuttavia erroneo interpretare ciò come un segno di incostanza o incoerenza, poiché le cose stanno in termini esattamente opposti. L’autore stesso, infatti, ha avvertito: «Io non sono né uno “scrittore”, né un “pensatore”, né un “filosofo” – né qualsiasi altra cosa in qualunque forma di espressione – niente di tutto ciò prima di essere stato, di essere e di restare un monomane». Ma in che consiste questa monomania? Si può rispondere alla domanda dicendo che, per lui, tutto ha origine da una visione mentale(da un fantasma, ossia uno scenario immaginario), contemplata con nitidezza tale da poterla poi convertire in descrizione verbale o in rappresentazione iconica.

L’assiduo rimuginare sulle proprie visioni ha trovato un nome nel linguaggio dei teologi antichi, che l’hanno definito delectatio morosa. Si tratta di un concetto ricorrente in Klossowski, che già nel primo libro, quello su Sade, lo espone con minuzia: «La delectatio morosa consiste in quel moto dell’anima attraverso cui essa si porta volontariamente verso le immagini di atti carnali o spirituali proibiti per attardarsi nella loro contemplazione; queste immagini della tentazione o del peccato già compiuto appartengono alla fantasticheria spontanea e la loro apparizione, di per sé, non costituisce ancora uno stato peccaminoso dal punto di vista della teologia morale […]. L’anima si abbandona a un’attività necessariamente colpevole soltanto con l’intervento della volontà, a partire dal momento in cui si sforza di fissare tali immagini quando si presentano secondo l’arbitrio della fantasticheria, oppure di evocarle, nella sensazione della loro presenza nascosta, quando sono apparentemente svanite nella zona oscura della coscienza, come mezzi di piacere che l’anima terrebbe in riserva». Ma se si esce dall’ottica cristiana, ecco che la delectatio morosa si trasforma da inclinazione al peccato in qualcosa di assai diverso, ossia in un’impareggiabile forma di gratificazione: «Mentre nella realtà esteriore il soggetto si vede sottomesso alle condizioni spaziali dell’inseguimento, della ricerca e dell’incontro di esseri e cose, nella realtà intima, nello spazio dell’anima, accade il contrario: gli esseri e le cose vengono al soggetto e lo raggiungono attraverso la sensazione che egli ha di essi nell’attesa della loro venuta». […]


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Il saggio di Giuseppe Zuccarino, tratto da Maestri ribelli (a cura di Aldo Marroni e Ugo di Toro, Verona, ombre corte, 2020), sarà pubblicato integralmente in “Quaderni delle Officine”, vol. CVII, giugno 2021.

1 commento su “Klossowski, o dell’ostinata singolarità”

  1. La madre di Pierre Klossowsky fu Baladine , amica di Rilke negli anni ’20 a Muzot nella Svizzera francese. Per il fratello di Pierre Balthazar ,che aveva dipinto la storia del suo gatto perduto e ritrovato, Rilke scrisse una brillante prefazione intitolata col nome del gatto: MITZOU. Più tardi il piccolo diverrà un autore famoso col nome do Balthuz de Rola. ELISABETTA POTTHOFF

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