Su “Delle osservazioni” di Marco Giovenale

Antonio Devicienti

Il paradigma cui Giovenale rimane fedele, è cosa arcinota, è l’uso di un linguaggio e di strutture sintattiche che vogliono stare agli antipodi del lirismo e del sentimentalismo, dello psicologismo e della bella forma vuota e fine a sé stessa; l’incessante tensione intellettuale e la lucidissima coscienza sia ermeneutica che storica rendono la scrittura di Marco Giovenale un sistema d’intervento che definirei chirurgico, là dove il mondo stesso appare come un’unica clinica e gli esseri umani dei ricoverati in continuo, solo apparentemente paradossale stato di precarietà e che non potranno mai guarire dalla condanna a morte che è l’esistere: ma questo, tengo a sottolinearlo con grande forza, non dà vita a una scrittura funerea o banalmente e noiosamente “pessimistica”, bensì a un lucido dire sia la condizione umana (esistenziale e conoscitiva, conoscitiva e politica, politica e sociale) che i moti del pensiero che con una tale condizione si misura, per cui l’attitudine “chirurgica” della scrittura è, paradossalmente, l’unico modo in cui cercare non un’impossibile guarigione, ma, nella clinica-mondo, un modus vivendi et operandi che dia un qualche senso al vivere stesso.

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