Su “Delle osservazioni” di Marco Giovenale

Antonio Devicienti

Il paradigma cui Giovenale rimane fedele, è cosa arcinota, è l’uso di un linguaggio e di strutture sintattiche che vogliono stare agli antipodi del lirismo e del sentimentalismo, dello psicologismo e della bella forma vuota e fine a sé stessa; l’incessante tensione intellettuale e la lucidissima coscienza sia ermeneutica che storica rendono la scrittura di Marco Giovenale un sistema d’intervento che definirei chirurgico, là dove il mondo stesso appare come un’unica clinica e gli esseri umani dei ricoverati in continuo, solo apparentemente paradossale stato di precarietà e che non potranno mai guarire dalla condanna a morte che è l’esistere: ma questo, tengo a sottolinearlo con grande forza, non dà vita a una scrittura funerea o banalmente e noiosamente “pessimistica”, bensì a un lucido dire sia la condizione umana (esistenziale e conoscitiva, conoscitiva e politica, politica e sociale) che i moti del pensiero che con una tale condizione si misura, per cui l’attitudine “chirurgica” della scrittura è, paradossalmente, l’unico modo in cui cercare non un’impossibile guarigione, ma, nella clinica-mondo, un modus vivendi et operandi che dia un qualche senso al vivere stesso.

  La ferrea costruzione dei testi, la tecnica del montaggio sempre rigoroso di frammenti di discorsi o di azioni, l’uso della terza persona singolare rendono riconoscibilissima e peculiare anche in questo libro la scrittura di Marco Giovenale che si anima delle voci e dei fatti anonimi che danno vita a una quotidianità filtrata sia attraverso il registro del parlato, sia attraverso una sua rappresentazione (o, probabilmente, sarebbe meglio dire rappresentabilità) priva di enfasi, franta, impersonale proprio grazie alla distanza cercata e attuata tra il Giovenale-soggetto-scrivente e il Giovenale-autore (ragiono, ovviamente, nei termini foucaultiani della celebre conferenza del 22 febbraio 1969).

     Propongo ora un raffronto tra due versioni del medesimo testo; la prima com’è stata pubblicata in Storia dei minuti, la seconda come viene riproposta in Delle osservazioni (p. 7):

Poi l’ultimo è stato cruciale,
l’ultimo compratore – fa. Per chiarire
sapere la prima volta
(in mezzo secolo, di teatro)
quali fossero i confini della casa,
effettivi, della proprietà, tenuta, lasciandola
si è potuta vedere: intera (altrui). Esattezza, poi
testarda, senza oggetti
nei colori solo millimetrati:
i detriti, il tetro
puro dei dati


Poi l’ultimo è stato cruciale,
  l’ultimo compratore – fa. Per chiarire
  sapere la prima volta
  (in mezzo secolo, di teatro)
  quali fossero i confini della casa,
  effettivi, della proprietà, tenuta,
lasciandola
  si è potuta vedere: intera (altrui).
Esattezza, poi
  testarda, senza oggetti
  nei colori solo millimetrati:
  i detriti, il tetro
  puro dei dati

     Si osservi come nella riscrittura Giovenale lavori sulle spaziature e sugli a capo: apparenti scarti minimi che, in realtà, rivelano quanto il ritmo e la spazialità (sia visiva che di pronuncia) permangano campi d’azione decisivi, in particolar modo se si è convinti che il testo non sia soltanto l’insieme di parole e di versi stampati sulla pagina, ma anche un oggetto a più dimensioni capace di riverberarsi in diverse direzioni. E in questo momento penso anche alla scrittura asemica di Marco Giovenale e all’installance, a quelle azioni, cioè, che si provano a rendere visibile (a perimetrare) uno spazio o a infiltrarvisi e, pure, a coglierne i detriti, forme apparentemente abbandonate, pressoché sottratte all’attenzione e allo sguardo, ma capaci di costituire dati, nella valenza doppia del termine (la datità Gegebenheit – della filosofia e il dato aritmetico-matematico); ché il tema fondante del testo mi sembra essere quello dell’abitabilità di uno spazio e del relativo abitante (e già in Shelter c’erano «le mura / […] rivendute tante volte», p. 110, ma, anche, se in Delle osservazioni si legge a p. 13 «non hanno messo il gas», in Shelter si trova a p. 23 «manca il gas da quattro anni» come emblema dell’inabitabilità), della perimetrabilità dello spazio abitato (quindi vissuto, pensato, immaginato, percepito, posseduto) non disgiunto dalla necessaria sequenza temporale (si pensi all’avverbio poi posto proprio ad apertura del testo e, successivamente, come a cadenzare la seconda e ultima parte del testo stesso) e, di conseguenza, ecco emergere una necessaria e metodologica esattezza cui s’associa (se ne osservi la pregnante giuntura a definire un metodo conoscitivo) l’aggettivo testarda; si colga anche il ricorrere del nesso consonantico –tr– che arriva a “sciogliersi” come riecheggiando in ultima sede (testarda, millimetrati, detriti, tetro, puro, dati) e che, nello spazio sonoro del testo, possiede una coerente funzione non esornativa né decorativa, ma strettamente concettuale. […]

***

Tratto da: “Riscritture, rasure, svolte, piegature: su Delle osservazioni di Marco Giovenale” (Pavia, Blonk Editore, 2021), di prossima pubblicazione in “Quaderni delle Officine, CVIII, giugno 2021.

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