Errata corrige – Su “Delle osservazioni” di Marco Giovenale

     Marco Giovenale mi segnala questo passaggio del mio studio su Delle osservazioni:

Propongo ora un raffronto tra due versioni del medesimo testo; la prima com’è stata pubblicata in Storia dei minuti, la seconda come viene riproposta in Delle osservazioni (p. 7):

Poi l’ultimo è stato cruciale,
l’ultimo compratore – fa. Per chiarire
sapere la prima volta
(in mezzo secolo, di teatro)
quali fossero i confini della casa,
effettivi, della proprietà, tenuta, lasciandola
si è potuta vedere: intera (altrui). Esattezza, poi
testarda, senza oggetti
nei colori solo millimetrati:
i detriti, il tetro
puro dei dati


   Poi l’ultimo è stato cruciale,
   l’ultimo compratore – fa. Per chiarire
   sapere la prima volta
   (in mezzo secolo, di teatro)
   quali fossero i confini della casa,
   effettivi, della proprietà, tenuta,
lasciandola
   si è potuta vedere: intera (altrui).
Esattezza, poi
   testarda, senza oggetti
   nei colori solo millimetrati:
   i detriti, il tetro
   puro dei dati

     Si osservi come nella riscrittura Giovenale lavori sulle spaziature e sugli a capo: apparenti scarti minimi che, in realtà, rivelano quanto il ritmo e la spazialità (sia visiva che di pronuncia) permangano campi d’azione decisivi, in particolar modo se si è convinti che il testo non sia soltanto l’insieme di parole e di versi stampati sulla pagina, ma anche un oggetto a più dimensioni capace di riverberarsi in diverse direzioni.

Marco mi spiega quanto segue: «Le due versioni della poesia che riporti sono in realtà identiche: solo, Blonk ha voluto utilizzare, a segnalare quei versi che eccedono lo spazio della pagina, non la parentesi quadra classica (“[“) bensì il rientro nel verso successivo. 

Quelle indentazioni verso sinistra che dunque si possono osservare stanno in sostanza al posto delle normali quadre che indicano la continuazione del verso. P. es.: uno dei versi non è “effettivi, della proprietà, tenuta, / lasciandola”, bensì riprende la forma che aveva in Storia dei minuti: “effettivi, della proprietà, tenuta, lasciandola”. Verso lungo che l’impaginazione ha spezzato indentando».

Ne prendo senz’altro atto, anche se, proprio in ragione dell’amor philologiae cui faccio cenno nel mio saggio, mi piace notare quanto significativamente anche delle semplici (“semplici”?) scelte tipografiche in origine non compiute dall’autore (e, in questo caso, poi dall’autore accettate) possano mutare il volto di un testo, mi solletica addirittura l’idea di far riferimento a un magnifico (tra i suoi tanti) studio di Luciano Canfora che si chiama Il copista come autore (Sellerio, Palermo 2002) nel quale Canfora studia quei casi in cui è il copista, talvolta per volontà deliberata, talaltra inconsapevolmente, a cambiare il volto di un testo e la sua tradizione; nel caso presente mi ha non poco affascinato l’idea che Marco Giovenale fosse intervenuto con cambiamenti quasi impercettibili, anche (e giustamente) sfidando l’attenzione del lettore: per usare un aggettivo banalissimo quella di Giovenale è una scrittura “difficile” e di questo non finirò mai di ringraziarlo perché essa non solo corrisponde all’estrema complessità del reale, ma anche perché non consola e non coccola il lettore, ma ne pretende continua vigilanza e una risposta da co-autore. 

Gli slittamenti (anche soltanto tipografici) da edizione a edizione appartengono alla tradizione del testo, ne arricchiscono l’eco, ne propongono un volto nuovo. 

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