MG: la gente non sa cosa si perde

giovenalePREMESSA:

Quelle che Marco Giovenale compie in La gente non sa cosa si perde (Tic Edizioni, Roma 2021) sembrano campionature di frammenti del parlato e assemblaggi di materiale linguistico eterogeneo, una sorta di reperti dal nostro tempo; sono, in realtà, (e come sempre nell’opera di Giovenale) calibratissimi testi nei quali scorgo, contemporaneamente, ironia e pietas.

L’ironia (unita a un’agguerritissima lucidità) è lo strumento principale capace di cogliere, nel linguaggio e traverso il linguaggio, contraddizioni e aberrazioni del reale: la pietas (di totale impronta laica e antimetafisica, ovviamente!) si esercita, sempre tramite la scrittura, nei confronti dei minuti (anche questo libro potrebbe essere in parte considerato un nuovo capitolo della storia dei minuti) le cui ombre e nomi (i quali, però, non scalfiscono minimamente… l’anonimato che sembra caratterizzare le vite nella nostra contemporaneità) appaiono in taluni dei testi per dar vita a un racconto collettivo di solitudini, frustrazioni, alienazioni, reificazione delle persone e delle professioni, dei rapporti interpersonali e delle memorie individuali.

Se Delle osservazioni può essere senz’altro ascritto a libro di poesia (pur con le peculiarità della scrittura giovenaliana), La gente non sa cosa si perde si situa in una regione della scrittura in cui le definizioni tradizionali entrano in crisi mostrando la loro insufficienza e artificiosità. 

Scrive Giorgio Agamben: «È un fatto sul quale non si rifletterà mai abbastanza che nessuna definizione del verso sia perfettamente soddisfacente, tranne quella che ne certifica l’identità rispetto alla prosa attraverso la possibilità dell’enjambement. Né la quantità, né il ritmo, né il numero delle sillabe  – tutti elementi che possono occorrere anche nella prosa – forniscono, da questo punto di vista, un discrimine sufficiente: ma è senz’altro poesia quel discorso in cui è possibile opporre un limite metrico a un limite sintattico (ogni verso in cui l’enjambement non è, attualmente, presente, sarà, allora, un verso con enjambement zero), prosa quel discorso in cui ciò non è possibile. 

[…] Che cosa, dunque, è propriamente in esso (scil. nell’enjambement) in questione, perché gli venga conferito un simile potere delle chiavi sui metri della poesia? L’enjambement esibisce una non-coincidenza e una sconnessione fra elemento metrico e elemento sintattico, fra ritmo sonoro e senso, quasi che, contrariamente a un diffuso pregiudizio, che vede in esso il luogo di una raggiunta, perfetta adesione fra suono e senso, la poesia vivesse, invece, soltanto del loro intimo discordo. Il verso, nell’atto stesso in cui, spezzando un nesso sintattico, afferma la propria identità, è, però, irresistibilmente attratto a inarcarsi sul verso successivo, per afferrare ciò che ha rigettato fuori di sé. Esso accenna un passo di prosa col gesto medesimo che attesta la propria versatilità. In questo gettarsi a capofitto sull’abisso del senso, l’unità puramente sonora del verso trasgredisce, con la propria misura, anche la propria identità.

L’enjambement porta così alla luce l’originaria andatura, né poetica né prosastica, ma, per così dire, bustrofedica della poesia, l’essenziale prosimetricità di ogni discorso umano […]. La versura che, pur restando innominata nei trattati di metrica, cosituisce il nocciolo del verso (e la cui esposizione è l’enjambement), è un gesto ambiguo, che si volge a un tempo in due direzioni opposte, all’indietro (verso) e in avanti (prosa). Questa pendenza, questa sublime esitazione fra il senso e il suono è l’eredità poetica , di cui il pensiero deve venire a capo» in Idea della prosa (Quodlibet, Macerata 2002, pp. 19-21 passim).

 

SINTASSI, LESSICO, SEGMENTI DI TESTO:

Ho pensato che queste riflessioni di Agamben potessero essere efficace viatico per una lettura non impressionistica del libretto di Marco Giovenale dal momento che il discorso testuale è centrale e che, nel caso presente, va spiegata l’occorrenza di numerosi testi che sembrano scritti in versi (nella maggior parte dei casi lunghi e anche molto lunghi) e, soprattutto, va posto come altro tema centrale quello della sintassi spesso eccedente il rigo e caratterizzata da sconnessioni, anacoluti, tautologie, reiterazioni, le quali ultime, lungi dall’aggiungere o dispiegare senso, sembrano attorcigliarsi su sé stesse in una sorta di vanificazione dell’intenzione chiarificatrice e comunicativa – e non si trascuri il lessico, tendenzialmente appartenente al registro basso e colloquiale.

Do per scontata l’esclusione del perseguimento di un discorso lirico-melodico (chiunque abbia una qualche dimestichezza con la scrittura di Giovenale lo sa) e seguo la persuasione che Giovenale, proprio mettendo in atto una maniera particolare di prosimetro, lavori (id est: rifletta, id est: effettui esperimenti) sulla durata dei segmenti verbali-linguistici, su di un dire che non è né poesia, né prosa e che, senza neanche voler essere saggio, si prova a scandagliare il reale quale viene determinato dalle condizioni economiche, politiche e sociali attuali (il discorso di Giovenale mi appare sempre politico, pur non essendo la politica materia diretta ed esplicita del discorso stesso). Ovviamente tutto questo si accampa all’interno della ricerca dell’espressione adeguata e capace di esaurire in sede sia ermeneutica che linguistica la comprensione del reale e per questo i testi non sono mimesi del reale stesso, né sua parodia, ma affondo di acuminatissima sonda in quanto sussiste sempre il pieno dominio da parte dell’autore sui materiali linguistici impiegati, c’è costantemente la consapevolezza ermeneutica, storica, culturale nei confronti di quei medesimi materiali, il puntuale riconoscimento delle motivazioni per cui quei materiali siano venuti a costituirsi nella forma offerta nel libro.

…

Si sfalsa, non pare in sincrono. Sto voltato, una riga è
sufficiente per dirlo.

Do le spalle ai due rumori di acqua paralleli.
Improvvisamente si sfalsa e non pare in sincrono. (p. 7)

Se allora assumiamo come unità di riferimento i righi del testo appena riportato notiamo subito (a meno che non si tratti del semplice risultato della stampa tipografica, cioè il margine destro della pagina)  il forte enjambement tra primo e secondo e la spaziatura a metà del testo – a livello concettuale lo sfalsamento e la conseguente asincronicità si offrono come motivi conduttori dell’intero libro, si propongono, con le lunghezze variabili del fraseggio, quali segmenti linguistici che misurano la distanza tra l’espressione verbale e la situazione che il linguaggio vorrebbe descrivere.

[...]
Il camion di letame stava per rovesciarsi nella cunetta.
Fortunatamente il conducente riprende il controllo del
mezzo.
La cunetta era comunque già piena di letame.
Evitano i legami, così si sentono liberi, stanno al
mezzanino 
[...]
In fondo anche il linguaggio è qualcosa, parlare è
intervenire (p. 7)

Qui siamo, inoltre, davanti a una modalità di scrittura che monta tra di loro due sequenze grazie a una minima variazione di suono (letame →legami), mentre l’ultima affermazione sembra sospesa tra ironia e speranza che il linguaggio abbia davvero la forza d’intervento su di una realtà spesso straniante: “la gente non sa cosa si perde” è, infatti, titolo che riprende un comune modo di dire usurato al punto da non avere più spessore semantico, ma che, da un’altra angolatura interpretativa, evidenzia proprio l’ironia che è strumento cui Giovenale spesso ricorre per sottrarre il discorso a qualunque deriva sentimentale o enfatica, dal momento che il corpo a corpo ingaggiato è con il reale e con i meccanismi in esso ingenerati dai rapporti economici e sociali vigenti. L’apparenza di referti che hanno alcuni dei testi serve a portare alla luce i luoghi comuni che attanagliano e sclerotizzano il linguaggio, il montaggio di materiale verbale proveniente dal parlato conferma quanto lo stesso linguaggio, deprivato il parlante della coscienza del proprio dire e della capacità di scelta a livello sia sintattico che espressivo, sia evidenza della sottrazione di libertà di cui quello stesso parlante, spesso inconsapevolmente, è vittima. 

ALCUNI TESTI:

è un tipo di differenza diversa da tutte le altre
bisogna trovare la scatola d’entrata
quando uno ha trovato la scatola d’entrata è fatta perché
poi da lì tutte le altre differenze discendono e si trovano

basta chiaramente poi semplicemente seguire il filo rosso
e tutti gli altri

però il problema è di trovare la scatola d’entrata
nell’appartamento in cui abitiamo
se non trovo quella tuute le differenze sono o potrebbero
essere differenze da qualsiasi altra cosa
e altro luogo

per trovare la scatola d’entrata ci sono vari metodi

uno di questi è portarsi fuori dalla porta
però non è detto che funzioni
quella potrebbe esere la scatola d’uscita

un altro ancora è calarsi dall’alto però per chi sta a piano
terra è difficile
ha anche qualcosa di minaccioso
o va eseguito minacciosamente

un altro ultimo è di chiedere ai parenti di solito i parenti
sanno molte cose
e questa potrebbe essere una cosa che loro sanno oppure
chiedere a uno che stava lì da prima

di solito c’è questa figura di uno che sta lì da prima
finisce che uno che sta lì da prima sa sempre più cose
rispetto a uno che sta lì da dopo

quindi una domanda e trovo la scatola d’entrata     

una volta che ho trovato la scatola d’entrata è tutto risolto
o forse inizia tutto così
però in ogni caso si è si dice
un pezzo avanti
solitamente è davanti all’entrata
da cui il nome ma non è detto 
ci sono delle scatole che non si riescono a trovare
sono state nascoste
alcune
è difficile ricomporre i dati in un’unica figura
se la scatola d’entrata non è tutta compatta in un’unica figura
difficile lavorarci
difficile lavorare
in assoluto
trovare questa figura
(pp. 17 e 18)

questo che sto scrivendo è un testo approssimativo,
non gli si deve chiedere di essere troppo preciso, non
sono preciso, in alcuni casi devo per forza, non si chieda
perché, sbagliare perfino le lettere, la loro successione, 
scrivere sircevre, scriére, così. Sono approssimativo.

Non mi sono mai curato della precisione, se entrambe
le falde della camicia hanno un’eleganza, un’armonia, il
fatto che la camicia a scacchi non va sotto un maglione a
coste, e che marrone e blu non si devono mai e poi mai
incontrare sullo stesso corpo, una volta perfino a casa.

Così sono mediamente a metà tra il punto di mezzo e un
altro non so quale dove spostato, ma sicuramente ancora
né sull’altro lato mediano né su questo, ortogonalmente.
Una metà di discorso sta da questa parte, l’altra metà
sta nello spazio tra sé e la prima metà, sto disegnando la
matita al lavoro.

Non bisogna quindi fare molto affidamento su questo
testo, che ha un larghissimo margine di errore, talmente
largo che vi continua dietro

continua alle spalle del lettore

già lontano, re mo to
(pp. 23 e 24)

Cerca di convincermi dicendo che è un’opera di grande
raffinatezza metrica. Che se ci si concentra sulla metrica,
sulle ricorrenze, sulla impressionante tramatura  di
armonici e risonanze, si rimane affascinati e persuasi.

La metrica.

Rimango perplesso e deve capirlo dalla mia espressione,
ma non gli rispondo mentre saliamo la scala, arriviamo,
e in primo piano è l’autore, molto giovane, o comunque
abbastanza giovane, troppo per essere invitato lì,
che stasera ascolteremo.

Mettendo l’accento sul metro. Sulla metrica. Mettendo lì
l’accento, dimenticando cosa c’è scritto e che fa ridere fa
pena.

Come s emi chiedessero di andare in giro nudo ma coperto
da un raffinato tramato e complesso centrino all’uncinetto, di
venti per venti centimetri. E io a dire ma no, non mi copre,
sono nudo, datemi una mutanda. Loro a insistere: dai, non 
vedi? che rigoglio, che ragnatela di intrecci. Indossalo il 
centrino, tu, datti gioia, siine orgoglioso, tutti apprezzeranno.

È un centrino, dico, e l’arte dei centrini è nobile. Ma io
rischio l’arresto voi non capite.

E loro: sei tu che non capisci.
(pp. 30 e 31)

non lesiniamo di poniamoci delle domande

ma tu perché sei in ti piace gammm.org?

io per un innato entusiasmo la gioia della condivisione.

io per il sognante blu del banner.

a me mi piace confrontarci.

il confronto è la prima cosa, e l’interscambio.
interscambiamoci.

e tu perché credi in gammm.org?

me lo ha detto la scuola, credo che dovremmo imparare
molto condividendoci.

incontriamo le persone, parliamoli.
(p. 42)

CONCLUSIONI: 

Credo ci sia una linea di continuità all’interno della poesia comico-realistica italiana, cui Giovenale aggiunge la tecnica della reiterazione e della tautologia, cancellando, inoltre, la soglia discriminante tra poesia e prosa – contro ogni tendenza al sublime e contro l’altra tendenza (sempre presente in Italia fin dalla Controriforma) a “normalizzare”, a “normare”, ad addomesticare e a moralizzare; e non parlerei in questo caso di “giocosità”, ma di una serissima riflessione sulla lingua quale sistema rivelatore di tic, involuzioni del pensiero, vere e proprie catastrofi della consapevolezza e della libertà – insisto a dire che nei testi giovenaliani sia dato cogliere una tragicità soltanto ammantata di comicità e di paradossi, ribadisco che vi scorgo una lucida attenzione esercitata nei confronti di chi appare agito da un linguaggio deprivato di senso da parte dei diversi sistemi di potere e di controllo che, concomitanti, decidono la nostra quotidianità; anche l’elenco filologicamente ineccepibile dei versi cavalcantiani nei quali occorre il sostantivo “occhi” (lo si legge alle pagine 44 e 45) mostra, tramite l’evidente riferimento stilnovistico, l’inanità della funzione lirica, l’esaurirsi di ogni possibilità di “sublime” nella poesia, il suo collocarsi come corpo estraneo nella gran massa di materiali linguistici che, de-sublimati dalla condizione esistenziale attuale, si accampano onnivori sull’orizzonte del pensiero. Marco Giovenale tenta una via d’uscita proprio tramite quello che ho chiamato acuminatissimo scandaglio ed esercitando una pietas (che non è compassione, che non è superiore comprensione, che non è nobile accondiscendenza) nei confronti di quella “gente” che, forse, “non sa cosa si perde” proprio perché mantenuta dai diversi sistemi di potere e di condizionamento in uno stato inaccettabile d’inconsapevolezza e quindi di sudditanza.

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