Il cane blu che ride

Stefanie Golisch

La mia lingua è sempre lingua straniera

Sa le lingue.
Mi ricordo questa frase che associo al mio arrivo in Italia, più di trent’anni fa: un misto di ammirazione, stupore, ma forse anche un pizzico di irritazione: la lingua straniera, il paese straniero, lo straniero come fonte di sospetto ancestrale.
Mi ricordo le tre I di Berlusconi: Inglese, Impresa, Informatica, quella formula magica che avrebbe risolto tutti i problemi del paese una volta per sempre.
Mi ricordo quando, nei tardi anni ‘90, insegnavo all’università di Bergamo, le lacrime di due amiche, provenienti dalle valli bergamasche. Lacrime di paura davanti all’imminente partenza per le allora lontane steppe germaniche.
Mi ricordo, sempre nello stesso periodo, l’abitudine di portare, in occasione di stage linguistico, delle enormi quantità di pasta, pelati e biscotti per garantire la sopravvivenza in terra straniera.
Mi ricordo del saluto romano mattutino di un anziano collega in una scuola in Brianza che non riusciva a comprendere perché non apprezzassi un gesto così affettuoso.
Mi ricordo di certi discorsi di certi anziani che, con un sorriso di complicità, mi dicevano che Lui certamente avrebbe risolto tutti i problemi dell’Italia in un battibaleno.
Mi ricordo di un alunno che mi aveva chiesto se non mi vergognassi di essere tedesca e dello stupore di una ragazza che pensava che tutti i tedeschi, indistintamente, fossero nati cattivi. Una brutta razza, insomma.
Mi ricordo di un gioco che facevo nelle classi dei principianti: Associate liberamente tutto quello che vi viene in mente quando pensate alla Germania!
L’ho ripetuto per anni.
Tra i soliti stereotipi su due cose si poteva scommettere ciecamente: Hitler e l’Oktoberfest, rispettivamente: birra e Auschwitz.
Mi ricordo di certi alunni che alla mia domanda perché volessero studiare il tedesco mi rispondevano: Perché in Germania c’è il lavoro. Risposta delle più tristi che ogni volta mi metteva in imbarazzo e che preferivo non commentare.
Mi ricordo della poesia d’amore di Yasmin, arrivata nel cuore della lingua tedesca e della parola Bücherschreiber, coniata da Zaccaria con intuito infallibile.
Mi ricordo di un collega molto colto, molto triste, che aveva comprato, appena uscito in Italia, il primo volume di I giorni e gli anni di Uwe Johnson, autore che più tedesco non si può.
Sono queste affinità elettive più improbabili che mi sono sempre piaciute di più e confesso di averne una anche io: le poesie di Camillo Sbarbaro che mi sembrano scritte proprio per me.

Il destino ha voluto che per più di trent’anni insegnassi – ho cercato di insegnare – il tedesco.
Ora ho deciso di smettere.
Mi sono licenziata.

Apprendere una lingua straniera.
La lingua serve, si dice.
Ti può essere utile nella vita, si dice.
Ti può aiutare a trovare un lavoro.
(Soprattutto questo.)
Apprendere una lingua straniera vuol dire memorizzare le sue parole e studiare la sua grammatica per poter dire le stesse cose che diresti nella tua madrelingua, solo in un’altra lingua.
Sempre le stesse cose.
Facile.
Si pensa che sia così.
E si è delusi quando si scopre che così non è.

Perché le parole hanno una loro autonomia rispetto a chi le usa: hanno un loro colore, sapore, una loro temperatura e un loro peso variabile.
Nascono in climi differenti. Logiche e modi di pensare diversi stanno all’origine delle loro etimologie.
Hanno, insomma, una loro identità che va riconosciuta e rispettata.

Avvicinarsi a una nuova lingua è come fare un viaggio: un io incontra – e a volte si scontra con – una realtà sconosciuta. E da questo incontro/scontro, nella migliore delle ipotesi, nasce qualcosa di nuovo.

In una lingua straniera non si dicono mai le stesse cose che si dicono nella propria madrelingua.
Credo che questa frase andrebbe meditata da tutti quelli che vivono tra più lingue, imparando, insegnando che, alla fine, è la stessa cosa.
Di trasformazione si tratta, di avventura, di vita.
E non certo – come succede non raramente a scuola – di esercizi pensati giusto per allenarsi come quello – ed è purtroppo una storia vera – del cane blu che ride perché per imparare la declinazione dell’aggettivo e la coniugazione del verbo, il senso della frase non conta.

Fraintendimenti.
Aspettative deluse.
La lingua mi si oppone.
Perché non riesco a tradurre una frase così semplice?
Perché il sentimento che provo cambia in lingua straniera?

Studiare una nuova lingua vuol dire mettersi in gioco.
Essere pronti a perdere delle certezze senza necessariamente trovarne delle altre.
Farsi sorprendere.
E forse riscoprirsi nuovi in una nuova lingua.

C’è una frase di una scrittrice del Mali – purtroppo non ricordo il suo nome: Chi non sa le lingue straniere non sa niente della propria lingua.
Imparare una lingua straniera significa incontro.
Incontro con quello che è diverso da me e incontro con me stesso.
In questo incontro può succedere di tutto perché nulla è scontato quando si parte per nuove terre senza biglietto di ritorno.

In fondo, l’immagine del cane blu che ride – se non ridotto a mero esercizio grammaticale insensato – mi piace pure: chissà il mondo tradotto nella sua lingua….

2 pensieri riguardo “Il cane blu che ride”

  1. Commosso e profondamente toccato ringrazio per queste considerazioni che, tra l’altro, perfettamente esprimono anche uno dei motivi fondamentali che spingono a tenere vivo lo spazio della Dimora del Tempo sospeso.

    1. Grazie… si, lo penso anche io che il dimorare nel tempo sospeso sia più necessario che mai….
      Buoni pensieri Stefanie G.

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