I giorni e la scrittura

Leopardi, ZibaldoneRisale agl’inizi di dicembre del 1992 il mio primo incontro con colui che sarebbe diventato un amico fraterno, l’artista originario di Alessano (nella zona del Capo di Santa Maria di Leuca) Pasquale Fracasso: entrambi insegnanti alle prime armi, entrambi “espatriati” dalla comune piccola patria salentina, ci siamo conosciuti sul bus che ci portava verso la scuola dove quell’anno scolastico avremmo insegnato fino a giugno – e quell’anno sarebbe stato intenso e bellissimo anche per una frequentazione intellettuale che mi avrebbe portato a conoscere due autori che ancora ignoravo: Antonio Prete ed Edmond Jabès; è stato Pasquale a farmi leggere Uno straniero con, sotto il braccio, un libro di piccolo formato, è stato lui a parlarmi di Antonio Prete e successivamente a regalarmi Prosodia della natura.

Nel corso degli anni si è molto intensificata la mia frequentazione dei libri e della scrittura di Antonio Prete, sarebbe stato durante alcune giornate veneziane in compagnia di mia moglie Elma e di nostra figlia Giulia che avrei acquistato l’edizione Feltrinelli del Pensiero poetante – Enrico De Vivo ospitava già qualche mio contributo su Zibaldoni e altre meraviglie dove potevo leggere, ammirato, gli interventi di Prete, di Celati, di Giuliano Scabia…  

In questi giorni Il pensiero poetante è di nuovo nelle librerie, ma proposto dalla Casa Editrice Mimesis e corredato da un’Introduzione che il professor Prete ha scritto proprio per questa riedizione, insieme con una Notizia bibliografica aggiornata all’anno 2021, in quanto tale Notizia era già presente nelle edizioni precedenti – la cronistoria del libro Il pensiero poetante. Saggio su Leopardi contempla infatti la prima edizione italiana nella collana “FISB” di Feltrinelli del luglio 1980, la prima edizione in “Campi del sapere” dell’ottobre 1988 (Feltrinelli), la seconda edizione ampliata del marzo 1996 (Feltrinelli), la prima edizione  (ampliata) in “Universale economica Feltrinelli ” – SAGGI del settembre 2006 (quella che avevo acquistato in una libreria veneziana non lontana da Frezzeria) e, infine, nella Collana Mimesis / Leopardiana dell’aprile 2021 della quale vado ora a scrivere.

E voglio innanzitutto sottolineare l’amorosa “fedeltà leopardiana” che Antonio Prete continua a esercitare e a onorare nel tempo; scrive infatti Prete già subito nell’Introduzione

«Un pensiero che, animato dal soffio della poesia, attraversa la terra del sapere con profondità e leggerezza, sospingendosi fino alla soglia dell’inconoscibile. Una poesia per la quale pensare è interrogarsi sull’esistenza individuale e universale, sul dolore del mondo, sulla finitudine come essenza della condizione umana, sul nesso tra il respiro del vivente e il respiro dell’universo.

Se ci si pone dinanzi alla scrittura leopardiana in stato di ascolto, sospendendo le tante formule in cui di volta in volta essa è stata raccolta, o costretta, ci si accorge che il movimento del pensiero, come appare nel dispiegarsi dello Zibaldone, è abitato dai modi propri della poesia, cioè dal vento dell’immaginazione, dal piacere dello sguardo sull’apparire del mondo, da una curiosità che, esplorando le forme del sapere, la loro genealogia, la loro storia, si misura con il limite stesso del conoscere». (p. 7 dell’edizione Mimesis)

Aveva aperto la Prefazione alla prima edizione scrivendo:

«Interrogare lo Zibaldone leopardiano è un esercizio che attiene più alla meditazione che alla critica. Più al paesaggio scomposto dell’esperienza che al regno ordinato dei discorsi.

La scrittura dello Zibaldone si alimenta di una biblioteca reale mentre insegue il disegno di un’altra biblioteca. Per la permanente disposizione al saggio e al frammento, essa scompiglia i confini sorvegliati di letteratura e filosofia». (p. 15 dell’edizione Mimesis) 

Lo stesso Prete, riflettendo sulle motivazioni che l’avevano spinto a scrivere Il pensiero poetante e sulle loro realizzazioni nel saggio, poi sui molti libri successivi dedicati a Leopardi o comunque contenenti saggi e riferimenti al poeta recanatese, scrive:

«In questi successivi indugi su Leopardi m’è accaduto via via di dissipare certe astrattezze, e anche un qual certo ardore polemico, che a tratti caratterizzano quel mio primo libro dedicato allo Zibaldone». (pp. 10 e 11)

Il pensiero poetante viene riproposto senza aggiunte o ritocchi, sempre suddiviso nelle sue tre parti (Meditazioni sul piacere; Il luogo della critica; Corpo, linguaggio, civiltà) anche perché 

«Una riedizione del Pensiero poetante non altro ha da augurarsi se non che nuovi lettori possano abituarsi a sostare tra le pagine dello Zibaldone, dei Canti, delle Operette morali e degli altri scritti leopardiani, ascoltando il respiro poetico del pensiero e, allo stesso tempo, la tensione conoscitiva della poesia». (p. 14)   

Ma al di là dell’acribia ermeneutica, del ventaglio vasto e suggestivo dei riferimenti e delle interconnessioni, della vasta documentazione, voglio soffermarmi sulla scrittura di Antonio Prete che, come sempre, è elegante e a sua volta attraversata dal soffio della poesia e di un pensiero mobile, operoso, innamorato del mondo e della parola che quel mondo può esprimere; a pagina 8 Antonio Prete esprime un concetto bellissimo e commovente: parlando dell’ “immenso scartafaccio” dello Zibaldone scrive che «Nel corso di questo cercare è messa in campo un’esperienza profonda della filologia, intesa nel suo ardente etimo, come amore della lingua», ma anche i termini “indugiare”, “abitare”, “immaginare”, “lontananza”, ovviamente “ricordanza” illuminano un testo articolatissimo che possiede il rigore scientifico del saggio e uno stile che ne fa un testo letterario esemplare – e si leggano, per esempio, il Trattato della lontananza (Bollati Boringhieri, Torino, 2008) o Il cielo nascosto. Grammatica dell’interiorità (Bollati Boringhieri, Torino 2016)  oppure La poesia del vivente. Leopardi con noi (Bollati Boringhieri, Torino 2019) per constatare quanto il solido tronco del Pensiero poetante abbia germogliato e si sia ramificato non senza aver dato vita anche ai testi in versi e alle prose d’invenzione di Antonio Prete, dal momento che l’attività dello studioso e del filologo nutre la poesia e l’arte del racconto e i racconti e le poesie nutrono l’attività del filologo e dello studioso.

«Il desiderio d’infinito è desiderio del nulla, ma questa coincidenza tra il nulla e l’infinito avviene nel linguaggio. Il linguaggio è il respiro del corpo, del suo limite. Ma come può il limite pensare l’infinito? Non dunque sui sentieri del pensiero, sui sentieri della finzione nel pensiero, si può trovare una risposta al desiderio d’infinito. Né si può cercare questa risposta al di fuori di “questa terra”, essendo il desiderio “materiale”. Resta lo sguardo del poeta che dalla siepe rivà verso l’avventura d’un figurazione “positiva” dello spazio e del tempo, e da questa ritorna verso una comparazione tra ciò che è e ciò che non è, tra il tempo del corpo e l’altro tempo, tra il “suono” della stagione e l’assenza di ogni suono e di ogni stagione: questo sguardo vede anche il pensiero annegare, e rinunciare a inseguire teoreticamente il rapporto tra l’infinito e il nulla. Questo sguardo non è più uno sguardo, ma è il corpo dell’uomo, l’assunzione del suo limite prima dell’ultimo abbandono. Cessazione dell’analisi. Riposo del desiderio. Fine della finzione». (p. 76)

«L’incontro tra poesia e filosofia, tra poesia pensante e pensare poetante, è la ricerca che trascorre nelle pagine del pensiero dei moderni. Una ricerca che s’affida ad una domanda radicata nell’immaginazione rasserenata della saggezza antica, che non può ritornare,  ma può, col suo statuto mitico, costituire un luogo dal quale muovere per la critica». (p. 111)

«Mai nella cultura italiana la critica della civiltà ha toccato toni così dissonanti, mai s’è alimentata di uno sguardo così severo e di una meditazione così amara e solitaria. La solitudine leopardiana è in questa distanza da ogni adeguazione all’esistente. Una solitudine che non ha radici nel preteso “provincialismo” della sua condizione intellettuale (l’opposizione di un Manzoni europeo ad un Leopardi provinciale non è più di una scialba trovata storiografica), ma nella interrogazione assidua sulle maschere della civiltà, sugli inganni della cosiddetta  “perfezione dell’uomo”.

Questo sgretolamento del senso, questo sottrarsi all’innologia progressista del secolo […] è possibile perché molte pagine dello Zibaldone […] hanno intravisto la barbarie come tessuto della civiltà, la disuguaglianza come fondamento della civiltà, la sottrazione di passione e di vitalità al corpo come progetto di ogni restaurazione». (p. 153) 

Potrei trascrivere altri passaggi dal Pensiero poetante, ma mi fermo qui pur sperando di aver suggerito alcuni dei nodi dai quali si diparte la riflessione sulla presenza del pensiero leopardiano non solo in questo libro, ma nell’intera opera di Antonio Prete la quale, a sua volta, s’inserisce nella parte migliore del dibattito e della riflessione culturale che libera Leopardi da sclerotizzazioni e da luoghi comuni, da approssimazioni e semplificazioni. Leggere l’intero Zibaldone significa infatti seguire giorno dopo giorno il pulsare di un pensiero e il respiro di uno stile, il dispiegarsi di un dialogo con le molteplici voci di una prodigiosa biblioteca e la fondazione di una nuova biblioteca costituita da tutti quei volumi che, sollecitati dal pensiero poetante leopardiano, sono venuti alla luce e ancora verranno alla luce grazie a tutti quegli studiosi e a quei poeti che instancabili scavano nei testi del Recanatese.

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