Scrivere con gli occhi: sulle “erasures” di Mary Ruefle

Scrive Beatrice Seligardi a proposito delle erasures di Mary Ruefle: «Aggiungere il proprio tempo a quello che già esiste, evocato come traccia che appare o scompare attraverso sovraimpressione e cancellatura, su superfici di cui si recupera e si sottolinea la temporalità materiale proprio nel momento in cui la si manipola: è attraverso questi procedimenti che si compone un gruppo di opere che possiamo accostare per affinità ai libri d’artista di Woodman. A Little White Shadow (2006) è un libro della poetessa americana Mary Ruefle, 

tra le più interessanti voci contemporanee della letteratura statunitense. Si tratta di una raccolta poetica anomala, dal momento che i versi sono frutto di un procedimento di erasure: quella che ci troviamo tra le mani, infatti, è la fotoriproduzione di un libro decisamente più antico – del 1889, per la precisione – su cui Ruefle è intervenuta cancellando con bianchettature le parole originarie e facendo emergere, letteralmente, un nuovo testo, frammentario e poetico. Per ogni pagina, pochi sono i sintagmi superstiti in un mare di bianco, quasi a formare, come se fossero isole sparse, arcipelaghi sensati ma misteriosi, che non si sa se interpretare singolarmente, pagina per pagina, o piuttosto lasciar scorrere sino alla fine senza soluzione di continuità. […] il modo in cui Ruefle si accosta a quelle che lei definisce semplicemente erasures […] è ben diverso rispetto a quello degli artisti a lei comparabili, perché al centro della sua ricerca c’è soprattutto la parola poetica, piuttosto che particolari effetti visivi, benché ovviamente questi siano imprescindibili nelle sue erasures: è come se si scrivesse più con gli occhi e meno con la mano, dice Ruefle, e questa caratteristica affiora non solo dall’atto della cancellatura, ma anche dalla sovraimpressione di fotografie, di illustrazioni, di veri e propri oggetti direttamente sulle pagine. […] Le erasures di Mary Ruefle esistono in primis come una sorta di rituale intimo tra la poeta e il tempo della propria esistenza. Si tratta di un gesto quotidiano, praticato principalmente durante le ore mattutine, come se fosse un’altra forma di calendario interiore. […] c’è anche l’epoca da cui provengono le parole che la poeta sceglie, fatta di nomi e atmosfere e oggetti velati tanto dalle bianchettature quanto dalla patina dello scorrere del tempo. Un tempo che è anche oblio, dimenticanza, assenza dovuta all’inesorabile cancellarsi dei ricordi, ancor più se questi ricordi hanno origine già da ciò che è stato perlopiù scordato. Infatti […] Ruefle predilige romanzi tardo-ottocenteschi, spesso scritti da autrici, pressoché sconosciuti e appartenenti a generi considerati minori […]. Dei testi originari, poche sono le parole che vengono lasciate affiorare attraverso le sostanze applicate sulla loro superficie: bianchetti, matite, inchiostri, ritagli ci rendono apparentemente impossibile poterne ricostruire l’antica fisionomia. Eppure, è proprio attraverso questo gesto di sovraimpressione, materiale e metaforica, visiva e testuale, che la concretezza dell’agire del tempo viene rappresentata in tutta la sua enigmatica e malinconica potenza. […] Ma non c’è volontà di riscrittura, né di gioco postmoderno: è piuttosto un certo modo elegiaco ad accomunare le erasures di Mary Ruefle, all’interno delle quali i riferimenti metariflessivi alla pratica stessa della poesia per cancellatura perdono qualunque connotazione parodica, per farsi canto delicato e sottile di una poesia che sembra interrogarsi su sé stessa e che al contempo, tuttavia, trattiene qualcosa degli indici, dei personaggi, della temporalità delle narrazioni sottostanti.» Beatrice Seligardi, Lightfossil. Sentimento del tempo in fotografia e letteratura (Postmedia srl, Milano 2020, pp. 129-131 passim).

Ho un debito personale nei confronti del libro di Beatrice Seligardi e che ora tento di saldare qui: avermi fatto conoscere l’opera di Mary Ruefle e avermi portato a riflettere sulla tecnica dell’erasure quale modalità di scrittura possibile e feconda.

L’analisi di Beatrice Seligardi si concentra, giustamente, su quegli aspetti che le consentono di sviluppare il tema fondamentale del libro (il sentimento del tempo e la sua rappresentazione/percezione in letteratura e nelle arti figurative); l’avvio della lunga citazione da me riportata fa riferimento all’opera di Francesca Woodman largamente discussa in tutto il volume e, in particolare, a quei libri d’artista in cui Woodman, lavorando su vecchi quaderni di sconosciuti, inserisce proprie fotografie e annotazioni: è qui che Seligardi coglie il nesso con le erasures di Mary Ruefle.

A questo punto tenterò di sviluppare una serie di riflessioni (legate anche a mie meditazioni che da anni conduco intorno al testo e alle sue forme) proprio a partire da A Little White Shadow, volumetto di piccolo formato (14,5 x 11,5 cm) pubblicato da Wave Books (Seattle & New York) nel 2006 e recante la riproduzione fotografica delle 42 pagine dell’opera – a questi “link” è possibile vedere e leggere parti dell’opera in questione:

Wave Books

un’intervista con Mary Ruefle

alcune pagine del libro

mentre nel sito dell’autrice è possibile vedere e leggere altri libri risultanti dalle erasures

Mary Ruefle

È la stessa Mary Ruefle in un testo intitolato On erasure e leggibile QUI ad affermare: «An erasure is the creation of a new text by disappearing the old text that surrounds it. I don’t consider the pages to be poems, but I do think of them as poetry, especially in sequence and taken as a whole; when I finish an erasure book I feel I have written a book of poetry without a single poem in it, and that appeals to me» e più avanti: «In the erasures I can only choose words out of all the words on a given page, while writing regularly I can choose from all the words in existence. In that sense, the erasures are like a “form” – I am restricted by certain rules. I have resisted formal poetry my whole life, but at last found a form I can’t resist. It is like writing my eyes instead of my hands.»

Ebbene: in tal modo il testo e le sue numerose epifanie (la tessitura tipografica + la tessitura sintattica e lessicale + la consequenziale tessitura concettuale) è, contemporaneamente, un libro già scritto (e, in qualche modo, dimenticato) E un nuovo libro ri-scritto sotto forma di palinsesto dalle caratteristiche peculiari: non l’intero testo sotto-stante viene cancellato (o abraso), ma viene fatto emergere UNO dei molti, possibili testi; Mary Ruefle spiega (QUIche, in media, lavora a due pagine al giorno e che solo alla fine dell’intero libro rivede tutto il lavoro, modificando, quando lo reputa necessario, anche le cancellature – ha applicato la tecnica dell’erasure a diverse decine di libri, dei quali soltanto due o tre sono stati finora pubblicati.

Questa tecnica ha direttamente a che fare con la memoria e con la sua cancellazione, con quel processo mentale che trattiene alcune informazioni/ricordi/sensazioni cancellandone altre, quindi è direttamente connessa con la stratificazione dell’esperienza e con lo scorrere del tempo, oltre che con un esercizio sia mentale che fisico il quale richiede silenzio, pazienza, concentrazione, attenzione; ma è direttamente connesso, pure, con la letteratura: ogni nuovo testo, ogni nuovo libro viene a emersione dalla grande foresta della lingua e da quanto scritto in precedenza da altri, vi s’innesta e apre il tempo futuro della scrittura nel mentre raccoglie in sé i tempi passato e presente della scrittura stessa.

Il bianco delle cancellazioni (che possono essere considerate anche velature perché talvolta lasciano intravedere piccolissime parti del testo originario, non lo occultano del tutto, ne conservano le tracce) donano alle pagine una singolare luminosità e, nella copia sulla quale l’autrice ha lavorato, è materia concreta grumosa e spessa, così che è la stessa pagina a diventare una stratificazione di diversi spessori (si pensi, anche, ai casi in cui vengono incollati dei ritagli o degli adesivi) – il bianco può, in tal modo, “accecare” per eccesso di luminosità, ma, nello stesso tempo, dar vita a lunghi sentieri che coincidono con i righi della singola pagina, o apparire come solchi di un’aratura dalla quale fruttifica un nuovo testo: «The only way I can describe it is like this: the words rise above the page, by say an eighth of an inch, and hover there in space, singly and unconnected, and they form a kind of field, and from this field I pick my words as if they were flowers» – decisivo, si badi, è il concetto di “campo/field”: esattamente come in fisica si manifesta un’interazione di forze che danno vita al testo (e Mary Ruefle afferma spesso che il suo atteggiamento davanti a una pagina bianca nella quale scrivere versi e a una pagina stampata sulla quale intervenire con le cancellazioni è identico), il testo stesso è l’oggetto concreto del libro ri-scritto tramite le erasures, ma è anche, fuor di metafora, un vero e proprio campo del quale cogliere i fiori ed è fondamentale il fatto che Ruefle scriva a mano i testi che confluiranno nei libri in poesia e, ovviamente, a mano effettui cancellazioni e sovrapposizioni, per cui l’opera risultante ha la concretezza dell’oggetto lavorato, del manufatto (manu factum) la cui elaborazione è, però, guidata precipuamente dallo sguardo.

Ruefle spiega di aver trovato in Tom Phillips (il cui libro d’artista A Humument: A Treated Victorian Novel del 1970 è un vero e proprio classico) la propria ispirazione originaria, ma direi che il suo modus operandi non è lontano, per certi versi, da quello di Irma Blank (comune è la pazienza del movimento della mano e del braccio sulla pagina, comune l’esercizio di una sorta di ascesi nel tracciare linee di bianchettatura  l’una, d’inchiostro l’altra); radicalmente profonda è, però, la distanza dalla scrittura asemica in quanto Ruefle fa emergere un senso altro o nuovo o inaspettato dall’interno di un testo che a sua volta aveva già un senso compiuto restando nell’area del significato non disgiunto dal segno-significante; ella agisce sul linguaggio accettandone i codici, accettando anche la tessitura semantica e sintattica di uno specifico testo, per poi portare alla luce, tramite le cancellature, un testo altro, poeticamente modulato per ritmo e per risultati semantici e immaginativi.

Naturalmente si può pensare anche alle cancellature di Emilio Isgrò, ma in questo caso la cancellatura del testo sottostante tende a contestare codici e tradizioni e si esercita tendenzialmente su opere molto note, mentre Mary Ruefle sceglie romanzi e raccolte di novelle destinate ai bambini o con fini edificanti e che sono cadute nell’oblio restituendo loro un’esistenza inattesa e letteralmente inedita.

Ancora altro è questo lavoro rispetto ai collage di Herta Müller: la scrittrice tedesca ritaglia i vocaboli da quotidiani e riviste e li incolla sulla pagina creando testi tendenti sovente al surrealismo, “smontando” quindi e “rimontando” i testi, allontanandosi radicalmente dagli originali, inserendosi in qualche modo anche nella scia della konkrete Dichtung e nella tecnica del montaggio di testi (qui portata, ovviamente, all’estremo della sua applicazione), mentre Ruefle cancellando esercita un’azione di riduzione e di rasciugamento del testo (è lei stessa a dichiarare di essere soggiogata dal genere dello haiku e dalle difficoltà che comporta il comporre haiku), la stesura del bianchetto, vera e propria “piccola ombra bianca” distesa sul testo originale, riduce il testo a poche sillabe, facendolo emergere in una luce capace di sospenderlo tra l’ascetismo del processo di cancellazione e il significato anche esistenziale di tale processo: «First your life is erased, then you are erased. Don’t tell me that erasure is beside the point, an artsy fragment of the healthy whole. If it is an appropriation, it is an appropriation of every life that has preceded your own, just as those in the future will appropriate yours; they will appropriate your very needs, your desires, your gestures, your questions, and your words.»

Se infatti si apre l’edizione Wave Books di A Little White Shadow ci si trova davanti, in successione, a due frontespizi e a due date differenti (2006 e 1889) quasi a riprova di quanto affermato da Ruefle: nel primo frontespizio il nome dell’autrice immediatamente sotto il titolo (Emily Malbone Morgan) è eraso e Mary Ruefle vi ha apposto la propria firma a mano, facendo seguire l’unica parte salvata di quello che appare come un esergo “So much the less complete”; del secondo frontespizio nulla è stato cancellato, cosicché apprendiamo che il libro è un’autopubblicazione di E. M. M. (le iniziali dell’autrice), che è dedicato alla memoria di una persona cara alla scrittrice e che i proventi della sua vendita andranno a una colonia estiva di ragazze lavoratrici; in questo splendido saggio Genevieve Kaplan discute e illustra ampiamente contesti e connessioni di A Little White Shadow, affrontando, tra l’altro, il punto nodale del rapporto con il testo di partenza e anche con il libro in quanto oggetto che viene smembrato, modificato, riusato: siamo di fronte al problema del testo (e del libro) tradizionalmente investiti di una qualche sacralità e/o inviolabilità e che l’intervento di Ruefle e di tutti gli artisti che manipolano e modificano libri e testi precedenti sembra negare o profanare – direi che Mary Ruefle pone la questione in una prospettiva antimetafisica e di materialismo sia storico che filosofico, in termini scevri proprio di qualunque equivocità di marca irrazionalistica e sacrale: esplicitamente interessata all’aspetto linguistico e alla ricerca sul terreno della poesia, Mary Ruefle dimostra con le sue erasures che la letteratura è un processo anche di cancellazione del preesistente, di testi che rampollano da resti o scarti o obliterazioni di testi precedenti; contemporaneamente affronta la questione (imprescindibile e inscindibile da quella concettuale e stilistica) della visualità e dell’oggettualità del testo e del libro: questi ultimi sono anche spazi bi- e tridimensionali, pertengono alla sfera della vista, ma anche del tatto e dell’odorato, sono costituiti da margini, a capo, indici, frontespizi, copertine (si pensi soltanto alla lezione di Gérard Genette e del suo Soglie), posseggono capacità attrattiva nei confronti anche soltanto di quegli interventi che molti lettori usano fare (note a matita o a penna, inserzione di segnalibri o piegatura dell’angolo di una pagina) o di quegli accidenti che possono verificarsi usando il libro (macchie d’umidità, impronte lasciate inavvertitamente, abrasioni, eccetera).   

Il biancore delle erasures è il silenzio che fa da sponda alle parole, ma anche il silenzio nel quale affondano le altre parole, dialettica dell’emersione e dell’inabissamento, del ricordo e dell’oblio, del visibile e del velato, di quello che viene conservato e di quello che viene scartato. “Scrivere con lo sguardo” è percepire la lingua e il testo come spazio visivo e sonoro e, a ben riflettere, ogni testo nasce perché si cancellano tutti gli altri testi possibili che, potenzialmente, pur esistono, ma non giungono a espressione: ogni testo emerge per sottrazione (non si useranno mai tutti i vocaboli della lingua, mai tutte le combinazioni concettuali e sonore possibili); «non rimangono che frammenti, bassorilievi da cui spuntano affioramenti bizzarri, surreali, enigmatici, e proprio per questo incredibilmente evocativi»,  scrive Beatrice Seligardi a pagina 136 e in tal senso il paradigma warburghiano dell’emersione nel presente di frammenti pur ancora agenti e vivificanti del e dal passato può ulteriormente illuminare il processo delle erasures di Mary Ruefle, confermando un altro aspetto della letteratura costituito da quelle correnti sotterranee e come inabissate che talvolta riemergono rivelandosi ancora pienamente vitali.

Aperta ed enigmatica è l’interpretazione del livello concettuale di A Little White Shadow; l’opera può essere letta sia come una mise en abyme dell’esperienza stessa e del processo dell’erasure, sia come una meditazione poetica e ricca di allusioni sulla percezione, sulla memoria, sul tempo.

Propongo i testi di pagina 12 (l’originale è nell’immagine di copertina di questo saggio) e 15 (i tratti verticali vogliono suggerire le erasures): 

white in time |||||||||||||||||||||||||||||||
would always ||||||||||||||||||||||||||||||||
||||||||||||||||||||||||||||||||||come for me
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|||||| and grow confidential ||||||||||||||||
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||| then
||||||| curve her shoulders |||||||||||||||||
and |||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
say something philosophic. ||||||||||||||||||
||||||||||||||||| that ||||||||||||||||||||||
evaporated ||||||||||||||||||||||||||||||||||
like the rivers in a Chinese picture ||||||||
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
||||||||||||||||||||I was brought in contact 
with the phenomenon peculiar to ||||||||||||
|||||||||||||||||||||| "A |||||||||| shadow."
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
||||||||||||||||||||||||||||Everyone you met
was sure, sooner or later, to speak ||||||||
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||| the
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|||||||||||||||||| time, - |||||||||||||||||
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||

Nota: tutti i collegamenti qui proposti derivano dalla ricchissima bibliografia-sitografia consultabile in chiusura di Lightfossil (op. cit.).  


2 pensieri riguardo “Scrivere con gli occhi: sulle “erasures” di Mary Ruefle”

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