nell’esilio / su “La mano bruciata” di Jonny Costantino

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Ogni lettore che abbia la mano bruciata (purché veramente bruciata dal fuoco dell’arte E della vita, della passione E dell’anarchia, dell’insurrezione E dell’anticonformismo) capirà e amerà e divorerà questo libro di Jonny CostantinoLa mano bruciata (Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2021).

Non c’è nulla di saggio in questa raccolta di saggi (di saggiamente piccoloborghese, intendo dire, di giudiziosamente soppesato per essere offerto ai delicati palati dei signorini e delle signorine che scrivono e leggono di tenui sentimenti, d’indimenticabili tramonti, di farfalle librantesi tra steli d’erba e di angeli celati in soffi d’aerea luce); e proprio perché è l’autore stesso a definire le singole parti che compongono il libro sia “scritti” che “saggi”, vi riconosco fraternità del sentire e del pensare: scritto oppure saggio significa qui pagine che si negano a qualunque tradizionale, accademica, imbalsamata definizione, significa libertà del pensare e del vagabondare ed è linguaggio capace di trascorrere dallo scurrile al colto, dal parlato al cantato, dal meditabondo al provocatorio. 

È nel linguaggio la forza tracimante e trascinante di questo libro ed è nelle persone di cui Jonny racconta e di come ne racconta: da Clarice Lispector ad Antonio Moresco, da Ivano Ferrari a Marlene Dumas, da Nicola Samorì a Ingeborg Bachmann, da Guido Ceronetti a Gustave Flaubert, da Lorenzo Mattotti a Domenico Brancale, da Flavio De Marco, da Thomas Bernhard ad Agota Kristof, a Roberto Bolaño, allo spirito sempre aleggiante di Charles Baudelaire (insomma “scrittori, pittori, emozioni” per riferirci al sottotitolo del volume) e mi sono limitato a citare solo i nomi e i cognomi che esplicitamente compaiono nei titoli dei diversi saggi, ché all’interno dei singoli testi ancora altri nomi vengono alla luce e, a ben guardare, il libro è sì una raccolta di testi già comparsi in altre sedi e rivisti per questo volume (i più sul Primo Amore, altri su Rifrazioni o in cataloghi di mostre), ma nulla impedisce di leggerlo come un’autobiografia intellettuale e sentimentale, come un romanzo di passioni e di ossessioni, di amori e di vitalissimo amore alla vita (malgrado morte e male siano presenze costanti sul cui senso e sulle cui ragioni tornerò a dire), lo si può leggere come il naturale sviluppo di Mal di fuoco e di Un uomo con la guerra dentro, come un viaggio attraverso i fermenti del nostro presente (che, tramite la scrittura e i racconti di Jonny appare meno scialbo e meno conformista di quello che può apparire – o, piuttosto, questo accade grazie alla scrittura di Jonny Costantino: il nostro presente è, spesso, paludoso e maleodorante di conformismo e d’ipocrisia).

Sì, perché La mano bruciata è l’insurrezione del pensiero e del sentire contro ogni appiattimento, convenzionalità, normalizzazione in atto: attraverso gli incontri (alla lettera carnali) con le scritture e le opere dei vari autori e, anche, personali con taluni di essi, si libera un’energia incontenibile che si trasmette tramite la scrittura stessa di Jonny Costantino, anch’essa peculiare e anticonvenzionale, volutamente maleducata e capace di raffinatissimi riferimenti, di finissime etimologie, di commoventi atti d’amore, di espliciti capovolgimenti delle idées reçues, di generosi ribaltamenti e capovolgimenti delle convenzioni.

«Poetare: testimoniare e testimoniando insorgere contro la logica di sterminio della quale si è proprio malgrado rotella. Poetare: insorgere e insorgendo recuperare una lingua non timbrata, non tarpata, non irregimentata, non assoggettata, non soggetta a prescrizione, giammai salariata» (in Ivano Ferrari e il macello, p. 76).

Accolta nella collana “che ci faccio qui” diretta da uno studioso e scrittore della grandezza di Vito Teti (complimenti, Jonny carissimo!) dell’editore Rubbettino, La mano bruciata è «il libro di uno che vive in modo da non tradire la scrittura e scrive in modo da non tradire la vita. Se troverai un principio operante, è il principio dei vasi comunicanti» scrive l’autore in Rompere il ghiaccio (p. 9), testo che apre il volume e che con lo scritto conclusivo, (Il diritto di scrivere) dedicato a Flaubert e a Bachmann, è l’unico inedito del libro. 

Già da solo Rompere il ghiaccio è un capolavoro di prosa ritmica ricchissima di rime e assonanze e che potrebbe benissimo essere testo recitato e cantato insieme con un quartetto d’improvvisazione jazz (leggendo e rileggendo torno a sentire un sapiente e meditativo sax – Charles Lloyd? -, una complice, vivace tromba che conosce anche i piaceri del buon vino e del buon cibo – Enrico Rava? -, un contrabbasso elegante – Dave Holland? -, una batteria padrona del tempo – Jack DeJohnette? – ma altri nomi si leggono tra gli amori in jazz di Jonny a pagina 11… ) – e il mio non è solo un gioco, sì invece un suggerimento concreto: si legga l’intero libro udendone le vibrazioni sonore, leggendone passi a voce alta, perché il linguaggio e la scrittura muoiono e imputridiscono se evirati della loro valenza sonora. 

Mi colpisce l’estrema precisione delle date: per quasi ogni incontro (che sia avvenuto con un libro o con un artista) Jonny ricorda ed esplicita data, ora e circostanza perché per lui il luogo, le persone presenti, magari gli odori, le variazioni di luce rimangono fondamentali e necessari per la narrazione, se l’incontro è avvenuto in una circostanza conviviale i cibi e le bevande consumati troveranno posto anch’essi sulla pagina – è, questa, una forma di profondo rispetto per le persone, un modo concreto e vero per eliminare ogni egocentrismo narcisistico.

E poi c’è il progredire della scrittura, il suo “andare e andare e andare” per riprendere la citazione da Ayrton Senna che apre il volume, ci sono correnti carsiche che riemergono da scritto a scritto per poi nuovamente immergersi e nutrire la scrittura stessa e un fiume carsico può collegare, per esempio, il ritratto di Lou Reed nel saggio dedicato a Marlene Dumas e il racconto della collaborazione artistica tra Lou Reed e Lorenzo Mattotti nello scritto dedicato a quest’ultimo, oppure può essere un verso di Ivano Ferrari citato nel saggio dedicato a Domenico Brancale e l’intero saggio consacrato a Ferrari, ma anche Macello che riemerge nel saggio su Ceronetti e via enumerando…

Talvolta Jonny si rivolge direttamente all’artista di cui scrive e questo può accadere sia nel caso ch’egli l’abbia incontrato di persona o lo frequenti abitualmente (magistrale il “pezzo” consacrato al settantesimo compleanno di Antonio Moresco!), o meno (indimenticabile il lungo colloquio-soliloquio con Ceronetti): leggere e scrivere è un dialogo instancabile.

Conoscevo alcuni di questi saggi (l’ho già scritto altrove: sono un lettore fedele e appassionato del Primo Amore) e ritrovarli insieme in volume (ma altri, altrettanto splendenti, pubblicati negli ultimi mesi spero troveranno anche loro un proprio cammino cartaceo) è stata una gioia e una conferma e la riprova che esiste una maniera di vivere l’arte e la scrittura fuori (e anche contro) l’imbalsamata accademia e le rivistine esclusive dei diversi gruppuscoli (ne cito alcuni nomi e altri li taccio per un senso del pudore che, comunque, non ho: L’Ombelico poetico, La Poesia e l’Io tutto mio, L’orticello dei Fiori incantati, ecc.)

Ma, l’avevo anticipato, esiste anche il filo conduttore della morte e del male in un libro così vitale e travolgente ed è, pure, il filo che lega La mano bruciata a Mal di fuoco: libero da ogni condizionamento di marca cattolico-borghese, Jonny Costantino attraversa territori nei quali il male (fleurs du mal, spleen per confermare l’ispirazione baudelairiana del libro: c’è un ritratto di Baudelaire in copertina, opera di Marlene Dumas e di cui Jonny scrive nel saggio dedicato all’artista sudafricana) nei quali il male, dicevo, e con esso la morte vengono guardati direttamente nei loro occhi d’abisso: «Stanare il male dentro di sé e farci i conti senza sconti è un rito di passaggio tanto traumatico quanto imprescindibile per divenire artisti che non hanno paura di smascherare la realtà, a cominciare dalla propria realtà interiore, di sbugiardarla» (in Marlene Dumas e la pelle, p. 96); «Mostrare l’inenarrabile, in generale, significa rendere visibile quel che la parola non riesce a narrare. Mostrare l’inenarrabile, nel caso di Samorì, implica una serie di pratiche. Attivare un movimento divoratorio all’interno della figurazione. Fare a fette la rappresentazione. Eviscerare la plasmabile alterità che sta sotto la montatura dell’identità. Mostrare l’altro come polo d’attrazione e attrizione, come attrito interiore. Insediarsi in pianta stabile nelle latrine della creatura. Materializzare il nulla, il vuoto dentro il nulla, la mancanza, la presenza dell’assenza, la spirale che aspira, il ritiro dello spirito, il fondo del doppio, il divenire buco della figura. Mettere sottosopra la figura. // Possiamo parlare – nel caso di Nicola Samorì – di mal di pittura» (in NIcola Samorì e il male, p. 114).

«Un malvivente della poesia» (in Domenico Brancale e l’amore, p. 82), «Una scrittrice pericolosa» (in Clarice Lispector e la tenebra, p. 15), «La scrittura è un olocausto dentro cui lo scrittore si muove come una salamandra» (in Gustave Flaubert e Ingeborg Bachmann, p. 181), «Artisti che sanno essere la piaga e il coltello, lo schiaffo e la gota, le membra e la ruota, con gli ossimori di cui Baudelaire si serve nella citata poesia (Heautontimorumenos)» (in Lorenzo Mattotti e la metamorfosi, p. 152): malvivente, scrittore pericoloso, salamandra, ossimoro: così, ritraendo artisti amati, Jonny ritrae sé stesso, così il fuoco che distrugge, ma ri-crea, brucia, ma è soffio vitale, prosciuga e per questo spinge a volersi dissetare, così il mal di fuoco e la mano bruciata continuano a “trovare un orecchio per terra” (è un’espressione di Brancale che prediligo oltremisura), ma l’orecchio mozzato per terra lo si trova soltanto se si ha il senso geometrico e amoroso per l’incontro, per QUELL’incontro, in quella precisa data e a quell’ora precisa, se il labirinto della scrittura, delle arti figurative, della musica e del viaggio viene coltivato e alimentato, se non si evitano, ma s’imboccano le svolte e i gomiti del labirinto oscuri, bui, puzzolenti, ributtanti e non per amor di rovina e putrefazione, ma per amor di vita e di vita senziente e pensante: per amor di fuoco.

2 pensieri riguardo “nell’esilio / su “La mano bruciata” di Jonny Costantino”

  1. il libro di uno che “vive in modo da non tradire la scrittura e scrive in modo da non tradire la vita. Se troverai un principio operante, è il principio dei vasi comunicanti»
    Condivido questo senso di vita.
    Grazie per la proposta Antonio.
    Nino

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