Dalla vita di un fauno

Negli anni dal 1939 al 1944 l’impiegato Düring lavora per gli uffici del circondario di Fallingbostel, nella Brughiera di Luneburgo. Incatenato alla rupe di Prometeo delle sue mansioni, e costretto a dividere la propria vita tra le atmosfere naziste e una segreta rivolta dell’intelligenza, coltiva idee di fuga dalla famiglia – partecipe anch’essa dell’ipnosi collettiva – e dalla macchina dello Stato. Il «vedente» Düring, che deve suo malgrado «partecipare al gioco della mosca cieca», ottiene dal Landrat l’incarico di allestire un archivio storico per il circondario. È così che egli può tornare alla sua passione per i dati e le cifre, a cavallo di una bicicletta verso gli archivi di paesi e chiese, raggiungendo in questo modo la distanza apogea dal pianeta concentrazionario.

Arno Schmidt

Dalla vita di un fauno

I
(Febbraio 1939)

Tu non voglia additare le stelle; né scrivere sulla neve; al tuono toccare la terra: aguzzai dunque una mano verso l’alto, scheggiai con dito imbozzolato la ‹K› nella crosta argentea accanto a me, (in quel momento temporali non ce n’erano, sennò avrei già fatto qualcosa!) (Nella borsa crepita la carta oleata).
Il nudo cranio mongolico della luna si spinse più vicino a me. (Le discussioni hanno solo questo di positivo: che in seguito vengono alla mente buone idee).
La strada principale (per la stazione) ricoperta di strisce d’argento; ben cementata ai margini di neve dura, diamonddiamond (macadamizzata; – era pure cognato di Cooper). Gli alberi enormi sull’attenti e il mio passo si muoveva solerte sotto di me. (Presto a sinistra il bosco tornerà indietro e arriveranno i campi). E la luna doveva ancora trafficarmi alle spalle, poiché a volte, attraverso l’oscurità conifera, scintillavano raggi insolitamente acuti. Lontano una piccola auto piantò gli occhi gonfi nella diurna notte, si guardò con calma intorno tremula, e poi mi rivolse pigra il sedere di scimmia rovente: per fortuna va via!
La mia vita?!: nessun continuum! (non solo frantumata dal giorno e dalla notte in pezzi bianchi e neri! Ché anche di giorno per me è un Altro che va alla stazione; che siede in ufficio; libreggia; che trampola nei boschi; copula; ciarla; scrive; presticogitatore; ventaglio sfagliato; che corre; fuma; defeca; sente la radio; che dice «signor Landrat»: that’s me!): un vassoio pieno di snapshots che brillano.
Nessun continuum, nessun continuum!: così scorre la mia vita, così i ricordi (come un convulsivo che guardi un temporale notturno):
Fiamma: una spoglia casa dell’abitato digrigna tra gli arbusti verde bandiera: notte.
Fiamma: visi pallidi allocchiscono, lingue batacchiano, dita dentellano: notte.
Fiamma: ferme falangi d’albero; cerchi di bambini corrono; donne cocottano; ragazze birbeggiano camicette in su: notte!
Fiamma: io: ahimè: notte!!
Ma io non riesco a sentire la mia vita come un nastro che scorra maestoso; non io! (Motivazione).
Ghiaccio alla deriva nel cielo: zolle; un campo. Zolle; un campo. Fenditure nere, in cui stelle strisciavano (stelle marine). Un ventre di pesce bianco vivo (pesce luna). Poi:
Stazione di Cordingen: la neve frizzava lieve ai muri; un filo nero dello scambio tremava e fluttuava hawaiano; (accanto a me comparve la lupa, con granelli d’argento dappertutto. Per prima cosa salire).
La grande lupa bianca: ringhiò il saluto, si sedette feroce e trascinò fuori il libro scolastico per un angolo; poi estrasse dalla stilografica tanti fili d’inchiostro frastagliati, si piegò, e guardò con gli occhi tondi in un foro invisibile. Il mio stormo di pensieri, rosso, ruotò un po’ intorno a lei, gracchiante, con occhi tondi, cerchiati di giallo. (Poi però ne venne di nuovo uno nero, e io affilai la bocca e fissai contrariato le sporche panche di legno: attraverso di noi brillarono ottuse, roundheads, scintillanti viti d’ottone: come si fa a sfuggire a questa roba? La lupa raspò nella brina al finestrino, che l’amica salga: dunque: Walsrode).
«Heil, signor Düring!»: «Giorno, Peters»; e se ne uscì con la battuta: ‹Fiori, gentile signore?!: – : No, grazie. La signora è mia moglie!›. Hahahihi. (Fuori uncinava nelle nubi un artiglio d’argento, ne lacerò una sottile, si ritrasse di nuovo): hahahihi. Il suo sguardo bighellonò sulle studentesse, sulle sete curve delle camicette; sulle gonne ripiene di cosce.
Dai bei sopraccigli: scolare con misteri semplici nel viso, occhi seri immobili; caschetti color sabbia si voltarono su colli sottili, mentre la mano di porcellana scriveva minuscola inglese, nel quaderno blu. (Ci fosse anche un po’ di sole!: e in quel momento arrivò, puntuale, rosso dagli squarci gialli delle nuvole; oh-iss-sbuffo di ferrovia, come si sgolasse l’universo, indifferente ed extragalattico).
Permanenza alla stazione: (Chiudere la porta!. «’Uderestagne!»).
Sorgere del sole: e lance scarlatte. (Però in fondo tutto rimaneva ancora fisso e blu ghiaccio, per quanto alti Lui tenesse i vuoti gobelin rosa salmone).
Fuori dal finestrino: tutti impietriti i boschi! (E là dietro rosa chiaro e blu); così calmo che Nessuno potrebbe passarvi attraverso (poiché dovrebbe avanzare in equilibrio sulla punta delle dita con occhi spalancati e braccia flesse; (e così forse mettere radici! Un folle desiderio mi prese, di essere io Quello: tirare i freni d’emergenza, lasciare lì le valigie, aguzze braccia funambole, occhi di cristallo, flint & crown)).
Fallingbostel: «Heil»: «’Rivederci!»: – : «’Rivederci!!»: – «Heilittler!»
Ufficio del circondario (= la rupe di Prometeo). Colleghi: Peters; Schönert; (Runge era ancora in ferie di partito); la signorina Krämer, la signorina Knoop (dattilografucce); Otte, apprendista maschile; Grimm, apprendista femminile.
La signorina Krämer: minuta e serpeggiadra. Era all’archivio, guardò maliziosa da questa parte, e poi strofinò disinvolta il bacino all’angolo del tavolo; stese all’indietro il golfino verde nell’aria calda centralizzata, rivelando i delicati seni di mela, e guardò trasognata le sue sottili e lisce dita d’asparago ziffare nelle schede.
«Vorrei essere nei suoi panni, signorina Krämer!» (Schönert, sospirando angosciato.
Di nuovo): «Vorrei essere nei suoi panni». Ella lo considerò sospettosa dalla lunga coda dell’occhio (certo anche lei ha le sue preoccupazioni). – «Sicuro», asserí pio, «E se fosse un pezzo cosí: –» mostrò: circa 20 centimetri. – La sua bocca, in principio sbalordita plissé, si dissolse, in eddies and dimples, poi sbuffò camozza (io stesso ghignai con dignità, da caporeparto: lo Schönert, il porco. Già, quello non era sposato!), e andò di là dalla sua amica, le bisbigliò due frasi, mostrò – : (distanza di circa 30 centimetri), e anche quella rise forte e nervosa (ma durante tutta l’offerta continuò a girare con fare commerciale i suoi angoli di pagina. Poi: i suoi sguardi serpeggiarono prudenti attraverso gli oggetti fino a lui, Schönert).
Oora et laboora, et laboora, et laboora: «Che flemma». Ringhiò Peters (lo slesiano) rabbioso sulla sua pratica, rosicchiò la pencil, spinse i denti sul labbro inferiore e meditò. (Questo sì che era interessante! Spesso ero stato in ascolto dei suoi suoni primordiali; quelli incomprensibili erano o slavo storpiato o francese degli anni dell’occupazione napoleonica della Slesia, 1808-13. In linea di massima diceva così: «D’accordo, s’o fa» = non «sofà», bensì «c’est fait»; «Maledizione ’a samb» = non «la samba», bensì «ensemble». E adesso definiva il suo quidam un «flemma». – In seguito trovato nel Sachs-Villatte: «flambart = compagnone, tipo in gamba», dunque un po’ equivalente al nostro «sagoma» o «macchietta»).
Pausa per la colazione (poi subito dopo apertura al pubblico): film, calcio, il Führer, barzellette, «Chi in gioventù se la spazzola bene, poco ha bisogno in vecchiaia del pettine» (Peters), Congresso del Partito, faide d’ufficio, guardare giornali illustrati, masticare e frusciare: «beh, Schönert?» –
Davvero notevole!: Schönert, ferratissimo anche nei classici, aveva letto il libro XXIII dell’Odissea, 233 ss., e contestava la possibilità: marcirebbe troppo in fretta! Persino un palo conficcato nel terreno resisterebbe molto più a lungo (poiché diversamente i vasi ancora intatti del ceppo filtrerebbero di continuo umidità verso l’alto; come ogni agricoltore saprebbe). «In nessun caso dura 10 o 20 anni!» Dunque: Omero ignorante?! Oppure?.
Alla finestra: davanti a lunghi carri c’erano cavalli dalle criniere bianche; occhieggiavano dalle scuderie; andavano alle mani dei fanciulli; battevano lo zoccolo sul selciato; da loro cadevano fichi verdognoli; meditavano e sbuffavano. (Incatenati nel cuoio. E variopinti vetturali apparvero e gridarono in umanese. Tutto nell’inverno).

*


Arno Schmidt, Dalla vita di un fauno (Aus dem Leben eines Fauns, 1953), traduzione di Domenico Pinto, Sant’Angelo in Formis, (CE), Lavieri Editore, 2006.


1 commento su “Dalla vita di un fauno”

  1. Uno dei miei autori preferiti di cui amo la scrittura che alcuni dicono virtuosistica ma per me innovatrice, meravigliosa, capace di rendere il “mondo” un paesaggio diverso.
    Grazie come sempre, o forse anche più :)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.