In cerca del linguaggio

Presentiamo le prime pagine di uno studio di Antonio Devicienti dedicato all’opera Zong! di Marlene NourbeSe Philip, edita da Benway Series. Il saggio sarà pubblicato integralmente in “Quaderni delle Officine”, CIX, luglio 2021.

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Antonio Devicienti

In cerca del linguaggio:
su Zong! di Marlene NourbeSe Philip

     È in atto ormai da più decenni su scala planetaria un articolato e complesso dibattito intorno ai temi del colonialismo, del postcolonialismo e della decolonizzazione che ha dato vita e sta dando vita a opere saggistiche, narrative, poetiche, a incontri, seminari, studi multidisciplinari – è in atto un grande fermento, insomma, che non sempre sembra trovare in Italia la giusta eco.

     Benway Series pubblica ora Zong! Come narrato allautrice da Setaey Adamu Boateng di Marlene NourbeSe Philip, nata a Tobago e successivamente trasferitasi in Canada dove si è laureata in giurisprudenza per abbandonare definitivamente nel 1983 l’esercizio della professione forense e dedicarsi totalmente alla scrittura.

     Si tratta di una saggista, poetessa e scrittrice di levatura internazionale della quale voglio qui ricordare almeno i libri in poesia Thorns (1980), Salmon Courage (1983), She Tries Her Tongue, Her Silence Softly Breaks (1989), Discourse on the Logic of Language (1989) Looking for Livingstone – An Odyssey of Silence (1991)e infine Zong! del 2008, edito da Wesleyan Poetry Series (Middletown, Connecticut).

     Quella proposta da Benway Series è una vera e propria (splendida e coraggiosa) impresa editoriale: si va dalle dimensioni del volume (235 pagine, 26 x 20 cm di dimensioni rispetto agli usuali 19,5 x 13,5 cm dei volumi precedenti) alle spesso particolari (necessarie) impostazioni tipografiche (di cui parlerò), dalla natura stessa dell’opera alle notevolissime difficoltà di traduzione affrontate – questa è, tra l’altro, la prima traduzione mondiale di Zong!

     «Nel 1781 una nave perfettamente equipaggiata, la Zong, capitanata da un certo Luke Collingwood, lascia la costa occidentale dell’Africa con un carico di quattrocentosettanta schiavi e fa rotta verso la Giamaica. Come da norma di legge, il carico è integralmente assicurato. Invece di durare dalle sei alle nove settimane abituali, questo viaggio fatale si protrarrà per circa quattro mesi a causa di una serie di errori di navigazione commessi dal capitano. Alcuni elementi del carico della Zong andarono persi per via di malattie e di mancanza d’acqua; molti altri furono distrutti su ordine del capitano: “Sessanta negri morirono per mancanza d’acqua,.. e altri quaranta… dalla sete e dal freddo… si gettarono in mare e annegarono; e il comandante e i marinai… furono costretti a gettare fuori bordo altri centocinquanta negri”.

     Il capitano Luke Collingwood è convinto che se gli schiavi africani a bordo morranno di morte naturale il loro costo dovrà essere sostenuto dai proprietari della nave, ma che se fossero “stati gettati in mare ancora vivi, allora la perdita sarebbe stata da ascriversi agli assicuratori”. In altre parole, assassinare gli schiavi africani si sarebbe rivelato più vantaggioso dal punto di vista finanziario per i proprietari della nave e del suo carico che se si fosse consentito loro di morire per “cause naturali”.

     Al ritorno della nave a Liverpool i suoi proprietari, i Sigg.ri Gregson, sulla base del diritto assicurativo marittimo avanzano una richiesta di risarcimento per il carico andato distrutto che gli assicuratori, i Sigg.ri Gilbert, rifiutano di pagare. I proprietari intraprendono un’azione legale al fine di recuperare la perdita. Una giuria dà torto agli assicuratori e ordina loro di rimborsare ai proprietari le perdite – gli schiavi assassinati. Gli assicuratori, a loro volta, fanno appello rivolgendosi al Tribunale Superiore di Giustizia presieduto, come per la maggior parte dei più importanti casi legati alla schiavitù, da Lord Mansfield, il Lord Giudice capo della Corte d’Inghilterra. I tre giudici Willes, Butler e Mansfield concordano che si debba tenere un nuovo processo. Il testo di quella perizia, Gregson vs Gilbert, che è il nome formale del caso più comunemente noto come il caso della Zong, è il testo su cui mi baso per scrivere le poesie di Zong! Per non narrare la storia che deve essere narrata.»

     Così M. NourbeSe Philip presenta il suo lavoro (pp. 208 e 209 dell’edizione italiana): this story can only be told by not telling ripete spesso la poetessa perché due sono le questioni fondanti: quella relativa all’accaduto e quella relativa al linguaggio – l’accaduto è di una mostruosità tale che il linguaggio, le sue strutture grammaticali e sintattiche, il suo lessico si rivelano subito insufficienti a dire e, in più, la lingua di partenza è proprio l’inglese, la lingua degli schiavisti e assassini. Inoltre una vicenda di tali dimensioni non potrà essere “narrata” secondo le modalità consuete.

     Zong! si articola nelle seguenti parti: Os, Sal, Ventus, Ratio, Ferrum, Ebora, Glossario. Parole e frasi udite a bordo della Zong, Lista di carico, Notanda, Gregson vs Gilbert, Ringraziamenti. Renata Morresi e Andrea Raos hanno curato l’intero lavoro, Raos ha tradotto le parti Notanda e Gregson vs Gilbert, Mariangela Guatteri ha tradotto Ebora, Renata Morresi tutte le altre parti – come di consueto il progetto grafico è di Mariangela Guatteri, mentre Silvia Bertozzi della Tielleci Editrice di Colorno ha curato l’impaginazione. (…)

1 commento su “In cerca del linguaggio”

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