Ascoltare…

Yves Bergeret a Noto Antica

 

Segnalo la prima parte di un formidabile lavoro in fieri (avviato già da tempo e che richiederà ancora molto impegno nel futuro) di Yves Bergeret.

Si tratta di un progetto degno d’attenzione per gli orizzonti che spalanca, per le suggestioni che propone, per le riflessioni che provoca, per la postura antiaccademica e del tutto originale che lo caratterizza:

L’ECOUTE

Mal di terra

Claudio Sanfilippo

PRIMA
Nota dell’autore a ‘Mal di terra’

Non so esattamente cosa mi accade quando scrivo poesie e non lo so nemmeno per le canzoni, nonostante ne abbia composte molte. So che in entrambi i casi, quando l’ascolto si trasforma in ispirazione, avverto qualcosa che somiglia a ciò che ritengo sia vero, ma non è niente di più che un generico “sentire”, un avviso più sensoriale che razionale.
Un po’ come quando appena sveglio sei certo di aver sognato, ma percepisci solo il sapore interrotto di qualche frammento sbiadito, in lontananza.
Nasce tutto da lì, da uno spazio indefinibile in cui ti riconosci e che ti chiama a dire, un porto franco dalle coordinate vaghe e imminenti.

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Memoria dell’oggi: Gino Strada

Gino StradaQuando i ministri cominciano a non fare i ministri, ma vanno in giro a dire la qualunque, sempre più circondati da un alone di militarismo, la cosa preoccupa molto. E mi preoccupa l’assoluta mancanza di umanità. Non dovrebbe essere prendersi cura dei cittadini il lavoro di chi deve garantire la sicurezza? Mi pare invece sia un lavoro orientato a ignorare i cittadini e spingerli a puntare il dito contro chi sta più in basso. Non si punta mai il dito in alto: perché ci sono milioni di poveri in Italia, non si dice mai.

Da una conversazione di Gino Strada con Chiara Cruciati, pubblicata sul Manifesto del 14 maggio 2019. 

Sul concetto di “ecopoesia” secondo Forrest Gander

redstartSe la lingua influisce sul modo in cui pensiamo di essere nel mondo, allora la poesia può far accadere qualcosa. Vorrei suggerire che riesce a farlo. Certamente, penso che abbia influenzato la modalità in cui vivo personalmente il mondo. Ma, in tutta probabilità, non influisce sulla percezione in maniera diretta, come potrebbero desiderare i poeti. Sbarazzarsi dell’“io”, eliminando del tutto i pronomi, decostruendo la sintassi normativa, ecc. Queste tecniche – tutte vecchie più di un secolo – influenzano il lettore. Ma gli effetti sono complessi e sottili e potrebbero non corrispondere affatto alle intenzioni di uno scrittore. Forse, invece di modellare le ecologie, si potrebbe osservare che le poesie si assumono la responsabilità di determinati modi di pensare e scrivere, come sottolinea Charles Altieri, «invitando il pubblico a cogliere quali altre potenzialità esse dimostrino nell’adattarsi al modo in cui chiedono di essere lette».

E se le strutture della percezione non fossero “soggettive” (cioè aggiunte dagli esseri umani ai dati grezzi) o “oggettive” (cioè fornite dalle cose in sé), ma fossero articolate a metà tra relazione e interazione, tale che la parola possa sollevarsi in un medium che non è proiettato, ma che è in atto come un ambiente? Potremmo vederci allora come partecipanti di un linguaggio non strumentale? Ci sarebbe modo di saperlo?

Traduzione di Alberto Fraccacreta da Redstart: An Ecological Poetics, a cura di Forrest Gander e John Kinsella, Iowa University Press 2012.

Memoria dell’oggi: Carmelo Bene dedica la sua lectura Dantis “da ferito a morte non ai morti, ma ai feriti dell’orrenda strage”

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«Io mi scuso… io mi scuso per il vento che ha turbato questa dizione, questo canto e, sebbene ringrazi gli astanti, ricordo un po’ a tutti che ho dedicato questa mia serata, da ferito a morte non ai morti, ma ai feriti dell’orrenda strage» (Bologna, 31 luglio 1981)

Breve saggio su “Compass Rose” (2015) di Ashwini Bhat e Forrest Gander

compass rose

Il poema è spazio e la tradizionale pagina a stampa non può contenerlo, ma, eventualmente, ospitarne soltanto una pallida raffigurazione.

Ecco allora che il poema deve andare oltre la parola scritta, non ha un inizio né una fine, è (anche letteralmente) aperto e cangiante, ha bisogno di una grande parete, è poema che va letto e contemporaneamente guardato – lo sguardo abbandona il suo abituale muoversi da sinistra a destra, dall’alto verso il basso, alla lettera naviga sulla grande mappa del poema.

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