Dal viaggio all’opera

Giuseppe Zuccarino

Dal viaggio all’opera

Una delle forme di viaggio più suggestive, dal punto di vista dell’immaginario, è quella della navigazione. Certo, il percorso intrapreso per mare ha avuto, ed ha tuttora, le motivazioni più diverse: si va dalla pesca al commercio, dall’esplorazione alla guerra, dall’emigrazione al turismo. Ma la letteratura e l’arte sono rimaste affascinate, fin dalle origini, dalla navigazione intesa come avventura: basti pensare alle peripezie affrontate da Ulisse nell’Odissea o da Sindbad il marinaio nelle Mille e una notte. Dapprima sembra prevalere l’idea che, nonostante le temporanee difficoltà, la navigazione conduca l’eroe della vicenda al porto sperato, e magari anche al benessere economico. In casi più rari può accadere che, per le colpe da lui commesse, il personaggio, dopo aver raggiunto l’obiettivo che si era prefisso, al suo ritorno debba subire anche conseguenze nefaste, come quelle sperimentate da Giasone dopo la conquista del Vello d’oro o da Agamennone dopo aver espugnato Troia. Ma la tendenza prevalente rimane a lungo quella secondo cui il viaggio marittimo conduce alla meta, fosse pure la Terra promessa dei santi raggiunta da san Brandano (in un testo anonimo medioevale), o la società ideale reperita da Raffaele Itlodeo nell’isola di Utopia (in una celebre opera di Thomas More). Col passare dei secoli, però, sembrano subentrare dubbi sempre più forti da parte degli scrittori. Lo dimostrano ad esempio l’amara ironia prodigata da Swift nei Viaggi di Gulliver, così come le vicende tragiche narrate da Coleridge nella Ballata del vecchio marinaio, da Poe nella Storia di Arthur Gordon Pym o da Melville in Moby Dick. Ma quelli fin qui ricordati sono soltanto pochi esempi, scelti fra i più noti, nel vasto ambito delle opere letterarie che nel corso dei secoli, o addirittura dei millenni, si sono cimentate con la narrazione di immaginari viaggi per mare, ispirando poi a loro volta incisioni e quadri realizzati da illustratori e pittori.

Come ci si poteva attendere, se si passa dal passato al presente ci si trova di fronte a una sensibilità mutata, da parte degli artisti. Per loro, infatti, è divenuto più difficile vagheggiare o raffigurare paesi di sogno, fossero pure situati in luoghi remoti ed esotici (che, nell’epoca del turismo di massa, avrebbero in ogni caso cessato di essere irraggiungibili). D’altra parte, i frequenti e mortiferi naufragi delle imbarcazioni dei migranti nel Mediterraneo rendono oggi poco condivisibile la serenità che faceva scrivere al poeta latino Lucrezio versi rimasti celebri: «Bello, quando sul mare si scontrano i venti / e la cupa vastità delle acque si turba, / guardare da terra il naufragio lontano: / non ti rallegra lo spettacolo dell’altrui rovina, / ma la distanza da una simile sorte». Oggi il viaggio, sia esso vero o esclusivamente sognato, verrà comunque concepito da scrittori e artisti come esposto a un certo margine di aleatorietà, sicché la destinazione si rivelerà «destinerranza», per riprendere un efficace neologismo coniato dal filosofo Derrida.

Tuttavia certe esperienze connesse al mare restano sostanzialmente invariate. Si può dire ad esempio che tutto comincia prima di salire sulla nave, quando si osserva dalla riva la mobile superficie marina. Infatti ciò che distingue quel paesaggio da tutti gli altri è proprio la sua continua mutevolezza («il mare, il mare, sempre ricominciato!», scriveva Valéry), per cui non ci si stanca mai di scrutarlo. Sono tutti i sensi corporei ad essere coinvolti, e in primo luogo la vista e l’udito. La vista, che consente di cogliere con delizia il moto delle onde e gli effetti di luce, ossia «il palpitare/ lontano di scaglie di mare» (Montale). L’udito, grazie a cui possiamo ascoltare qualcosa come una musica ininterrotta, fatta di tanti suoni diversi. Non a caso Leibniz, per chiarire la propria idea delle «piccole percezioni», faceva ricorso all’esempio del «rumore del mare che udiamo stando sulla riva. Per percepire questo rumore come lo si percepisce è ben necessario che si odano le parti che ne formano il complesso, cioè a dire il rumore di ogni onda». Si tratta però anche di un panorama che riflette la propria immagine sul nostro pensiero, come suggeriva Baudelaire: «Il mare è il tuo specchio; contempli la tua anima / nel volgersi infinito dell’onda che rotola».

Ma se ci limitassimo a osservare il mare dalla riva, nessun viaggio sarebbe possibile. Occorre dunque cimentarsi con i rischi connessi alla navigazione. Non a caso, questa rappresenta da sempre una metafora privilegiata per indicare l’iter dell’esistenza umana. Tra i molti che l’hanno utilizzata ricordiamo Van Gogh, che dichiarava con semplicità e limpidezza: «Potremmo paragonare la nostra vita ad un viaggio, andiamo dal luogo dove siamo nati ad un porto lontano». Nel contempo, la navigazione rappresenta bene il desiderio di scoperta, che vale sia nel campo della vita reale, sia in quello del sapere. Il filosofo che ha meglio espresso questo tipo di slancio è Nietzsche: «Abbiamo lasciato la terra e ci siamo imbarcati sulla nave! Abbiamo tagliato i ponti alle nostre spalle – e non è tutto: abbiamo tagliato la terra dietro di noi. Ebbene, navicella! Guardati innanzi! Ai tuoi fianchi c’è l’oceano: è vero, non sempre muggisce, talvolta la sua distesa è come seta e oro e fantastica visione di bontà. Ma verranno momenti in cui saprai che è infinito e che non c’è niente di più spaventevole dell’infinito. […] Guai se ti coglie la nostalgia della terra, come se là ci fosse stata più libertà».

Il viaggio non si limita alla traversata marittima, attraverso acque calme o tempestose, ma implica di norma il raggiungimento del porto. Lasciando da parte i tragitti imposti dalla necessità di sfuggire a condizioni di pericolo o povertà, pensiamo a quelli liberamente scelti, anzi desiderati. Una volta giunti alla meta, ossia nel paese lontano, che a volte differisce alquanto da quello di partenza, si inizia un altro tipo di esperienza, che richiede un’intensificazione dell’attività fisica e mentale. In tal senso aveva ragione un antico letterato giapponese, Kenkō, quando diceva: «Mettersi di quando in quando in viaggio, qualunque sia la meta, è come destarsi da un sonno. Giunti a destinazione, si vaga nei dintorni, per località campestri, per villaggi montani, e l’occhio non fa che scoprire cose nuove». In effetti il viaggiatore deve prestare attenzione a paesaggi, città, usi e costumi, idiomi che spesso gli erano ignoti o poco familiari fino a quel momento. Lo notava anche uno scrittore a noi più vicino nel tempo e nello spazio, Italo Calvino, e proprio quando si trovava nel paese in cui, vari secoli prima, aveva vissuto Kenkō: «Sono ancora nella fase in cui tutto quel che vedo ha un valore proprio perché non so quale valore dargli. […] Quando tutto avrà trovato un ordine e un posto nella mia mente, comincerò a non trovare più nulla degno di nota, a non vedere più quello che vedo. Perché vedere vuol dire percepire delle differenze, e appena le differenze si uniformano nel prevedibile quotidiano lo sguardo scorre su una superficie liscia e senza appigli. Viaggiare non serve molto a capire (questo lo so da un pezzo; non ho avuto bisogno di arrivare in Estremo Oriente per convincermene) ma serve a riattivare per un momento l’uso degli occhi, la lettura visiva del mondo».

Nella società attuale, però, l’attitudine a cogliere e ricordare il diverso tende spesso ad ottundersi, o a svilirsi in forme puramente meccaniche. Non a torto Giorgio Agamben, notando tale inabilità a percepire intensamente, ha scritto: «Messa di fronte alle più grandi meraviglie della terra (poniamo, il patio de los leones nell’Alhambra), la schiacciante maggioranza dell’umanità si rifiuta oggi di farne l’esperienza: preferisce che, a farne l’esperienza, sia la macchina fotografica». Spetta dunque soprattutto all’artista, quale che sia la pratica specifica a cui si dedica, mantenere viva l’idea del viaggio inteso come capacità e bisogno di cogliere dei segni e di farli propri, trasformandoli e fissandoli in opere durevoli, che si rivelino capaci di suscitare, nei fruitori odierni o futuri, non soltanto curiosità e interesse, ma anche emozioni e riflessioni.

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NOTA. Testo scritto per la mostra di arte contemporanea Destinazioni, a cura di Virginia Monteverde, Genova, Galata Museo del Mare, 23 luglio – 4 settembre 2021. L’esposizione comprende opere dei seguenti artisti: Carla Iacono, Viviana Milan, Alessandro Zannier (Italia); Andreas Burger, Fried Rosenstock (Germania); Nano Valdes (Spagna); Anne-Claire van den Elschout, Christian Zanotto (Olanda); Peter Aerschmann, Silvano Repetto, Nina Staehli (Svizzera); Lory Ginedumont (Francia); Marcela Cernadas (Argentina).

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