Un ritratto di Giannino di Lieto

Corrado Piancastelli

Furore civile e poetico di un poeta amalfitano

Credo di aver conosciuto Giannino di Lieto intorno al ’68 in occasione del Premio di poesia Amalfi organizzato dalla mia rivista “Uomini e Idee” e dall’Azienda di Soggiorno di Amalfi. Del premio era presidente Salvatore Quasimodo e la Commissione letteraria era la mia redazione. Come occasione letteraria ci si rivide nel ’74 per un Convegno a Minori di cui faceva parte anche Alfonso Gatto, ma nel frattempo eravamo diventati amici. Io venivo qui a Minori per passare le vacanze, mio figlio e suo figlio Vanni impararono a giocare a tennis insieme e così ebbi modo di approfondire la sacra follia di Giannino, il suo modo di essere artista e la sua sensibilità di porsi come persona, magari nelle forme un po’ arruffate del suo carattere.

Tranne gli intimissimi credo che pochi abbiano avuto l’occasione, come l’ho avuta io, di conoscere così da vicino l’uomo e l’artista, ma ovviamente è di quest’ultimo che devo parlare ed è un privilegio che oggi posso prendermi in vecchiaia solo perché gli sono sopravvissuto. Mi rammarica molto che Giannino non sia mai entrato nel grande circuito editoriale anche se credo sia stata una esclusione occasionale, nel senso che è lo scotto che paghiamo spesso tutti noi, confinati in queste regioni meridionali dove si resta spesso marginali ai grandi giri culturali ed editoriali che per un autore significano anche notorietà e successo, anche se non sempre il successo a sua volta coincide col talento vero.

Il primo libro di Giannino di Lieto è del 1969. Uscì col semplicissimo e candido titolo Poesie, brani ancora nella tradizione dei lirici nuovi, seguito nel ’70 da un testo già più maturo come Indecifrabile perché. Ma è tra il ’70 e il ’75 che di Lieto ha la svolta con Nascita della serra che esce nella collana Geiger animata da Adriano Spatola.

È da qui che vorrei ripartire. Anzitutto perché anche con di Lieto si pone il problema della leggibilità del testo, una vexata quaestio che ha attraversato l’intero percorso delle neo-avanguardie e, in genere, quello del comune lettore di poesie. Per aggirare la difficoltà e l’interpretazione della scrittura in senso classico bisogna fare uno sforzo di ricomprensione del gesto creativo e tener presenti almeno due cose: la prima è la necessità, da parte di ogni artista, di uscire dalla creatività del proprio tempo storico. Questo si può fare agendo violentemente sul linguaggio quotidiano, azzerandolo e ricominciando, dopo averlo destrutturato, a ricostruirne il senso cominciando daccapo. Poiché ogni linguaggio che usiamo è sempre fortemente caricato di ideologia (che poi diventa politica) è solo smontando il suo meccanismo che possiamo ricostituirlo per cercare di realizzare nuovi significati. Questa è la via classica dell’arte. Facciamo un esempio. Se dico a una donna “ti amo”, sia lei che io conosciamo perfettamente tutte le implicazioni della parola. Il “ti amo” ha in sé una convenzione semantica per la quale io posso anche non dire altro. Ma supponiamo che io voglia dire proprio altro o trasmettere un significato diverso più forte o talmente altro da ciò che evoca la parola “amore”, va da sé che devo usare un linguaggio che non esiste nella comunicazione ordinaria; cioè devo mettere in scena nuovi giochi linguistici per far cambiare il significato alle espressioni consuete in modo da determinare nuovi orizzonti di senso e nuovi effetti ideologici.

Detto in altro modo, si può passare da una stanza all’altra anche senza utilizzare la porta di comunicazione: basta sfondare il muro con una testata o con un piccone o con una carica esplosiva.

La seconda cosa che si può fare è la ricerca di un diverso senso all’interno di un linguaggio già dato ma che è diventato convenzionale. Vale a dire che l’artista in questi casi si fa anche filosofo e un tantino terrorista o forse ogni artista è sempre l’uno e l’altro. Egli vuole raggiungere zone intuitive nuove anche percorrendo i segni antichi che formano la costruzione del pensiero. Questa è l’ermeneutica che corrisponde a quella fenomenologia che fa dell’arte una continua ricerca nella quale più che il giudizio o il senso orizzontale della costruzione prevale quello verticale che può risolversi anche in un unico gesto purché sia un segno. Prendete lo spazio-tempo della nostra quotidianità. Basta prendere una droga per alterarlo. Ma può bastare anche un bicchierino di cognac.

Dipende dove volete arrivare. Qual è il tempo giusto, quello che passa nella normalità convenzionale o quello sotto l’effetto del cognac o dell’hashish?

Chi stabilisce la giustezza? Non certo l’orologio perché il meccanismo cammina e basta. L’orologio è mentale, non fisico, e le regole di riferimento sono convenzioni, non verità. L’arte vuole fissare ciò che è dietro le convenzioni e che l’occhio normale non vede. Per arrivare al fondo si cerca, si sperimenta, ci si immerge. Come tutte le sperimentazioni, ci sono quelle autentiche dove c’è il talento e quelle false se si gioca a fare gli artisti.

Giannino di Lieto e molti di noi abbiamo imparato da una certa avanguardia soprattutto la rottura con il linguaggio, piuttosto che la ricostruzione di senso della comunicazione. In quest’ultimo campo ciascuno ridiventava autodidatta e doveva sbrigarsela in assoluta solitudine anche se molti finirono in una clonazione ripetitiva di un cliché dato ad uso comune. Incertezza, quindi, sia degli scrittori d’avanguardia che dei critici circa un accordo sul come leggere e giudicare. Tuttavia giudicare non solo l’avanguardia ma anche i grandi già consolidati come Proust, Kafka, Joyce, Musil, nonché lo stesso impegno politico e sociologico oppure la proposta di abbandonare finanche il termine romanzo per quello di narrativa.

Tra i più attenti di quel periodo, che poi diventerà il ’68 – Guglielmi, Anceschi (oltre a Sanguineti, Barilli ecc.) – Alfredo Giuliani tentò di dare qualche indicazione.

“C’è tra il senso del vivere e la vita effettivamente vissuta” scrisse “un vuoto, una lacuna, che la poesia vuole colmare o almeno significare. Accade che la realtà storica (le paterne istituzioni) sia consunta, vecchia nelle sue modalità, mentre il senso di vivere già raffigura eventi e forme diverse. È così che la semplice noia per un linguaggio accreditato dalla realtà vecchia affonda le proprie radici in un terreno apocalittico […]. Questa realtà nuova non va rivestita di panni progressisti? Sfidare la falsità delle frasi che si vanno dicendo o metterle alla prova: questo è neo-contenuto. La visione multipla, rotta, accavallata, la scomposizione delle persone nel tempo accelerato, la quantità di disordine che la poesia scatena nel dominare, il riscatto della giocosità intrinseca della frase dall’oppressione del significato convenuto: questo è neo-contenuto” (in Immagini e maniera, Feltrinelli, 1965).

Fuori da questa presa di posizione, tradotta in senso popolare, pur non essendo poeti o letterati, quante volte ci si accorge che le parole e le frasi usate non colgono l’essenza di ciò che si vorrebbe dire? Che la parola è insufficiente a fissare nell’altro, o anche per se stessi, un significato centrato sul nostro effettivo sentire, sul nostro nudo pensare?

Qualche volta nella vita provate anche voi, voi tutti, a isolare e focalizzare e dare vita a una percezione, a un’intuizione che non rientra nel linguaggio quotidiano e nel nostro orizzonte abituale. Decostruendo voi stessi fate un gesto che vi apparirà estraneo, una parola, un segno con la matita collegato a un desiderio che non si sa esprimere ma che si raggruma in un segno. A volte è un pugno nel muro o, come diceva van Gogh, sfondare il muro con la testa perché con le sole parole non si può. Un gesto straordinario della sensibilità inespressa che però urge rendere visibile e che nell’impossibilità diventa nevrosi o violenza e se diventa poesia può determinare una captazione metafisica di ciò che viene portato alla luce profanandone il silenzio in cui vive. In questa cifra l’apparente insensatezza di Giannino di Lieto è più oggettiva di quanto sembri, perché è la nostra presunta insensatezza che viene richiamata alla luce dalle tenebre in cui si trova e che il gesto poetico illumina e riappacifica. Le regole saltano perché le regole sono convenzioni e ogni gesto poetico, se è vero gesto, è sempre un atto rivoluzionario perché rompe con la tradizione. L’uomo sparisce dietro il segno: e resta il suo riflesso nella parola e nella figurazione. Sulla scia di questo lavoro interiore del sentire e del comunicare Giannino di Lieto diventa poeta nel momento in cui, come lui stesso ha scritto, lascia il suo medioevo ed entra nella sua rivoluzione. La quale è la rottura col passato. Attraverso la rottura, come ho spiegato prima, entra in un gioco linguistico di parole e di geometrie. Così facendo ogni segno è un enigma ed è anche giusto che sia così. Questa scrittura va digerita e non letta. Bisogna guardarla e non decifrarla con l’analisi grammaticale lasciando che produca riflessi da specchio.

Questo perché tutti i materiali sono freddi, ghiacciati, la frammentazione appare cinica, scandita come colpi di martello. Ma le parole, elencate una alla volta, vanno riscaldate da noi lettori perché siamo noi che dobbiamo andare incontro alla poesia inseguendo il poeta finanche nei suoi capricci, accettando il gioco entro il quale non tutto possiamo capire perché, come nel caso di Giannino, c’è una meta-comunicazione che appartiene al poeta. Ci sono scansioni i cui strumenti e codici di lettura non esistono, appartengono al gap tutto personale che l’artista pone tra intuizione e realtà. Possiamo giudicare un fenomeno storicamente (ed è così che, alla fine, giudichiamo le avanguardie), ma non possiamo entrare in un altro e impadronirci del suo inconscio. In questa lettura ogni opera d’arte contiene il mistero a cui vuole giungere, una narrazione incomunicabile che nasce dalle visioni del poeta. E non, come taluni hanno cercato di far passare, da operazioni di bottega o da costruzioni matematiche con le quali realizzare la letteratura (sto pensando alle poesie fatte con l’estrazione casuale delle parole).

In questa disamina penso, allora, anche alla fenomenologia. È straordinario che ogni artista (con o senza successo) proprio perché è anche filosofo sia sempre anche un fenomenologo, nel senso di cogliere l’essenza che è nei fenomeni.

L’ermeneutica di Giannino, il cogliere l’essenza smantellando la frase fatta e riducendola a coordinate di segni grafici, diventa nella sua sensibilità un modo di risalire la corrente della sua umanità per ripiombare fra i graffiti delle caverne, nei giorni lunghi in cui si stava costruendo la mente umana. L’operazione, vista oggi, appare una regressione, ma paradossalmente l’arte non regredisce, semmai cattura il suo passato ignorato consentendoci in tal modo di capire cosa è accaduto al nostro linguaggio. Con di Lieto possiamo immaginare di costruire una mappa, come una rivelazione. E io insisto su questa decostruzione linguistica perché in essa compaiono tutti i significati che l’ermeneutica svela di quel primo linguaggio con cui l’uomo si trovò a pensare il rapporto col mondo. Di Lieto, come altri della sua generazione e di quel tempo dal ’60 in poi, rompendo con la tradizione si è posto nell’utopia del cambiamento: e dico “utopia” in senso positivo, si capisce.

Di Lieto aveva letto e avevamo anche discusso – la stessa cosa l’avevo fatta con Domenico Rea (di cui avevo scritto la biografia per “Il Castoro” della Nuova Italia) – il saggio di Balestrini Lo sventramento della storia, che poi era la dissoluzione finale e tipografica del testo. Ma mentre queste dichiarazioni di Balestrini avevano messo in crisi Rea – insieme a quella con la quale Angelo Guglielmi, proclamando la fine della Storia, e l’insensatezza delle idee del mondo, aveva scritto che “la migliore soluzione per uno scrittore sarebbe il silenzio” – per il nostro amico Giannino tutto ciò sembrò un balsamo perché coincideva col suo furore civile e poetico. Tra l’essere e il vivere in Giannino di Lieto, per quel che l’ho conosciuto, c’è sempre stata una amabile follia, ma per lui, dissolvere il gap ha significato anche compiere quella ricerca di focalizzazione dei segni che stanno alla base dell’arte, un’operazione di ritorno alla fonte del linguaggio.

È quel che si chiama sperimentalismo, un’operazione, dal mio punto di vista, personale e semi-privata che, tra l’altro, diede luogo a un’ulteriore fase polemica nella quale, a suo tempo, intervennero un po’ tutti gli scrittori d’avanguardia, fra i quali Curi, Giuliani, Eco, Barilli fiancheggiati dal notevole lavoro critico col quale Bàrberi Squarotti, a sua volta poeta, ha seguito i tanti autori di quel tempo già lontano. Lo sperimentalismo ha un carattere privato? È una ricerca che deve restare chiusa nel privato dell’artista proprio per la sua incomunicabilità?

In buona sostanza il contrasto era (ed è anche oggi) fra una rottura persistente con una tradizione magari rinnovata e una normalizzazione continuata delle avanguardie. La rivoluzione deve essere permanente? Per Guglielmi lo sperimentalismo doveva rifiutare la ricezione del pubblico e restare sempre così, per Barilli “l’umanità, ad un certo momento cancella un sistema di convenzioni e cerca di costruirne un altro”. Umberto Eco fu ancora più radicale, aggiungendo che ogni “avanguardia aspira alla tradizione” perché “sarebbe pazzesco” parole sue “se un autore d’avanguardia scrivesse per non essere mai, mai, mai capito; scrive invece per rompere una situazione, per comunicare qualcosa di diverso”.

Giannino di Lieto ha scritto lapidariamente: “Confesso che a sentire le (mie) poesie recitate a memoria mi ferisce un diffuso dolore come di carta-vetro passata sulla pelle”. Non è un problema di pudore, ma avendo scritto che “Assunzioni di verginità in Poesia sono un modo di essere” (in Le cose che sono), si comprende come ogni declamazione, magari pubblica, sia per Giannino una sorta di perdita d’innocenza, una deflorazione dell’intimità. Giannino dice che “una poesia declamata dalla bifora del campanile, col megafono dell’istrione, è solo teatro” perché “il linguaggio della poesia, pur fondata sulla Parola”, è un discorso chiuso. Sono parole del nostro di Lieto che giustificano (o, meglio, spiegano) i suoi segni grafici paralinguistici disegnati come quadri arcaici utilizzando l’acrilico, misteriosi graffiti a cui è approdato non molto tempo fa, alludo dal 1990 in poi, dove l’esperienza del segno recupera antiche civiltà. Non a caso di Lieto si identifica nel citato “frammento” di Parmenide dove il filosofo greco che Platone definì “venerando e terribile” dirà: “per me è lo stesso / da qualsiasi parte cominci, là infatti di nuovo farò ritorno”.

Sono archetipi pre-verbali, quelli di Giannino di Lieto, e quindi sono segni universali ai quali si accede solo destrutturando se stesso per trovare radici. Lo scrivevo anni fa parlando di lui su “La Fiera Letteraria” di un tempo e lo riconfermo oggi che Giannino non c’è più come macchina umana. Parlavo anche di un’ossessività onirica come riflesso dell’inconscio come l’intende Jung, ma oggi alluderei anche a un lavoro di reinterpretazione dei segni elementari che costituiscono il nostro stare nel mondo, quel lavoro di trarre maieuticamente dalla globalità del pensare i dettagli che non vediamo più perché coperti dalle eccessive e roboanti parole quotidiane. In questa cifra di Lieto non è solo un poeta, ma filosofo che si ispira a un modello interno forse costituito da tracce e da percorsi impervi di difficile descrizione. Sono appunto le tracce a diventare un modello e a porre la differenza tra un mondo che agisce e va decifrato sui due modelli dell’apparire e dell’enigma o meglio dell’essere. Lo spartiacque della incomprensione-comprensione è nel punto zero del ’68 che, come Giannino dice di sé, è il momento di transito dal suo Medioevo storico al suo Rinascimento, ma è nel ’60 che si scopre poeta col senso dell’inutilità che si riscatta nel sentirsi tale scoprendo nella nuova identità – sono parole sue – “un sentimento dispari, remoto, terribile, suggestione di onnipotenza, appare innocenza di Paradiso Terrestre, restaurato”.

Giannino era un uomo senza mezze misure, a volte estremo e impaziente come quando mi lasciava nella segreteria telefonica dei poderosi vaffanculo perché non rispondevo al telefono. E io un po’ mi incazzavo a sentirmi così apostrofato e un po’ ci ridevo risentendo nelle orecchie il suo accento dialettale un po’ sgangherato.

Oggi Minori può godersi la sua memoria dopo la sua presenza, ma resta l’amarezza che egli sia rimasto troppo solo per troppo lungo tempo. È molto retorico e poco innovativo chiudere ricordando che i poeti non muoiono perché la poesia non conosce la morte?

Ciao Giannino. Dovunque tu sia.

________ 

Giannino di Lieto (1930 – 2006) è stato un poeta che, attraverso un accanito principio di ricerca e di riflessione sulla scrittura e i suoi intimi segni, ha svolto un raffinato discorso in modo tutto proprio, fuori e oltre i comuni moduli della poesia italiana. «Alla ricerca della Poesia Nuova, di una propria visione della poesia, della parola, della storia».

Un convegno internazionale di studi tenutosi nel 2007 nel paese di nascita (Minori), intitolato Il segno forte del Secondo Novecento: Giannino di Lieto. La ricerca di forme nuove del linguaggio poetico, ne ha esaminato l’intera opera letteraria. Al convegno ha fatto seguito il volume degli Atti (Giannino di Lieto. La ricerca di forme nuove del linguaggio poetico, Anterem 2008. Dal quale è tratto il saggio di Corrado Piancastelli). 

Opere, Interlinea 2010 (saggi di Giorgio Bàrberi Squarotti, Maurizio Perugi, Luigi Fontanella, Ottavio Rossani), raccoglie in un solo volume l’intera produzione letteraria di Giannino di Lieto.

Corrado Piancastelli (scomparso nel 2014) è stato scrittore, filosofo e poeta, ha diretto la rivista “Uomini e Idee” dal ’58 fino agli anni 2000. Come critico letterario è stato biografo di Giuseppe Berto e di Domenico Rea.

1 commento su “Un ritratto di Giannino di Lieto”

  1. No, non è retorico, anche perché basta un solo nuovo lettore a tenerli in vita, poeta e poesia.
    Grazie per questo bel ritratto di un poeta che non conoscevo e che presto lèggerò.

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