Mal di terra

Claudio Sanfilippo

PRIMA
Nota dell’autore a ‘Mal di terra’

Non so esattamente cosa mi accade quando scrivo poesie e non lo so nemmeno per le canzoni, nonostante ne abbia composte molte. So che in entrambi i casi, quando l’ascolto si trasforma in ispirazione, avverto qualcosa che somiglia a ciò che ritengo sia vero, ma non è niente di più che un generico “sentire”, un avviso più sensoriale che razionale.
Un po’ come quando appena sveglio sei certo di aver sognato, ma percepisci solo il sapore interrotto di qualche frammento sbiadito, in lontananza.
Nasce tutto da lì, da uno spazio indefinibile in cui ti riconosci e che ti chiama a dire, un porto franco dalle coordinate vaghe e imminenti.

La poesia, come afferma un maestro come Franco Loi, è insieme parola significante, musica e ragione. La sua disarmante nudità, aggiungo io, è rivoluzionaria, provocatoria e anti-ideologica, è lo sguardo della prima volta, è dono e conoscenza, dialogo tra coscienza e istinto.
Ogni volta che mi accade di scrivere un nuovo testo mi ritrovo a fare i conti con un intervallo emotivo in cui affiora la medesima domanda: l’ho davvero scritto io?
Non mi capita mai di “pensare” una canzone o una poesia prima di scriverla. La penso nel comporla, nel profumo della scoperta, perché è quello che m’interessa. E ho sempre il presentimento che scrivendo non si è mai soli: ho la sensazione che la poesia sia un modo empirico che dimostra l’esistenza degli angeli.
La destinazione finale non contempla alternative: non resta che cercare di sintonizzarsi col mondo secondo latitudine, longitudine, panorama visivo e interiore, ambiente sonoro, dialogo tra vuoto e pieno, tra dentro e fuori.
Così, avendo più o meno idea di come funziona la mia macchina, cerco di assecondarla nella ricerca degli strumenti utili: affinare la capacità di osservazione, provare a marcare un modo originale di essere attenti. E avere pazienza, se possibile.
A dire il vero non ne ho molta, le parole devono uscire in fila indiana, altrimenti ho la tendenza a cambiare gioco. Nel sangh che rüsa ’l vent, nel sangue che spinge il vento, è un’immersione nella memoria carsica del lessico famigliare. Per due mesi, circa dieci anni fa, mi è capitato di entrare in una sorta di bolla sfuocata in cui pensavo e scrivevo in milanese: così sono nate le poesie di questa sezione e l’album di canzoni intitolato I paroll che fann volà.
Il mal di terra è quella sensazione che può capitare a chi va per mare per un lungo periodo, senza mettere mai piede sulla terraferma: una volta sbarcati si prova una specie di mal di mare all’incontrario.
Le poesie della sezione omonima, scritte tra il 2006 e il 2014, sono figlie di questo malessere di confine, quando sentiamo il mondo un po’ straniero e malfermo, in preda a un equilibrio diverso, superato immaginando una rotta ritrovata, un ritorno. Buona lettura. (C. S.)

Ottobre 2014

*

UNA NOTA DI LETTURA

Claudio Sanfilippo: un milanese di risaia. Forse perché in questi ultimi decenni le risaie sono arrivate molto vicine alla metropoli e, contemporaneamente, molti milanesi sono andati a vivere fuori dalla Milano caotica. Leggendo le sue poesie «buttate giù in un mese d’estate» ti arriva addosso prepotentemente una voglia di natura e un piacere di viverla a Siziano, a pochi chilometri da Milano fra le risaie e gli aironi.
Così come le sue canzoni da cittadino cresciuto nella zona di Città Studi, ti commuovono per la ricerca di una dimensione e un linguaggio capace di cantare ancora una città soffocante. E lo dice subito in apertura di questa raccolta: «Scriv in milanès me diss che sun / furèst…»
Tenerezza quando parla dei suoi bambini, dei genitori pasticceri, della moglie, degli amici o chiede disperatamente alla nonna di dirgli qualcosa in milanese.
E, sempre o quasi, un’asmatica voglia di vento: dalla canzone ‘I paroll che fann volà’ a questa raccolta di poesie Nel sangh che rüsa ’l vent.
Mi torna in mente all’improvviso mia figlia bambina che credeva che il vento fosse provocato dal movimento degli alberi…

Nanni Svampa

La nota è già apparsa nel volume Nel sangh che rüsa ’l vent, Biblioteca di Ciminiera, Macerata 2004.

*

Scriv in milanés me diss che sun
furèst, andà tra pènna e pèna
cun tel fià in d’el sacuciòtt.

Scriv in milanés per cattàss foeura:
lüs disunèsta, differénsa,
l’è lì, de bùn, la gràssia del mè témp.

Scrivere in milanese mi dice che sono
straniero: andare tra la penna e la pena
con il fiato nel tascapane.

Scrivere in milanese per tirarsi fuori:
luce disonesta, differenza,
è lì, davvero, la grazia del mio tempo.

*

Gh’èmm de cercà in d’el rüff,
almén ghe truverémm la meravìglia
l’amùr ne la buttìglia in d’un mar d’èrba
i càrt che te racùnten un tesòr,
gh’èmm de savè che tütt la fa miràcul
nel sangh che rüsa ’l vént e i nòster pé
gh’èmm de savè che pròppi chì dedré
gh’è un tapelà de ran che ghe sumìglia
e par che quand se và, se turna indré.

Dobbiamo cercare nella spazzatura,
almeno ci troveremo la meraviglia
l’amore nella bottiglia in un mare d’erba
le carte che ti raccontano un tesoro,
dobbiamo sapere che tutto compie il miracolo
nel sangue che spinge il vento e i nostri piedi
dobbiamo sapere che proprio qui dietro
c’è un gracidare di rane che ci somiglia
e sembra che quando si va, si torna indietro.

*

Me tuca de sunà quàter cansùn
e invéci vurarìa fà un’altra roba
la gént che la me varda, e me véd nò
e mì ghe vardi e védi istèss, nagòtt.

Mi tocca suonare quattro canzoni
e invece vorrei fare un’altra cosa
la gente che mi guarda, e non mi vede
e io li guardo e vedo lo stesso, niente.

*

Dumènega ’l me porta a vedè ’l fòlbal
e mì me tègni a mì, per minga curr
el camp l’è pròppi in fund a via Celoria
me pàr de vèss un can adré a l’udùr…

l’era un balùn sechént cume pan poss,
e adèss te chì cume l’è bèll, l’è un sùcuràmm…
inscì se vàrdum tüta la partìda
settà per tèrra, cul sacchètt pién de lüin,

gh’èanmò un vel de nebbia de marscìda…
e pénsi che gh’avrìa on cör da mezzàla
la màja russanéra, el dés del mè Rivera…
e tàchi a curr nel vént de primavéra.

Domenica mi porta a vedere il football
e io mi aggrappo a me, per non correre
il campo è laggiù, in fondo a via Celoria
mi pare di essere un cane che segue l’odore…

era un pallone secco come pane raffermo,
e adesso guarda com’è bello, è un sole cuoio…
così guardiamo tutta la partita
seduti per terra, col sacchetto dei lupini

c’è ancora un velo di nebbia di palude…
e penso al mio cuore da mezzala
la maglia rossonera, il dieci del mio Rivera…
e attacco a correre nel vento di primavera.

*

Fingiamo senza fingere
quando passiamo a trovarti
così possiamo pensarti ancora ingenua,
umile e dolce, canterina
ed è un pensare che si sbriciola tra le mani
intanto che il sasso ci cade dentro al cuore.

E resto ogni volta preso
nel mezzo, tra il dire e il fare
e scavo, scavo come un matto
davanti al tuo sorriso che si allarga
che in scia a quell’odore di morte
è meglio di niente, cosa dici…

dimmi ancora qualcosa
in milanese, ci resta mezz’ora
e a furia di scavare ho le mani rotte…
ma a tirar sera insieme è stato bello
per tanto tempo e mi fai ciao nel vento

e guardo indietro, al tempo che ci perdona.

*

Raramente ricordo un sogno
ma sempre ricordo d’aver sognato.
Così devo sùbito qualcosa al giorno che comincia,
la trama sfilacciata di un vecchio macramè si alza
soprail tetto di una casa buia,
come una sottile bandierache segna
l’orizzonte nell’ultima luce.

Sogno quando dimentico e così sogno sempre,
come sul delta di un fiume una casa d’erba
per la primavera, una discesa azzurra d’acqua, d’aria
e vuoto dinanzi, sogno tutto quello che manca
agli assenti.

Ci sono tutte le parentele in volo
specchiate nell’acqua chemi guardano
passare da solo, fermo all’età dell’oro
custode della mia storia.

*

Abbi cura di te.
Non so come siamo migrati
alle cose, nati altre volte, non so
che la libertà delle parole
come tuffi sul ciglio delle labbra.

Sarebbe ancora inutile il tormento,
il gioco squisito dello spreco,
lenzuola calpestate dalle mandrie…

Abbi cura di te,
adesso che il vuoto è un volo
nel colmo delle nuvole.

*

Claudio Sanfilippo, Mal di terra,
Edizioni del Foglio Clandestino 2015.

*

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