Foucault e il piacere della morte

Giuseppe Zuccarino

Foucault e il piacere della morte

1. Nella tradizione filosofica non mancano gli autori che, in maniera occasionale o sistematica, hanno avanzato argomenti in difesa del suicidio. Per citare solo qualche nome, basti pensare a Seneca, Montaigne, Montesquieu, Hume, Schopenhauer e Nietzsche. In ambito novecentesco, un posto a parte spetta a Michel Foucault, il quale, pur non dedicando un’intera opera all’argomento, è tornato ad accennare a esso più volte, nel corso dei decenni. Che per lui non si trattasse soltanto di un tema su cui riflettere, ma anche di qualcosa che implicava un coinvolgimento di natura personale, è dimostrato dalla sua stessa esperienza. È noto infatti che, quand’era poco più che ventenne, aveva tentato per due volte di suicidarsi, nel 1948 e nel 19501.

Per capirne le ragioni, occorre fare qualche accenno a quel particolare periodo della sua giovinezza. Dopo aver fallito per poco, nel 1945, il concorso per entrare all’École normale supérieure, Foucault riesce a superarlo l’anno successivo. Questo però implica il fatto che deve risiedere con gli altri allievi nell’edificio dell’École, situato in rue d’Ulm a Parigi. Come spiega il suo biografo, si tratta per lui di «una vita che farà molta fatica a sopportare. È un ragazzo solitario, selvaggio, i cui rapporti con gli altri sono complicatissimi, spesso conflittuali. […] Molto presto, viene quasi unanimemente detestato. Lo si considera semifolle. Ma dietro quel personaggio nel contempo aggressivo e fragile, insopportabile e commovente, che dipingono i racconti concordanti di coloro che l’hanno conosciuto all’epoca, non bisogna forse vedere semplicemente un esempio, certo spinto all’estremo, dell’atteggiamento tipico del giovane gay che si sente a disagio nella propria pelle? Circolano molti aneddoti sui suoi comportamenti bizzarri: un giorno, un insegnante dell’École lo trova steso a terra in una stanza, dove si è appena lacerato il petto a colpi di rasoio. Un’altra volta, lo si vede in piena notte inseguire con un pugnale in mano uno dei suoi condiscepoli. E quando tenta di suicidarsi nel dicembre 1948, molti dei suoi compagni vedono in questo gesto la conferma di ciò che pensavano: il suo equilibrio psicologico è più che fragile»2. Il problema si ripresenta in seguito: Daniel Defert data infatti al giugno 1950 un secondo tentativo di suicidio. E quando, il mese seguente, contro ogni attesa Foucault fallisce al concorso per l’aggregazione, ciò gli causa un’ulteriore crisi depressiva, al punto che uno dei suoi insegnanti, il filosofo Louis Althusser, «incarica Jean Laplanche e la sua giovane moglie di occuparsi di lui e soprattutto di sorvegliarlo, per evitare che faccia una “sciocchezza”»3.

Allo scopo di mitigare il proprio disagio mentale, Foucault segue per qualche tempo una terapia psicoanalitica. Va detto però che, in quell’ambito, egli si pone non solo come paziente, ma anche come docente. Infatti, essendo in possesso di un diploma in psicologia, nel 1951 inizia ad insegnarla all’École normale. Inoltre lavora presso la clinica psichiatrica di Sainte-Anne, nel laboratorio di elettroencefalografia diretto da Georges Verdeaux e sua moglie Jacqueline. Quest’ultima ha il merito di fargli conoscere l’«analisi esistenziale» di Ludwig Binswanger, fornendogli anche l’occasione di incontrare più volte il celebre psichiatra svizzero. Foucault dichiarerà in seguito di aver tratto dalle opere di Binswanger utili insegnamenti: «La lettura di quella che è stata definita “analisi esistenziale” o “psichiatria fenomenologica” è stata importante per me all’epoca in cui lavoravo negli ospedali psichiatrici e cercavo qualcosa di diverso dalle tradizionali griglie dello sguardo medico, un contrappeso. Certamente quelle superbe descrizioni della follia in quanto esperienze fondamentali uniche, incomparabili, furono importanti»4.

Nel 1954, Foucault scrive un’ampia premessa al saggio di Binswanger sul sogno e l’esistenza, che Jacqueline Verdeaux ha tradotto in francese5. Questo testo introduttivo ci interessa per varie ragioni. Vi si trova infatti un primo approccio al tema della morte, che più tardi sarà presente, in vario modo, in quasi tutte le principali opere del filosofo. A suo giudizio, nel sogno il decesso compare non solo in rapporto all’angoscia, ma anche in una forma del tutto diversa: «La morte porta allora il senso della riconciliazione, e il sogno in cui si trova figurata questa morte è il più fondamentale che si possa fare: non dice più l’interruzione della vita, ma la realizzazione dell’esistenza; mostra il momento in cui essa raggiunge la propria pienezza»6. Certo, si tratta qui soltanto di interpretare certe visioni oniriche notturne, ma il medesimo slittamento della morte dal negativo al positivo lo si ritrova quando il discorso passa a vertere su quel particolare e drastico comportamento che è costituito dal suicidio.

La questione era stata affrontata da Binswanger non nel saggio sul sogno, ma in altri suoi scritti, in particolare nello studio su Ellen West7. Si tratta di una giovane donna, intellettualmente assai dotata, che per i suoi problemi mentali è stata in cura presso vari psichiatri, ultimo dei quali lo stesso Binswanger. Per lei, l’alternarsi di una prevalente anoressia e di un’occasionale bulimia costituisce il sintomo di un profondo dissidio interiore. Nonostante l’impegno dei medici curanti, tale dissidio si rivela insuperabile, al punto da condurla al suicidio. Come constata Binswanger, «la forza d’attrazione della morte, al cui solo nome gli occhi di Ellen West si illuminano, si fonda d’altronde sul fatto che la morte, e unicamente la morte, significa non soltanto la paventata fine, bensì anche l’unica, agognata possibilità di liberazione dalla bramosia»8. Foucault condivide tale punto di vista, anzi accentua ancor più l’idea che l’atto finale della giovane donna sia da intendere non come il sigillo posto su una vita fallita, ma al contrario come una sorta di felice compimento. Parla infatti di «quel suicidio attraverso il quale Ellen West doveva raggiungere la realizzazione della propria esistenza»9. Anche in un altro suo lavoro, un libro scritto nei primi anni Cinquanta ma pubblicato solo postumo, egli torna sull’argomento e giunge alle medesime conclusioni: «Ecco ora che l’esistenza di Ellen West è libera per la morte e si apre su di essa come sul proprio destino: allora, nell’unica decisione di morire, lei riesce a conferire pienezza al proprio progetto […] – diviene autenticamente se stessa nell’atto col quale si sopprime; per la prima volta, scegliendosi, si è trovata. E per questo motivo il giorno della sua morte è come un giorno di festa»10.

Si potrebbe pensare che ciò sia sostenibile solo per un caso eccezionale come quello esaminato. Ma secondo il filosofo l’idea della morte volontaria esercita un ruolo rilevante nelle fantasie di ognuno di noi. «Il suicidio si presenta come l’assoluto delle condotte immaginarie: […] non è un modo per sopprimere il mondo o me, o entrambi, ma di ritrovare il momento originario in cui io mi faccio mondo […]. Suicidarsi è la maniera ultima di immaginare; voler esprimere il suicidio in termini realistici di soppressione è condannarsi a non capirlo: soltanto un’antropologia dell’immaginazione può fondare una psicologia e un’etica del suicidio»11. Benché Foucault usi l’espressione «etica del suicidio», non sembra affatto concepire quest’ultimo al modo degli antichi filosofi greci o romani, ossia quale dimostrazione della capacità di superare la paura della morte, oppure della volontà di affermare la propria libertà spirituale di fronte a un potere politico tirannico. È in causa tutt’altro, ossia l’intento di attribuire all’interruzione intenzionale dell’esistenza un valore affermativo, quello di un’autorealizzazione, non di una rinuncia a sé e al mondo.

L’interesse di Foucault per l’argomento si trasmette forse ad alcune delle persone con cui, in quel periodo, è in stretto rapporto. Così si può presumere che egli ne abbia parlato «col suo confidente dell’epoca, Maurice Pinguet, il quale scriverà molti anni dopo un bel libro su La mort volontarie au Japon»12. E lo stesso vale per Jean Barraqué, con cui il filosofo intrattiene, tra il 1952 e il 1956, un’intensa e tormentata relazione amorosa. Barraqué è un giovane compositore di musica contemporanea, che contribuisce a far conoscere il proprio ambito artistico a Foucault. Quest’ultimo conserva intatta nel tempo la stima per le doti creative di colui che, in un’intervista del 1967, definisce «uno dei musicisti più geniali è più misconosciuti dell’attuale generazione»13. Anche in seguito torna a ricordarlo, pur senza citarne espressamente il nome: «La musica ha esercitato un ruolo importante nella mia vita personale. Il primo amico che ho avuto, quando avevo vent’anni, era musicista. Più tardi, ho avuto un altro amico che era compositore, e che adesso è morto. Grazie a lui, conosco tutta la generazione di Boulez»14. Ciò non significa, però, che il filosofo si attribuisca una particolare competenza in materia. Egli ammette «di aver intravisto, grazie alla casualità e al privilegio di un’amicizia incontrata, un po’ di quel che accadeva nella musica […]. Non ero altro che un passante trattenuto dall’affetto, da un certo turbamento, dalla curiosità, dalla sensazione strana di assistere a ciò di cui non ero granché capace di essere contemporaneo»15. Ma quel che più ci interessa, è la particolare concezione della musica che caratterizza Barraqué: per lui, infatti, essa «è il dramma, è il patetico, è la morte. È il gioco completo, il tremore fino al suicidio. Se la musica non è questo, se non è il superamento fino a raggiungere i limiti, non è nulla»16.

2. Anche negli anni Sessanta il filosofo continua a rimarcare l’importanza che riveste, ai suoi occhi, l’interruzione deliberata dell’esistenza. Così, nel corso di una trasmissione radiofonica del 1963, legge un proprio testo che contiene un significativo passaggio sul tema: «E indefinitamente la vita, presa tra questo doppio che la uccide e tuttavia la affascina, e la morte che la sdoppia, riprende il proprio linguaggio irragionevole, linguaggio che forse, in fondo, tacerà solo il giorno, l’istante preciso in cui, nel gesto del suicidio, io diverrò il sovrano della mia morte, in cui il mio corpo sparendo e il mio linguaggio alfine tacendo, diverranno per un secondo l’uno ragione dell’altro. Allora, in quel lampo, il volto del mondo si ricomporrà come un bel corpo senza rughe, e il mio linguaggio, finalmente, si riunirà alla mia esistenza»17.

Lo stesso anno esce un libro foucaultiano, Raymond Roussel, dedicato a un eccentrico scrittore vissuto tra fine Ottocento e inizio Novecento, non famoso ma apprezzato quanto meno dai surrealisti18. I suoi testi narrativi e poetici, in apparenza dominati da una fantasia bizzarra, si basano in realtà su un complesso insieme di procedimenti linguistici e combinatori, in parte svelati da Roussel in un testo pubblicato, per sua precisa volontà, solo a titolo postumo19. Foucault si interessa a questo autore (le cui opere, per la loro stranezza, presentano in effetti un notevole fascino) anche perché era stato in cura da un celebre psichiatra dell’epoca, Pierre Janet. Uno dei tanti enigmi irrisolti relativi a Roussel riguarda la sua morte. Lo scrittore, di condizione economica agiata, a partire dal 1932 comincia a far uso di droghe. L’anno successivo, mentre si trova a Palermo in un albergo di lusso, «tenta di uccidersi tagliandosi le vene dei polsi e aumenta di giorno in giorno le dosi dei barbiturici. La mattina del 14 luglio viene trovato morto, su un materasso steso a terra. Dopo una inchiesta sommaria la polizia italiana conclude: “morte naturale per eccesso di barbiturici”»20. In effetti l’episodio non è ben chiaro, tanto che Leonardo Sciascia ha potuto dedicare ad esso uno dei suoi libri-indagine21. Foucault, da parte sua, è convinto che il decesso dello scrittore sia dovuto a una scelta deliberata e non a un’overdose accidentale. Così, in un’intervista assai più tardiva, afferma a chiare lettere che Roussel «si è suicidato»22. Ma già nel libro del 1963 lo suggeriva, scrivendo: «Nel mese di giugno, egli si installa a Palermo, quotidianamente drogato e in una grande euforia. Tenta di uccidersi o di farsi uccidere, come se ora avesse acquisito “il gusto della morte di cui prima aveva paura”»23. Il ricorso alla droga quale mezzo per raggiungere al tempo stesso l’ebbrezza e il trapasso gli appare significativo. Egli ipotizza infatti che nell’ultimo istante lo scrittore abbia conseguito «quell’abbagliamento il cui ricordo non aveva abbandonato Roussel dal suo diciannovesimo anno di età e del quale egli aveva tentato sempre invano, salvo forse quella notte, di ritrovare lo splendore»24. Foucault si spinge fino a sostenere che tale ricerca della morte racchiude un insegnamento di carattere generale, quello per cui «occorre in ogni modo, come ha fatto Roussel nel gesto di Palermo, affrancare l’opera da colui che l’ha scritta»25.

Per il filosofo, una simile inclinazione a considerare (e ad accogliere) positivamente il decesso non costituisce soltanto una posizione teorica. Nel dicembre 1967, mentre sta lavorando alla stesura del libro che verrà pubblicato due anni dopo col titolo L’archéologie du savoir26, gli viene diagnosticata una lesione alla retina che potrebbe essere di natura tumorale. Nella circostanza, la sua reazione non è affatto di timore o sconforto, come mostrano le frasi di una lettera: «Viva il corpo che muore, non c’è nulla di meglio per cancellare le angosce. Io scrivo. Quarta redazione da due anni a questa parte. Ho l’impressione di spiegarmi non troppo male, sono di umore eccellente»27.

3. Le opere foucaultiane del decennio successivo si incentrano soprattutto sulla questione del potere, nelle forme più diverse, dunque anche il tema del suicidio viene a inserirsi in quell’ottica. Lo si può notare in una pagina di La volonté de savoir, libro che inaugura il vasto progetto dell’Histoire de la sexualité28. Nel capitolo finale del volume, Foucault illustra il passaggio dall’antico sistema della monarchia assoluta alla biopolitica moderna: il primo si basava sul potere, assegnato al re, di far morire o di lasciar vivere i propri sudditi, mentre col passaggio alla biopolitica si afferma piuttosto la facoltà, che lo stato attribuisce a se stesso, di far vivere i cittadini o di respingerli nella morte. «Ora è sulla vita e per tutto il corso del suo svolgimento che il potere stabilisce la propria presa; la morte ne è il limite, il momento che gli sfugge; essa diventa il punto più segreto dell’esistenza, il più “privato”. Non bisogna stupirsi del fatto che il suicidio – un tempo considerato un crimine, perché era un modo di usurpare il diritto di morte che unicamente il sovrano, quello terreno o quello dell’aldilà, aveva il diritto di esercitare – sia divenuto nel corso del XIX secolo una delle prime condotte ad entrare nel campo delle analisi sociologiche; infatti faceva apparire, alle frontiere e negli interstizi del potere che si esercita sulla vita, il diritto individuale e privato di morire. Questa ostinazione a morire, così strana e tuttavia così regolare, così costante nelle sue manifestazioni, e quindi così poco spiegabile con particolarità o accidenti individuali, fu uno dei primi stupori di una società in cui il potere politico da poco si era assegnato il compito di gestire la vita»29. Nelle parole di Foucault si può scorgere non soltanto ciò che risulta da un’analisi storica, ma anche un modo per valorizzare il suicidio, che svolge il ruolo di pietra d’inciampo per il nuovo tipo di potere statale, dunque si configura come un gesto individuale di ribellione.

Un’altra forma di rivolta contro la logica del potere politico è costituita da una certa concezione della sessualità. Foucault polemizza riguardo all’onnipresenza del discorso sul sesso nella società contemporanea, e giudica falsamente liberatoria una simile sopravvalutazione. Questo però va inteso nel giusto senso. Il filosofo, infatti, non sta certo auspicando una limitazione delle pratiche sessuali: «È dall’istanza del sesso che bisogna affrancarsi se, con un rivolgimento tattico dei vari meccanismi della sessualità, si vuole far valere, contro gli appigli del potere, i corpi, i piaceri, i saperi nella loro molteplicità e nella loro capacità di resistenza. Contro il dispositivo di sessualità, il punto d’appoggio del contrattacco non deve essere il sesso-desiderio, ma il corpo e i piaceri»30. Questa presa di posizione, ostile alla celebrazione retorica del sesso e favorevole alla pratica dei piaceri, è volta a contrastare idee allora assai diffuse, ma al tempo stesso va vista in connessione a un cambiamento che, proprio in quegli anni, si verifica nella vita di Foucault.

Nel 1975, il filosofo compie il «primo viaggio in California, invitato da Leo Bersani, al dipartimento di letteratura francese di Berkeley. […] Scopre la cultura edonista che i californiani sviluppano attorno alla droga. […] Si entusiasma per quelle piccole comunità – zen, vegetariane, femministe, omosessuali – produttrici di stili d’esistenza»31. A partire da quel momento, i soggiorni di lavoro di Foucault negli Stati Uniti si ripeteranno con regolarità, e contribuiranno non soltanto ad offrire alle sue teorie e ricerche una risonanza internazionale, ma pure a renderlo incline a compiere nuove esperienze, in accordo con i suoi desideri più estremi: ci riferiamo al consumo di droghe (incluse quelle allucinogene come l’LSD), oppure alla frequentazione dei locali per omosessuali a tendenza sadomasochista32. E di questa audacia si trova traccia in vari scritti e interviste, anche riguardo al tema che ci interessa.

Un esempio significativo è costituito dall’articolo Un plaisir si simple, apparso nel 1979 su una rivista gay. Il filosofo esordisce ironizzando sul fatto che, secondo i trattati di psichiatria, i suicidi sono frequenti fra gli omosessuali, ma passa poi a una riflessione di carattere generale: «Parliamo un po’ a favore del suicidio. Non del diritto ad esso, sul quale troppe persone hanno detto tante belle cose. Ma contro la meschina realtà che gli viene riservata. Contro le umiliazioni, le ipocrisie»33. Egli pensa in particolare alle difficoltà in cui l’aspirante suicida si imbatte nel tentativo di procurarsi i mezzi (si tratti di pillole oppure di armi) per attuare le proprie intenzioni. Dopo che già la nostra nascita è stata arbitrariamente decisa da altri, ossia i nostri genitori, «è inammissibile che non ci si consenta di essere noi stessi a preparare con tutta la cura, l’intensità e l’ardore auspicabili, e le poche complicità di cui abbiamo voglia, quel qualcosa a cui pensiamo da tempo, di cui abbiamo formato il progetto fin dall’infanzia, magari in una sera d’estate»34. Come si vede, Foucault non sta ripetendo il tradizionale discorso dei pensatori antichi e moderni sul fatto che occorre essere sempre pronti ad affrontare la morte con serenità. Scrive anzi: «Mi irritano un po’ le saggezze che promettono di insegnare a morire e le filosofie che dicono in che maniera pensare a questo. Mi lascia indifferente ciò che è ritenuto idoneo a “prepararci” alla cosa. Bisogna invece prepararla, organizzarla, fabbricarla pezzo per pezzo, calcolarla, trovarne al meglio gli ingredienti, immaginare, scegliere, farsi consigliare, elaborarla in modo da ricavarne un’opera senza spettatore, che esiste solo per me e per il tempo in cui dura il più breve secondo della vita»35.

Sono poi gli altri, i vivi, a doversi confrontare con gli aspetti deprimenti legati al ritrovamento del cadavere, e a interrogarsi sulle cause di un gesto così drastico: «Non possono evitare di porsi la domanda del “perché”. Domanda che dovrebbe essere l’unica da non formulare a proposito del suicidio. “Per quale motivo? Ma semplicemente perché l’ho voluto”»36. La morte merita dunque di essere trasformata in qualcosa di valido, di riuscito. «Noi abbiamo senza dubbio mancato molti piaceri, ne abbiamo avuto di mediocri, alcuni ce li siamo lasciati sfuggire per distrazione o pigrizia, per mancanza di immaginazione o anche di tenacia; ne abbiamo avuto tanti che erano del tutto monotoni. Per fortuna abbiamo a disposizione quel momento assolutamente singolare, che più di tutti merita di essere preso in considerazione: non per inquietarsi o rassicurarsi, ma per trasformarlo in un piacere smisurato, la cui preparazione paziente, senza sosta e senza fatalità, illuminerà tutta la vita»37. In considerazione di ciò, il filosofo ritiene che sarebbe opportuno adibire al suicidio dei luoghi appositi, «luoghi senza geografia né calendario, nei quali si entrerebbe per cercarvi, in mezzo agli scenari più assurdi e con partner senza nome, delle occasioni per morire liberi da ogni identità: lì si potrebbe disporre di un tempo indeterminato (secondi, settimane, forse mesi), finché si presenti con imperiosa evidenza l’occasione che si riconoscerebbe subito come quella da non mancare: essa avrebbe la forma senza forma del piacere, assolutamente semplice»38.

Una proposta del genere, per via del tono a tratti ironico dell’articolo, potrebbe far pensare a uno scherzo macabro, o magari a un’invenzione di gusto letterario. E in effetti non sono mancati gli scrittori – come Maupassant, Rigaut e Gombrowicz – che hanno immaginato istituzioni adibite al fine di agevolare e rendere gradevole la morte volontaria39. Ma Foucault sta parlando seriamente, e lo dimostra il fatto che l’anno dopo ribadisce la propria idea in un contesto del tutto diverso, ossia nel corso del dialogo con un sindacalista, dialogo destinato ad essere pubblicato in un volume collettivo sulla Sécurité sociale. Quest’ultima, a giudizio del filosofo, ha anche il compito di occuparsi del suicidio. Pertanto egli reclama «il diritto, finalmente riconosciuto ad ognuno, di uccidersi quando lo vorrà in condizioni decenti… Se io vincessi qualche miliardo alla lotteria, creerei un istituto in cui le persone che volessero morire andrebbero a trascorrere un week-end, una settimana o un mese nel piacere, forse nella droga, per poi sparire»40.

Anche altrove egli torna a porsi il problema del suicidio, e lo fa esaminandone gli aspetti pratici e le implicazioni teoriche. «Una delle cose che da un po’ di tempo mi preoccupano, è che mi rendo conto di quanto sia difficile suicidarsi. Riflettiamoci ed enumeriamo il ristretto numero dei mezzi di suicidio che abbiamo a disposizione, l’uno più disgustoso dell’altro: il gas è pericoloso per i vicini, l’impiccagione è sgradevole per la domestica che scopre il corpo la mattina dopo, gettarsi dalla finestra sporca il marciapiede. Inoltre il suicidio viene giudicato nella maniera più negativa possibile dalla società. Non soltanto ci viene detto che non è bene suicidarsi, ma si ritiene che se qualcuno lo fa è perché stava malissimo. […] Io sono fautore di una vera e propria lotta culturale per insegnare di nuovo alle persone che non c’è condotta più bella del suicidio, e di conseguenza più meritevole di essere pensata con tanta attenzione. Occorrerebbe lavorare al proprio suicidio per tutta la vita»41.

Quest’idea di considerare il suicidio quasi come una delle belle arti – cioè alla maniera in cui De Quincey, in un celebre testo, parlava dell’omicidio42 – è connessa al tema dell’estetica dell’esistenza, affrontato dal filosofo in numerosi suoi scritti degli ultimi anni43. Il suicidio, ai suoi occhi, rientra in quelle arti o tecniche di sé che variano in base alle diverse epoche e in base al comportamento adottato dai singoli individui. Ciò gli sta a cuore in quanto, come ricorda Eribon, «il problema che è divenuto il suo è la “stilizzazione dell’esistenza”, l’“estetica della vita”. Problema storico, senza dubbio, da lui formulato, come sempre, attraverso dei documenti. Ma problema […] strettamente legato a ciò che egli prova sul piano personale»44. Il filosofo non esita infatti ad affermare: «Non vedo differenza tra le persone che fanno della propria esistenza un’opera e quelle che realizzano un’opera nel corso della loro esistenza. Una vita può essere un’opera perfetta e sublime, e questo i greci lo sapevano, mentre noi l’abbiamo completamente dimenticato»45. Secondo lui, gli antichi avevano chiara la necessità di stilizzare la propria vita in ogni istante, incluso, eventualmente, quello della morte volontaria. In una conferenza del 1982, dopo aver fatto riferimento a Seneca, Foucault aggiunge: «Credo che potrebbe essere interessante studiare l’arte del suicidio in quell’epoca. Il suicidio era in certo modo una rappresentazione filosofica attraverso cui le persone portavano a compimento la propria vita e proponevano se stessi come esempio agli altri. Alcuni suicidi potevano incontrare un grande successo, al pari di una bella poesia, di una bella opera d’arte, della prodezza di un eroe»46.

Ma occorre ribadire che per Foucault la morte intenzionale non dev’essere concepita soltanto quale prova di coraggio o gesto valutabile esteticamente, ma anche come un piacere. Quest’ultimo termine, però, richiede dei chiarimenti: «Non è così facile godere delle cose. E io devo confessare che è questo il mio sogno. Vorrei e mi auguro di morire per un’overdose di piacere, quale che sia. Perché ritengo sia molto difficile, e ho sempre l’impressione di non provare il vero piacere, il piacere completo e totale; quel piacere, per me, è legato alla morte»47. Nell’udire questa sorprendente dichiarazione, l’intervistatore gli chiede come mai sostenga ciò. Al che il filosofo risponde: «Perché penso che il genere di piacere che considererei come quello vero sarebbe così profondo, così intenso, mi sommergerebbe così totalmente che non sopravvivrei. Ne morirei»48. Rendendosi conto che, formulato in tal modo, il discorso rischia di apparire piuttosto astratto e ipotetico, Foucault aggiunge un esempio concreto, relativo alla propria esperienza: «Una volta sono stato investito da un’automobile, per strada, mentre stavo camminando. E, forse per due secondi, ho avuto l’impressione di essere sul punto di morire, e ho realmente provato un piacere molto, molto intenso. Il tempo era meraviglioso. Una sera d’estate, verso le sette. Il sole cominciava a declinare. Il cielo era magnifico, azzurro. A tutt’oggi, resta uno dei miei migliori ricordi»49. Conviene precisare che, «secondo Paul Veyne, a cui Foucault lo ha raccontato, il filosofo si trovava sotto l’effetto dell’oppio quando era stato investito da una vettura nel luglio 1978, in rue de Vaugirard, davanti a casa sua, a Parigi»50. Questo nell’intervista non viene detto in maniera esplicita, ma comunque traspare dall’asserzione che Foucault fa subito dopo: «C’è anche il fatto che certe droghe sono davvero importanti per me, in quanto mi permettono di avere accesso a quelle gioie terribilmente intense di cui vado alla ricerca, e che sono incapace di raggiungere da solo»51.

Certo, non è questo il genere di confidenze che ci si aspetta di ascoltare da un pensatore di fama mondiale, nonché docente al prestigioso Collège de France. Ma negli anni Ottanta, e specialmente quando si trova all’estero, Foucault sembra deciso a rinunciare a inibizioni e riservatezze.

4. Viene quasi da chiedersi perché, dopo aver teorizzato con tanta insistenza il suicidio, egli non lo abbia messo in pratica fino alle estreme conseguenze. Ma giungiamo qui a toccare un punto controverso. Si sa che Foucault è morto nel 1984 per effetto dell’AIDS, dunque il suo è definibile, clinicamente parlando, come un decesso dovuto a cause naturali. Ma potrebbe aver ragione Gilles Deleuze quando ha sostenuto che, per il filosofo suo amico, «si tratta di concepire la morte, e sono pochi gli uomini che come Foucault sono morti nel modo in cui la concepivano»52. Altri hanno evidenziato, in maniera ancor più decisa, quanto sia stata coerente «la traiettoria della vita di Foucault, dal suo primo tentativo di suicidio nel 1948 fino allo spettro della morte, che cercò in maniera evidente a San Francisco nel 1983»53.

In effetti, con ogni probabilità il filosofo ha contratto la malattia durante uno dei suoi vari soggiorni negli Stati Uniti. In quegli anni l’AIDS era ancora poco noto, ma «i primi casi che furono esaminati nel mondo sviluppato provenivano tutti dalle comunità omosessuali della California e di New York, e questo portò a ipotizzare una specie di cancro degli omosessuali»54. Foucault, che frequentava quelle comunità, era stato messo al corrente di ciò fin dal 1981, e inizialmente aveva reagito con ironica incredulità; infatti, parlando con Edmund White, gli aveva detto: «Lascia che siano gli americani puritani a preoccuparsi di inventare una malattia che colpisca – che uccida – solo i gay. È troppo perfetto»55. Ma in breve tempo le notizie relative all’AIDS sono divenute sempre più sicure e allarmanti.

A partire dal 1983, il filosofo comincia a soffrire di una tosse persistente. In quel periodo, «mentre i suoi amici a Parigi si preoccupavano del suo stato di salute, lui era impaziente di tornare sulla West Coast. “È una semplice infezione polmonare”, il filosofo rassicurò un amico, “appena sarò in California starò meglio”»56. Là gli omosessuali, consapevoli dei rischi, avevano cominciato ad adottare misure di prudenza, ma non sembra che Foucault si sia comportato allo stesso modo57. Tornato a Parigi, egli si sottopone ad approfonditi esami polmonari, e gli viene prescritta un cura a base di antibiotici, che in un primo tempo dà buoni risultati. Nel gennaio 1984, il filosofo scrive a un amico: «Ho creduto di avere l’AIDS, ma un trattamento energico mi ha rimesso in sesto»58. Tuttavia, negli stessi giorni, con altre persone parla più apertamente; così, nel corso di una telefonata con uno dei suoi maestri, Georges Dumézil (all’epoca ottantaseienne), gli confida: «Credo proprio di essermi preso l’AIDS»59. In ogni caso, il miglioramento del suo stato di salute si rivela effimero: «Viene regolarmente seguito all’ospedale Tarnier, dove i suoi medici hanno la sensazione che la sua unica domanda sia: “Quanto tempo mi resta?”. Non chiede né riceve alcuna diagnosi»60. A tal proposito, Defert ricorda opportunamente che, anni prima, il filosofo aveva evocato l’analisi storica condotta da Philippe Ariès sulla «menzogna ai morenti, quell’invenzione dei secoli XVIII e XIX, con tutto il gioco di linguaggio a doppio senso, di sapere e di silenzio, di complicità e di inganno, che si svolge tra il medico, i parenti e il malato, il quale senza dubbio lo accetta per rimanere padrone del suo rapporto segreto con la propria morte»61. Il 9 giugno 1984 Foucault, dopo aver avuto un grave malore a casa sua, viene ricoverato all’ospedale parigino della Salpêtrière, dove muore ben presto, il 25 dello stesso mese.

Anziché formulare giudizi sulle scelte esistenziali del pensatore francese, sembra opportuno porsi una domanda relativa alla sua opera. Egli non ha mai nascosto il fatto di essere stato guidato, nella scelta degli argomenti da trattare, da motivazioni che erano anche di carattere privato. Ha dichiarato ad esempio: «Non c’è libro che io abbia scritto senza che vi fosse, almeno in parte, un’esperienza diretta, personale. Ho avuto un rapporto personale, complesso, con la follia e l’istituzione psichiatrica. Anche con la malattia e la morte ho avuto un certo rapporto. Ho scritto sulla Naissance de la clinique e l’introduzione della morte nel sapere medico in un momento in cui quelle cose avevano una certa importanza per me. E lo stesso, per motivi diversi, vale per la prigione e la sessualità»62. Si tratta di un’affermazione ribadita in seguito negli stessi termini: «Potrei dire di aver sempre cercato di far sì che i miei libri fossero, in un certo senso, dei frammenti di autobiografia. I miei libri hanno sempre avuto a che fare con i miei problemi personali con la follia, la prigione, la sessualità»63. Ma se le cose stanno in questi termini, allora è lecito chiedersi perché egli non abbia mai dedicato un volume al tema del suicidio, che pure ha costituito per lui, nel corso degli anni, un frequente oggetto di riflessione. La risposta alla domanda è forse reperibile non in uno degli ultimi interventi di Foucault, ma in un suo testo ben più antico, nel quale si leggeva l’emblematica frase seguente: «Ormai la scrittura è legata al sacrificio, al sacrificio stesso della vita; cancellazione volontaria che non deve essere rappresentata nei libri, poiché si compie nell’esistenza stessa dello scrittore»64. Per il filosofo, dunque, non può trattarsi di redigere un’erudita storia delle teorie e tecniche del suicidio come si sono manifestate attraverso i secoli, ma piuttosto di meditare su quel gesto estremo e – qualora se ne avverta il gusto o la necessità interiore – di provare, con minore o maggiore risolutezza, a metterlo in pratica.

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Note


1 Cfr. in proposito Daniel Defert, Chronologie, in M. Foucault, Dits et écrits, vol. I, Paris, Gallimard, 2001, pp. 17-18.

2 Didier Eribon, Michel Foucault, Paris, Flammarion, 1989; nuova edizione ampliata, ivi, 2011, pp. 48-49 (tr. it. Michel Foucault. Il filosofo del secolo. Una biografia, Milano, Feltrinelli, 2021, pp. 37-38; si avverte che i passi delle traduzioni italiane cui si rimanda vengono spesso citati con modifiche).

3 Ibid., p. 69 (tr. it. p. 52).

4 Entretien avec Michel Foucault (intervista del 1978, edita nel 1980), in Dits et écrits, vol. II, Paris, Gallimard, 2001, p. 877 (tr. it. Duccio Trombadori, Colloqui con Foucault, Salerno, 10/17 Cooperativa Editrice, 1981, p. 41).

5 Cfr. L. Binswanger, Le rêve et l’existence (1930), tr. fr. Paris, Desclée de Brouwer, 1954 (tr. it. Sogno ed esistenza, Milano, SE, 1993).

6 Introduction (1954), in Dits et écrits, vol. I, cit., p. 123 (tr. it. Introduzione, in Sogno ed esistenza, cit., p. 52).

7 L. Binswanger, Il caso Ellen West (1944-45), tr. it. Torino, Einaudi, 2011.

8 Ibid., p. 130.

9 Introduction, cit., p. 133 (tr. it. p. 66).

10 M. Foucault, Binswanger et l’analyse existentielle, Paris, Gallimard-Seuil, 2021, p. 63.

11 Introduction, cit., p. 141 (tr. it. p. 77).

12 D. Eribon, op. cit., p. 91 (tr. it. p. 67). Cfr. M. Pinguet, La mort volontaire au Japon, Paris, Gallimard, 1984.

13 «Qui êtes-vous, professeur Foucault?» (1967), in Dits et écrits, vol. I, cit., p. 641.

14 Une interview de Michel Foucault par Stephen Riggins (realizzata nel 1982, edita l’anno successivo), in Dits et écrits, vol. II, cit., p. 1353 (tr. it. Un’intervista a Michel Foucault di Stephen Riggins, in Follia e psichiatria. Detti e scritti 1957-1984, Milano, Cortina, 2006, pp. 275-276).

15 Pierre Boulez, l’écran traversé (1982), ibid., p. 1038.

16 J. Barraqué, Propos impromptu (1969), frase riportata in Paul Griffiths, La Mer en Feu: Jean Barraqué, Paris, Hermann, 2008, p. 180. Sulla relazione tra il compositore e Foucault, cfr. le pp. 132-150 del libro di Griffiths, nonché D. Eribon, op. cit., pp. 113-118 (tr. it. pp. 82-87).

17 Les corps et ses doubles, quarta puntata (andata in onda il 28 gennaio 1963) di un ciclo di cinque trasmissioni curate da Foucault sul tema Les langages de la folie; la si può ascoltare sul sito http://www.youtube.com.

18 Raymond Roussel (1963), in M. Foucault, Œuvres, vol. I, Paris, Gallimard, 2015, pp. 903-1031 (tr. it. Raymond Roussel, Bologna, Cappelli, 1978).

19 Cfr. R. Roussel, Comment j’ai écrit certains de mes livres (1935), nel volume dallo stesso titolo, Paris, Gallimard, 2010, pp. 9-35 (tr. it. in Locus Solus, seguito da Come ho scritto alcuni miei libri, Torino, Einaudi, 1975, pp. 263-285).

20 Paola Dècina Lombardi, Nota biografica, in Locus Solus, seguito da Come ho scritto alcuni miei libri, cit., p. XXVII.

21 L. Sciascia, Atti relativi alla morte di Raymond Roussel, Palermo, Sellerio, 1971.

22 Archéologie d’une passion (1984), in Dits et écrits, vol. II, cit., p. 1425 (tr. it. Archeologia di una passione, in Follia e psichiatria, cit., p. 289).

23 Raymond Roussel, cit., p. 907 (tr. it. p. 10). L’espressione che Foucault cita fra virgolette, senza indicarne autore e provenienza, è tratta da un articolo di Michel Leiris, Conception et réalité chez Raymond Roussel (1954), poi ripreso nel volume Roussel l’ingénu, Saint-Clément-de-Rivière, Fata Morgana, 1987, p. 86.

24 Raymond Roussel, cit., p. 908 (tr. it. p. 10). Si allude qui a una dichiarazione dello scrittore riferita dal suo psichiatra, Pierre Janet, in un passo riportato tra le Citations documentaires di Comment j’ai écrit certains de mes livres (cit., pp. 129-130): «Ci sono bambini prodigio che si sono rivelati a otto anni, io mi sono rivelato a diciannove anni. Ero pari a Dante e a Shakespeare […], avevo la gloria… Ciò che scrivevo era circondato da irraggiamenti, chiudevo le tende perché temevo che ogni minima fessura avrebbe lasciato passare all’esterno i raggi luminosi provenienti dalla mia penna, volevo togliere di colpo lo schermo e illuminare il mondo. […] In quel momento ero in uno stato di felicità inaudita».

25 Raymond Roussel, cit., pp. 1022-1023 (tr. it. p. 164).

26 L’archéologie du savoir (1969), in Œuvres, vol. II, Paris, Gallimard, 2015, pp. 1-224 (tr. it. L’archeologia del sapere, Milano, Rizzoli, 1971).

27 Lettera a Daniel Defert del dicembre 1967; il passo è riportato dal destinatario in op. cit., p. 42.

28 Histoire de la sexualité 1. La volonté de savoir (1976), in Œuvres, cit., vol. II, pp. 615-736 (tr. it. La volontà di sapere. Storia della sessualità 1, Milano, Feltrinelli, 1978).

29 Ibid., p. 718 (tr. it. pp. 122-123).

30 Ibid., p. 734 (tr. it. p. 140).

31 D. Defert, op. cit., p. 63.

32 Questi aspetti della biografia del filosofo vengono esposti con dovizia di particolari nel libro di James Miller La passione di Michel Foucault (1993), tr. it. Milano, Longanesi, 1994.

33 Un plaisir si simple (1979), in Dits et écrits, vol. II, cit., p. 777 (tr. it. Un piacere così semplice, in Follia e psichiatria, cit., p. 241).

34 Ibid., p. 778 (tr. it. p. 242).

35 Ibidem.

36 Ibidem.

37 Ibid., p. 779 (tr. it. p. 243).

38 Ibidem (tr. it. pp. 243-244).

39 Cfr. Guy de Maupassant, L’endormeuse (1889), in «Apparition» et autres contes d’angoisse, Paris, Flammarion, 1987, pp. 154-164 (tr. it. L’addormentatrice, in Racconti bianchi, racconti neri, racconti della pazzia, Milano, Adelphi, 2004, pp. 223-233); Jacques Rigaut, Agence générale du suicide (scritto prima del 1929, ma edito postumo), nel volume dallo stesso titolo, Paris, Sillage, 2018, pp. 15-16; Witold Gombrowicz, annotazione del 1958 in Diario, vol. I, tr. it. Milano, Feltrinelli, 2004, pp. 395-397.

40 Un système fini face à une demande infinie (1983), in Dits et écrits, vol. II, cit., p. 1201 (tr. it. Un sistema finito di fronte a una domanda infinita, in Archivio Foucault 3. 1978-1985, Milano, Feltrinelli, 1998, p. 200).

41 Conversation avec Werner Schroeter (1982), ibid., pp. 1075-1076 (tr. it. Conversazione con Werner Schroeter, in Follia e psichiatria, cit., pp. 253-254).

42 Thomas De Quincey, L’assassinio come una delle belle arti (1827-39), tr. it. Milano, SE, 1987.

43 Cfr. almeno Histoire de la sexualité 2. L’usage des plaisirs e Histoire de la sexualité 3. Le souci de soi, apparsi entrambi nel 1984 e ripresi in Œuvres, vol. II, cit., pp. 737-967 e 969-1191 (tr. it. L’uso dei piaceri. Storia della sessualità 2, Milano, Feltrinelli, 1984 e La cura di sé. Storia della sessualità 3, ivi, 1985).

44 D. Eribon, op. cit., pp. 538-539 (tr. it. pp. 387-388).

45 Conversation avec Werner Schroeter, cit., p. 1075 (tr. it. p. 253).

46 M. Foucault, Dire vrai sur soi-même. Conférences prononcées à l’Université Victoria de Toronto, 1982, Paris, Vrin, 2017, p. 113 (tr. it. Dir vero su se stessi. Conferenze all’Università Victoria. Toronto, 1982, Napoli-Salerno, Orthotes, 2020, pp. 99-100).

47 Une interview de Michel Foucault par Stephen Riggins, cit., p. 1352 (tr. it. pp. 274-275).

48 Ibid., p. 1353 (tr. it. p. 275).

49 Ibidem.

50 D. Eribon, op. cit., p. 512 (tr. it. p. 369).

51 Une interview de Michel Foucault par Stephen Riggins, cit., p. 1353 (tr. it. p. 275).

52 G. Deleuze, Foucault, Paris, Éditions de Minuit, 1986, p. 102 (tr. it. Foucault, Milano, Feltrinelli, 1987, p. 97).

53 J. Miller, op. cit., p. 63.

54 Ibid., p. 25.

55 Frase riferita da Edmund White e riportata in D. Eribon, op. cit., p. 528 (tr. it. p. 380). Un’analoga espressione di Foucault viene citata da Hervé Guibert nel suo «romanzo a chiave» À l’ami qui ne m’a pas sauvé la vie, Paris, Gallimard, 1990; 2019, p. 21.

56 J. Miller, op. cit., p. 31.

57 Cfr. ibid., pp. 30, 396-398.

58 Lettera a Maurice Pinguet del gennaio 1984; frase riportata in D. Defert, op. cit., p. 88.

59 Cfr. D. Eribon, op. cit., pp. 530-531 (tr. it. p. 382).

60 D. Defert, op. cit., p. 89.

61 Une érudition étourdissante (1978), in Dits et écrits, vol. II, cit., p. 504.

62 Entretien avec Michel Foucault, cit., p. 865 (tr. it. p. 23). Il riferimento è ad alcune delle opere più note dell’autore: oltre alla già ricordata storia della sessualità, si tratta di Histoire de la folie à l’âge classique (1961; nuova edizione 1972), in Œuvres, vol. I, cit., pp. 1-659 (tr. it. Storia della follia nell’età classica, tr. it. Milano, Rizzoli, 1963; 2011); Naissance de la clinique. Une archéologie du regard médical (1963; nuova edizione 1972), ibid., pp. 671-902 (tr. it. Nascita della clinica. Una archeologia dello sguardo medico, Torino, Einaudi, 1969; 1998); Surveiller et punir. Naissance de la prison (1975), in Œuvres, vol. II, cit., pp. 261-613 (tr. it. Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, Torino, Einaudi, 1976).

63 L’intellectuel et les pouvoirs (intervista del 1981, edita nel 1984), in Dits et écrits, vol. II, cit., pp. 1566-1567 (tr. it. L’intellettuale e i poteri, in Discipline, Poteri, Verità. Detti e scritti 1970-1984, Genova-Milano, Marietti, 2008, p. 218).

64 Qu’est-ce qu’un auteur? (1969), in Œuvres, vol. II, cit., p. 1261 (tr. it. Che cos’è un autore?, in Scritti letterari, Milano, Feltrinelli, 1971, p. 4).

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Il saggio di Giuseppe Zuccarino è tratto dagli atti di un “Seminario su Michel Foucault” (Genova, settembre 2020 – giugno 2021) di prossima pubblicazione (“La Biblioteca di RebStein”, vol. LXXXIII, sett. 2021).

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