Il centro dell’ombra e il fondo d’inchiostro: su “La forza prigioniera” di Anna Ruchat

envol_1974Stando all’ammonizione contenuta nella Nota di Domenico Brancale al libro di Anna Ruchat La forza prigioniera (Passigli Editore, Bagno a Ripoli 2021) – «Quando il poema è finito conviene tacere. Tutto ciò che si capisce è destinato a svanire. Anzi forse non è mai esistito. La poesia non è fatta per essere capita» (p. 85) – dovrei limitarmi a segnalare la pubblicazione del volume, magari raccomandandone caldamente la lettura; in effetti Domenico mi pone innanzi al legittimo e ineludibile dilemma nel quale mi dibatto ogni volta che decido di scrivere di un libro in poesia e che non sono mai capace di risolvere, dal momento che anch’io sono convinto che la poesia vada accolta, ascoltata, portata con sé (dentro di sé), mai sottoposta a luttuose autopsie o a frettolose recensioni (respingo il termine e il concetto stesso di “recensione”); d’altro canto mi succede talvolta di aver bisogno di scrivere di un libro in poesia, di rendere altre persone partecipi di quelli che da anni chiamo attraversamenti dei libri che studio e di cui poi scrivo; ebbene, spero non sia un banale escamotage linguistico questo mio parlare di un attraversamento del libro di Anna Ruchat, ché attraversare un libro in poesia significa sospendere il tempo banausico che opprime e affligge, indugiare nei e fra i testi, lasciarsi invadere dalla memoria di altri testi, di altri libri, stupirsi, soffermarsi a meditare su di un’immagine o su di un verso, osservare e ripercorrere la struttura del libro, provarsi a scorgerne scaturigini e motivazioni… M’illudo allora che anche attraversare in questo modo il libro di Anna Ruchat sia una maniera possibile di tacere, anche perché, afferma Domenico Brancale poco oltre, «se sapessimo veramente il significato di ciò che diciamo, non potremmo più scrivere». 

Ed è vero che La forza prigioniera si misura con l’indicibile, mette in atto una scrittura che dialoga con il silenzio non per farlo “parlare” o “significare”, ma per accostarlo e attraversarlo.

La prima parte s’intitola Pietre e si apre con una citazione dal Piccolo dizionario dell’inuguaglianza femminile di Alice Ceresa circa la definizione di “vita”, segue poi il primo testo in versi del libro:

Pietra assalita dal muschio 
              non tace 
per quanto spezzata 

Continua a gridare alla terra 
la morte di un bambino
(p. 11)

Siamo nel Cimitero acattolico di Roma, in quel luogo di “dura eleganza / non cattolica” di pasoliniana memoria, che la poesia di Anna Ruchat visita con rattenuta commozione e con delicata attenzione facendosi sguardo capace di cogliere sfumature e variazioni di luce e di colori:

Sotto il verde gigantesco dei pini marittimi 
                    anche pallide ali di angeli 
affranti 
           coprono le pietre tombali che parlano 
            lingue straniere. 

Una vegetazione cosmopolita assale 
              mausolei e lapidi 
mentre i nomi insistono incisi nel marmo 
sotto le foglie cupe degli arbusti. 

Ogni respiro 
di persona viva 
                     trapassa 
in questo giardino dell’eterno 
le nervature del tempo 
           le geografie dell’esistere
(p. 13) 

Si osservi la sapiente versura capace di creare significanti sospensioni e cesure del ritmo e della dizione (ma anche, in una possibile lettura alternativa degli a capo e dei rientri, versi “lunghi”) e che, nella disposizione spaziale sulla pagina, dà valore agli spazi bianchi e, appunto, ai rientri dei versi in maniera tale da trasformare davvero il libro in un itinerario attraverso “le nervature del tempo” e “le geografie dell’esistere”, perché la scrittura in poesia partecipa della medesima natura del passo e dello sguardo di chi si muove, meditante, “in questo giardino dell’eterno” caratterizzato da intervalli vuoti, da sequenze di piante o di lapidi, da spostamenti di ombra e di luce.

Chissà se si ricordano di noi 
                                            i morti 
ogni volta che in quella loro altra vita fioca 
                    ci sentono 
                            e da dietro la sterpaglia della 
                    memoria 
nelle strade, nelle case 
                         magari ci osservano 

                        chissà 
se ancora rimpiangono 
quel su e giù del respiro 
quel tradurre avanti e indietro il dolore 

                       quando ci vedono 
e pur di guardare non gridano
(p. 15) 

L’enigma è se davvero i morti da “quella loro altra vita fioca” (di pallide ombre di classica memoria) ci sentono e ci guardano o se siamo noi vivi a immaginarli sentirci e guardarci – certamente la poesia sa tracciare (o scorgere) quella labilissima soglia che va percorsa (tenendosi in difficile equilibrio tra i due versanti di quella stessa soglia) e che unisce-separa la realtà del mondo fisico e l’immaginazione, la razionalità e il sentimento. Il luogo della poesia è, qui, la parete sottilissima della memoria (“sterpaglia” scrive Anna Ruchat appropriatamente immaginando i morti nel “fuori” dalle nostre case di viventi) e anche la pronuncia poetica è ferma e delicata, sommessa e cadenzata.

La forza prigioniera è anche il titolo della seconda parte dell’opera e si apre (dopo l’esergo di Daniel Schmid che è un appello a proteggere il bambino ch’è in noi) con il testo seguente:

È caduta 
la bicicletta rossa 
tra le smagliature del tempo. 

I binari e il cielo 
l’hanno radiata 
dal catalogo delle perdite 

e ora vaga 

come un attrezzo di scena 
nei corridoi della mente
(p. 19)

Se La forza prigioniera è anche un libro sulla memoria dell’infanzia e sulle radici di ognuno di noi certamente affondate in tutto quello che si ricorda e che si è dimenticato della propria infanzia, allora la caduta della bicicletta rossa e il suo vagare senza meta apparente possono essere apparentate alla credenza, tipica del mondo antico e classico, che le anime insepolte vagassero in uno stato irrisolto tra morte e vita – status simile sembra toccare ai ricordi irrisolti o rimossi dell’infanzia, “radiati” dal “catalogo delle perdite”, ma pronti a riaffiorare nel teatro della mente; La forza prigioniera mostra, in tal modo, il proprio repertorio di separazioni e di vuoti con la lucidità della scrittura che, ripercorrendo il passato, delinea il presente e dà ragione della stessa poesia.

Sul «margine freddo del tempo» (p. 20) e «in tutto questo tempo / immobile» (p. 21) è «vuota la ferita / che ho tenuto aperta / per te / con le dita della notte» (ibidem) ed è «vuoto / il pozzo del tempo» (p. 23), mentre un paio di date poste a sigillo di alcuni testi e non chiarite né a pie’ di pagina, né nelle Note ai testi in coda al volume, suggeriscono tappe di una vicenda privata di dolore e di lutto che, con estremo pudore, traluce tra i versi senza sentimentalismi né abbandoni di carattere confessionale, ché è proprio il pudore il non esplicitato, ma possente Leitmotiv di questo libro: si dice della distanza tra vivi e morti, della morte che si spalanca nel cuore stesso della vita, della soglia di granito («Cosa c’entriamo noi, con la lastra / croce strappata al granito? // Ma non lo vedi? / è la pietra il legame che resta / è materia e non parla / l’ambiguo linguaggio degli spiriti // Soglia perentoria dice / tu sei qui     loro là / finché morte non vi riunisca», p. 26) e lo si dice con una forza contenuta e raccolta (pudibonda la direi) in testi che sono, infatti, verbalizzazione dell’esperienza esistenziale dolorosa e indimenticata: 

Quando lui vide per la prima volta 
il corpo nudo delle parole 
                          era d’inverno 
sul pelo del gatto luccicava la brina 
e il mattino graffiava 
              i vetri della stanza 

Appese alla ringhiera del balcone 
                          riconobbe 
le ultime frasi urlate 
                      la sera prima 

Formavano una ghirlanda 
                          di ghiaccio 
affacciata sulla via 
(p. 24)


Lui 
se ne andava 
                   scendeva 
giù nel suo incubo tremando 
in tutto il corpo 

                 Papà 
l’hai chiamato 
e gli battevi le mani 
                    sul petto 
nel locale del pronto soccorso 

Papà 

         e allora ha spalancato gli occhi ma 
                                             non riusciva 
ad agganciare i tuoi 
le mani 
                        la corda 
        dell’esistenza
(p. 25)

S’innesca così la necessità del perdono, quel momento fondante del presente che ha bisogno che, a separazione avvenuta, i morti perdonino ai vivi e i vivi  ai morti – e questo per “diverse” e opposte “ragioni”, per dirla con Domenico Brancale del quale è anche la citazione che precede il testo:

«Ai piedi della terra sia il tuo perdono. 
Come l’ombra al suo macigno». 
DOMENICO BRANCALE, Controre 

Trascinare il perdono 
sul limite estremo 
là love l’ombra abbandona il macigno 
il sentiero 
i piedi che non hanno più direzione

trascinarlo oltre 
         il precipizio della parola 
              sempre più in alto 
verso un presente 
                     verso 
il miracolo del possibile
(p. 29) 

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E la parte successiva del libro ospita impronte, quattordici testi, quattordici impronte-ricordo di persone care (o talvolta anche sconosciute, ma che hanno lasciato un ricordo di sé) e importanti nell’esistenza di Anna; leggiamo, per esempio, 

Einstein 

telefonata con Giulia Niccolai 
settembre 2015 

Da una legge napoleonica 
furono costretti a comprare 
cognomi tedeschi 
                             gli ebrei orientali 
che volevano integrarsi 
in Occidente 

dico a Giulia 

                    e il prezzo sarà stato alto 
per cognomi preziosi come 
Goldstein 
o evocativi come Rosengarten 
dice lei 
            sicuramente più accessibile 
            Eisenberg, le dico, 
una montagna di ferro 
l’avranno data via per poco 

Giulia per un po’ tace 

commovente, dice poi, 
la povertà della famiglia 
Unsasso 
(pp. 42 e 43)

Tra giocosità, affetto e nostalgia il testo è un bellissimo ritratto di Giulia Niccolai, la cui impronta amicale e, anche, tipicamente giocosa e intelligente nel suo rapporto con la lingua s’imprime nella mente di chi legge esattamente come si era già impressa in quella di chi ha scritto – ma sono numerosi i versi da ricopiare qui e da meditare: «Sono donne /  ora / le bambine //  la casa / è cambiata     e tu / nell’aria» (p. 33, per Franco), «di te non incontra che l’ombra / l’asfalto / immensa e trasparente / sprovvista dell’umano» (p. 36)  «La corda verso l’alto / sei partito con rabbia / all’alba di una domenica / autunnale […] e poi / contro di lei     per lei / hai affrontato il rovescio del viaggio» (p. 39, per Uli Ellenberger), nel cimitero di Montparnasse più che la tomba di Baudelaire o di Susan Sontag «m’inchioda alla pietra / un bambino […] per lui / gridano i corvi / per lui volano basso / controvento / nel cielo grigio di nuvole in corsa» (p. 46). Sono, se mi è concesso definirli così, “dialoghi con le ombre”, sospensioni del corso ordinario del tempo e delle cose che viene incrociato e come folgorato da un ricordo, da un incontro fortuito, da un gesto, da una data che significano l’irrompere e l’imprimersi di queste impronte le quali, sulla pagina, si fanno parole come incise (spesso isolate), elementi di rasciugati testi, affioramenti di quello che definivo pudore e che è, intendo dire, un dolore lancinante bisognoso di esprimersi, ma attento a evitare il melodrammatico e l’eccessivo, il retorico e il ridondante: è il discrimine difficilissimo tra quello che è intimo e privato e quello che la poesia reca in termini di linguaggio e di struttura testuale nel momento in cui essa si offre a chi la legge; ancora non a torto Domenico scrive che «le radici di Anna Ruchat attraversano l’aria. Ogni verso sembra ripercorrere il cammino dei legami. Anche quando la morte vorrebbe dichiararne la fine. La parola mantiene la promessa: chiamare per nome ciò che esiste per sempre. Leggere è avverarsi» (p. 87). Non a caso, infatti, Impronte si apre con una citazione dal Divan occidentale orientale di Goethe (sono i celebri versi in cui l’imperativo stirb und werde! – “muori e sii diverso” traduce Giorgio Cusatelli – invita ad affrontare quella svolta che permette all’essere umano di non essere più “opaco […] ospite sulla terra tenebrosa”); è proprio in ragione di questo atteggiamento che La forza prigioniera non è un libro luttuoso, né triste, ma un itinerario attraverso i territori del dolore, dell’assenza, della separazione che trova senso nella fermezza della sua meditazione, nei punti fermi del ricordo, nei suoi legami indissolubili con il presente.

L’atteggiamento è, in qualche misura, foscoliano, ma il nitore dei testi e della pronuncia poetica ricorda anche certi epigrammi funebri d’età alessandrina (ma senza leziosità o languori), la mente potrebbe spingersi fino all’età barocca (Quevedo e Góngora, forse, John Donne, certo, ma senza la concettosità e senza il macchinario scenico del Barocco), tuttavia colgo maggiori affinità con un poeta come Klopstock (Die frühen Gräber, per esempio) a causa di quella rappresentazione sempre spoglia, direi addirittura laconica ch’è d’ispirazione anche protestante; o, nel Novecento, Caproni e, vedremo più in là, in particolare Paul Celan.

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Entriamo ora nelle pagine della penultima parte intitolate Il rovescio nascosto il cui tema è il passato e i suoi ricordi, il presente figliato dal passato, un presente che si può allora definire “il dritto manifesto”: «La speranza, o meglio la disperanza che parla è il miracolo del presente. La possibilità di ciò che sfugge al possibile. Del resto il presente non è fatto per essere presente se non nel passato e nella dicitura del futuro. L’infinito è il tempo che coniuga meglio la voce del presente» (Brancale a pagina 86). Erika Burkart, nell’epigrafe premessa all’intera sezione, invita ad attraversare l’entroterra in direzione di sé stessi, ragion per cui l’intera Forza prigioniera, così ricca di citazioni da autori amati, è sì anche una tessitura di molteplici riferimenti e un’esplorazione di un sé mai malato di egotismo, ma pure un incessante dialogo con altre voci poetiche, se non addirittura con voci altre presenti proprio perché l’io s’è saputo liberare di ogni tentazione autoreferenziale.

Enorme questa sera 
la luna di fuoco 
in fondo al campo appena dissodato 

Enorme e vicina 
come appare a volte 
l’infanzia 

Quando i rapporti umani si raffreddano 
nella mente 
            e gli incontri sono isole 
senza ponti né barche 

Quando solo il lavoro 
            ti traghetta 
in altri mondi 
(p. 54)

Ma che cos’è un “lavoro di parole”? – «Parliamo da sole, noi che abbiamo / un lavoro di parole / e fin dal risveglio / in cucina / le disponiamo sul tavolo / tra le ciotole della colazione» (p. 55) – è il lavoro di chi scrive e traduce, è il lavoro di chi, donna, come ancora spesso accade coniuga la cura per il proprio lavoro con la cura per la propria famiglia, così che luoghi come la cucina, il tavolo per i pasti, momenti come la colazione sono sostantivi concretissimi capaci di dire un fare ch’è attenzione, accoglimento, preservazione, veglia. Per questo motivo il tempo reca con sé, sempre di nuovo, la consapevolezza del ripetersi degl’innumerevoli nuovi inizi di quanto diventa subito passato e l’esistere si configura in soglie

Quanti lunedì ammassati 
          alle pendici dell’anno: 
un bosco 
            di soglie 
ma ogni inizio 
è già alle spalle
(p. 59)

Leggiamo allora una bellissima definizione del lavorio poetico:

Cade una parola senza eco al centro dell’ombra 
ribolle sul fondo l’inchiostro
(p. 60)

e i poeti sono, forse, quei «nati sghembi», quei «cattivi acrobati / sulla corda dell’esistenza» (p. 62), il che non significa affatto rivendicare loro uno statuto speciale, ma riconoscerne il rapporto sempre problematico e mai pacificato con l’esistere, il loro muovere verso e lungo «il precipizio della parola» (p. 29).

Da diversi anni la traduzione poetica si è finalmente conquistata la giusta attenzione sia in sede critica che estetica e le è stata riconosciuta la dignità di atto creativo vero e proprio; nel caso di Anna Ruchat tradurre e “scrivere in proprio” sono atti concomitanti e paralleli, interconnessi e interdipendenti; la traduzione implica la conoscenza intima di almeno due lingue e uno status che Antonio Prete definisce “abitare all’ombra dell’altra lingua” e, anche, “dare ospitalità nella propria lingua”: la sezione GRATWANDERUNG Rileggendo Paul Celan e Domenico Brancale a settembre è costituita da testi originali di Anna Ruchat profondamente nutriti soprattutto dalla poesia di Celan e di Brancale (ma, anche, dato un esplicito riferimeno, di Heiner Müller); si tratta di testi brevi (la brevità delle singole composizioni è caratteristica di pressoché tutto il volume) estremamente “rasciugati” (come li avevo già definiti precedentemente) credo nel solco del magistero celaniano e “spietati”: intendo dire che essi affondano come bisturi necessari e im-pietosi nella carne del ricordo, dell’esperienza esistenziale, della stessa poesia per poter esercitare, invece, l’unica pietas possibile che è quella dello sguardo coraggioso e lucido negli abissi dell’esistere (e del non-più-esistere); so che Domenico Brancale riconosce per sé stesso il valore fondante del magistero celaniano, per cui Anna Ruchat si ritrova a meditare su e a dialogare con due universi poetici intersecantisi: «Pensieri affiorano / come fossili / antichissimi e duri / residuo di trasparenza / vaticinio» (p. 73) – scrive Anna Ruchat in nota a pagina 82: «La parola Gratwanderung che dà il titolo all’ultima sezione del libro significa sia “escursione in cresta” che, in senso figurato, una fase di ambiguità, incertezza; in entrambi i casi la parola evoca il camminare, l’andare di Wanderung. Questa la traduzione dei versi di Celan citati in epigrafe: “Scambio d’occhi, finalmente, fuori tempo: / persistente nell’immagine / lignea / la retina / il segno dell’eterno”». 

Ebbene, gli splendidi, pregnanti termini “trasparenza” (o, più precisamente, il sintagma “residuo di trasparenza”) e “vaticinio” si associano immediatamente all’”Augentausch” (scambio d’occhi) celaniano, si connettono alla “Netzhaut” (retina), accadono nell’”Unzeit” (fuori tempo, alla lettera “non”tempo), quel “verholzt” (ligneo, alla lettera “divenuto / fatto legno”) sembra rimandare a elementi fossili i quali sono, dunque, tracce e impronte di e da un altro tempo, presenza del passato, perché, come spesso mi ripete Domenico, “il passato sta di fronte a noi”. 

La poesia è vaticinio di fossili? «E intanto si procede alla cieca / lontano / troppo lontano dalla cenere», conclude il testo di Anna Ruchat.

E mentre «la fortezza / della parola / respinge gli assalti / dell’aurora / al cuore di argilla» (p. 75) numerosi sono gli interrogativi che affollano la poesia della Forza prigioniera, nelle strettoie (Engführung è σφραγίς celaniana) del vivere, in attesa che “la pietra fiorisca”, poiché non si è “mai al sicuro dentro la parola” come scrive Brancale in epigrafe al suo Ossario del sole, poiché ci muoviamo sul “lungosenna del volto” (sempre Brancale in Incerti umani con riferimento a Celan), ecco la più radicale e impietosa delle domande:

E se poi venisse meno la visione? 
Se questa epifania 
oltre 
       ogni limite e scadenza 
rimanesse un’isola 
                 parentesi sospesa 
e i suoi riverberi tutti 
nella mente? 

Lettere scompigliate 
nell’orma vuota sono 
sedimento 
di un cibo a venire
(p. 79)

tuffatore_di_paestum

Pietra, argilla, cenere: Leitmotive più volte rintracciabili in Celan, Ruchat, Brancale, ma penso anche a certe opere di Sophie Ko nelle quali polveri, cenere di foto e d’immagini bruciate, pigmenti colorati compressi sotto grandi vetri rettangolari incorniciati e appesi alla parete lentissimamente mutano posizioni e forme (si “scompigliano”), sedimentano come fossero (sono) mappe del tempo (che si danno a vedere proprio come insieme di “orme vuote”) e controprove dell’instabilità dell’essere veramente nutrito di “un cibo a venire” (attesa, speranza, aspettazione: Erwartung).

Ma non voglio trascurare qui un’altra significativa presenza nella scrittura di Anna Ruchat e si tratta del lago, del suo lago («pioggia sottile e grigio / il lago» a pagina 78, «Sulla sponda più verde del lago / soltanto stupore» a pagina 77, per esempio) perché l’acqua (in altre pagine della Forza prigioniera è un fiume da cui s’alza in volo l’airone o una piscina vuota e dall’acqua ferma dentro cui «nuotare come volare come / pregare senza / le parole» proprio nella notte-passaggio di Capodanno» – p. 58) perché l’acqua, dicevo, è altro elemento essenziale e, se volessimo rileggere La forza prigioniera come un libro di contrappunti, allora l’acqua, trasparente e in movimento anche quando appare immobile, fa da contrappunto al marmo, la cenere alla luce, il manifestarsi della poesia nella pagina al silenzio e all’oblio e tutto questo nella necessaria compresenza e complementarietà (non è data luce senza buio, né musica senza il silenzio, per esempio).

L’ultimo testo dell’intero libro sovviene così a sancire quest’attraversamento:

Indossato 
il camice della notte 
ti tuffi giù 
tra oro e dimenticanza 

verso un distacco più liscio 
senza voci o promesse 
gli auspici 
abbandonati 
sulla palpebra del tempo 

“Vai, la tua ora 
non ha sorelle, tu sei 
sei a casa”
(p. 80)

“Zwischen Gold und Vergessen” sembra dipanarsi l’argumentum e silentio dello scrivere in poesia, il “tuffo in giù” (quello ultimo di Paul Celan e quello che ogni volta è il dare inizio a un testo) è sempre necessario, tragico distacco se si vuole essere “a casa” (zuhause) perché “deine Stunde / hat keine Schwestern” o, come scrive Domenico Brancale in incerti umani, «…tutto prometteva una resa, una cicatrice, un ritorno».

 

Le immagini che corredano il saggio sono riproduzioni di opere di Pierre Tal Coat, tranne il (riconoscibilissimo) Tuffatore di Paestum. L’immagine di copertina raffigura, ha spiegato a suo tempo il pittore,  un volo di gabbiani sul Lago Lemano.

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