Gort 3

Puntata numero 3 / Un tentativo di poesia oltre i recinti umani secondo Gomringer


Oggi, soprattutto, chi scrive poesia dovrebbe essere, soprattutto, un astronomo. Κόσμος era, per i greci e gli indoeuropei, mettere ordine. E bellezza, quindi, di ciò che è ordinato. O meglio di ciò che ha un equilibrio – in greco ισορροπία, da ρέπω, verbo fratello del latino tendere, da cui teso ma anche tentare. Il cosmo è quindi un tentativo di stendersi parimenti ovunque. Un equilibrio.

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Gort 2

Puntata numero 2 / Un contributo di Thoreau


La letteratura inglese, dall’epoca dei menestrelli fino ai Lake Poets – inclusi Chaucer, Spenser e Milton, e persino Shakespeare – non dà vita a un canto fresco, e in questo senso naturale. È una letteratura sostanzialmente addomesticata e civilizzata, che riflette la Grecia e Roma. La sua natura si limita a un bosco verde, il suo eroe selvaggio è Robin Hood. Contiene molto amore per la Natura, ma poca Natura in sé. Le sue cronache ci informano su quando si sono estinti gli animali selvaggi, ma non l’uomo selvaggio che vive in lei.

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Il microcosmo delle variazioni lente

Il microcosmo delle variazioni lente
di Demetra Christodoulou

Chi scrive in greco sente nella parola una persistenza che non è solo linguistica, una continuità con la storia che è anche profondamente intima: come vivere in una comunità oltre i luoghi e il tempo transitori. É qualcosa che ha a che fare probabilmente con quello che molti chiamano grecità. In una sua poesia intitolata “la lingua greca”, Vrettàkos scrive: “[…] E se per caso da qualche parte /tra i corridoi azzurri / incontrerò gli angeli, / parlerò loro in greco, poiché / non sanno le lingue. Parlano / tra loro in musica”. In tempi di congedi esistenziali e di mille crisi di soggetti, mantenersi quanto più vicini a un’idea di comunità, mi parrebbe, oggi, un buon esercizio di resistenza di fronte alle tante cadute culturali del nostro tempo. Le parole, quindi. Le parole come dimore arcaiche, cavità profonde cui attinge Demetra Christodoulou, poetessa nata ad Atene nel 1953, considerata una tra le voci poetiche più intense della Grecia. Pochissime apparizioni in traduzione italiana, tutte merito di Massimiliano Damaggio, infaticabile traduttore ed esploratore della parola greca. Autrice di quindici raccolte di poesia, ha esordito con “I cavalli di Myrovlitos” nel 1974, nel 2008 vince il Premio Nazionale di Poesia con la raccolta “Carestia”, alcune sue opere sono state tradotte in inglese, francese e svedese.

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Gort 1


Puntata numero 1 / Introduzione alla questione


Affondato nella cultura umanistica, per me leggere era sinonimo di romanzo. Narrativa. In generale: letteratura. Non di poesia. La poesia non è letteratura. E forse nemmeno lettura. Certo, c’è la voglia, direi la necessità, di uscire dalla pozza fonda d’ignoranza e decifrare l’assemblaggio dell’universo in cui siamo immersi e di cui siamo il prodotto. La madre è la materia. Fisica, biologia, matematica. Come funziona un albero. Come respira un filo d’erba. Gli ingranaggi ossei. Le idrometeore.

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Tre piccoli sguardi autunnali (di Rocco Brindisi)

        saxophone

 

         In strada. Una coppia di sessantenni. Tengono per mano un ragazzo. Passeggiano. Non può essere che il figlio. Il ragazzo non fiata. Si lascia guidare senza opporre resistenza. Ai due lati, il padre e la madre conversano. Il ragazzo è robusto, nel suo volto nessuna traccia di gioia, sembra tranquillo. Il suo sguardo è una tenebra senza respiro, senza età. I genitori parlano di lui in maniera sommessa. Nelle loro voci, in quello che si dicono, una straziante allegria delle parole; la scoperta che le parole servono a raccontare, che la loro fedeltà resta, per sempre, una magia indolore. Parlano di lui, di qualcosa che ha fatto quella mattina. Si raccontano alcuni gesti del figlio, accennano a quando ha preso la tazza del latte e se l’è accostata. Uno dei due informa l’altro, senza dirlo, del segreto di amarlo. Il racconto di quel gesto è un vestito d’oro.

 

          La donna che urla, davanti alla chiesa della Sindone. Il suo strillare infelice non spaventa il sole. Gli astri invisibili mormorano: “La nostra bellezza non tramonterà”. Le urla della donna non somigliano a nulla; non c’è cosa al mondo che vorrebbe imparentarsi alle sue urla. I libri della sua infanzia la corteggiano senza speranza. La stessa donna vide, bambina, la donna che urlava frasi sconnesse sul sagrato della Sindone. La donna gridava, vestita e nuda, a due passi dal Cristo morto impresso su una tela. L’infanzia della donna è un’ombra assassinata. Il suo sguardo, perduto, invidierebbe quello di un cane cieco. Il Cristo del lenzuolo, nel frattempo, è tornato a essere Dio, e non ricorda come impastare terra e sputo per passarglielo sugli occhi. Niente è più triste di una donna che si veste, ogni mattina, della propria nudità infelice. L’amante che morde il suo collo è la follia. Un amante sdentato, che pure non fatica a morderla. Un amante mille volte più esangue della morte. Il cielo è di un azzurro orrendo e senza scrupoli.

 

          L’uomo che suona il sassofono, la schiena poggiata al muro. E’ stanco. Ha messo una ciotola per terra. Gli ho parlato, qualche giorno fa, durante una pausa del suo assolo. Mi ha confessato, sorridendo, di amare John Coltrane. Sorrideva di quell’amore che non lo avrebbe mai tradito.  [Rocco Brindisi]

Dal verso al conflitto / si è spezzato il tempo: su “La terra del rimorso” di Stefano Modeo

tarantoIl demartiniano titolo La terra del rimorso (italic, Ancona 2018) di Stefano Modeo introduce immediatamente dentro un libro in poesia complesso e che della poesia, nella poesia cerca una prospettiva capace di capire il presente e le stratificazioni da cui esso scaturisce.

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Il tempio-bussola

bassae

di Crescenzio Sangiglio

   

    1. Certamente gli antichi templi greci non erano comuni opere architettoniche e altrettanto certamente non furono costruiti all’unico scopo di ospitare divinità dell’antico culto.

Nel loro intimo i templi antichi contengono ed esprimono la profonda relazione che unisce la terra al cielo, l’essere umano visibile, finito e transeunte all’infinito ed eterno invisibile ma intuito supraumano.

Il tempio di Apollo Epicurio, di cui qui sarà parola, è senz’altro una costruzione che riserva importanti sorprese sin nelle sue fondamenta, che molti scienziati ebbero a giudicare “molli” senza capire il “segreto” che vi si cela e dimostra invece l’estrema acutezza e genialità del progetto ivi messo in atto.  Continua a leggere Il tempio-bussola

Un’altalena vera deve avere / un’impalcatura di legno artigianale – su “Affrontare la gioia da soli” di Francesco Tomada

Alberto Burri, Sacco e rosso, 1954 Il più recente libro in poesia di Francesco Tomada, Affrontare la gioia da soli (Samuele Editore-Pordenonelegge 2021), s’impone per compattezza stilistica, asciuttezza di dizione, coerenza tematica, serietà d’intenti.

Esso continua e porta a perfezione un notevolissimo percorso iniziato con L’infanzia vista a qui (Sottomondo, 2005), A ogni cosa il suo nome (Le Voci della Luna, 2008), Portarsi avanti con gli addii (Raffaelli, 2014), Non si può imporre il colore ad una rosa (Carteggi Letterari, 2016) – si noti il ricorrere dei verbi all’infinito in diversi titoli che rimandano alla postura di una scrittura aderente al reale (ma non realistica in senso deteriore o passatista), acuminatissima nella sua perspicacia emotiva e memoriale, non sentimentale né elegiaca, sorvegliatissima senza essere artificiosa.

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Oniriche invenzioni

Silvia Comoglio - Afasia - Copertinadi Marco Furia

nota di lettura a Afasia di Silvia Comoglio (Anterem Edizioni, Verona 2021)

 

Il sogno di una lingua è già una lingua?

O meglio, l’invenzione di una lingua è già una lingua?

Ecco i quesiti che suscita la lettura delle precise scansioni di Afasia, ultima raccolta di Silvia Comoglio.

La risposta, in ogni modo, è sì, se non altro perché le parole proposte, ricche di peculiare tensione poetica, sono le parole di tutti: Continua a leggere Oniriche invenzioni

La pedofilia, il papa, la chiesa, i cattolici (di Rocco Brindisi)

Maren Krusche, Schwarze Sonne, 1993Dagli anni 50 a oggi, 300 mila casi di violenza su bambini da parte del clero francese. Clero e laici impegnati nella Chiesa. Il Papa chiede perdono. Chiedere perdono a 300 mila persone, che furono bambini, non è difficile. Chiedere perdono a uno di loro, dopo averlo guardato in faccia, presume che la persona che chiede perdono rinunci al potere; in questo caso, al potere di essere perdonato, cosciente che nemmeno Dio, se questa persona parlasse in nome di Dio, ha il diritto di perdonare e di chiedere perdono. Dovesse farlo, non gli resterebbe che scomparire perché nella sua onnipotenza ha scelto la libertà dell’uomo. Per me, che non credo in Dio, resta un atto di superbia, più o meno diabolica, chiedere perdono e conservare il potere. Il Papa confessa di vergognarsi, ma la vergogna, quando non è un estremo, disperato abbellimento, richiede una sola conseguenza: il coraggio di mettersi da parte, svestirsi dell’innocenza di Dio, della sua presunta misericordia, riflettere sull’atroce mistero della vita. Se un bambino può essere dannato alla tristezza, alla pietrificazione dello sguardo e della memoria; se può essere ingannato (quasi tutti i preti che hanno violentato bambini gli sussurravano, nell’affanno, il nome di Dio) al punto da confondere il ricordo della parola Dio con la bava di chi li stava abbracciando, chiedergli perdono è una bestemmia, se questa richiesta è fatta, ancora una volta, nel nome di Dio. Non esiste altra via di uscita: la fede, razionale, nell’orrore. Ma il Papa  è convinto, come tutti i cattolici, che la Chiesa continui a essere il Corpo di Cristo, nonostante tutto. [Rocco Brindisi]

Scritto 66

Pierre Tal Coat: Chemin vif, 1978

Impossibile dire quanto durerà il silenzio – e se sarà interrotto (gravi, anzi gravissime le sue ragioni). Si scrive come in uno stato di sospensione – o di equilibrio illusorio. È come voler tracciare impronte sull’acqua, l’impossibile acrobazia. Nel silenzio di cui parlo qui (abisso muto, quasi senza rifrazioni di suono) c’è una corda tesa da camminare e una promessa da mantenere: ma sotto la corda c’è buio che inghiotte lo sguardo e restituisce appena l’eco di una voce. A guardare nei giorni che verranno la scrittura si raggruma sull’orlo di un focolare di pietre: spento. La notte, intorno e fuori, non è governata.

Flugblatt 5 / Sophie Ko: Il resto della terra

sophiekodefoscherariSabato 9 ottobre sarà inaugurata presso la Galleria De’ Foscherari di Bologna la personale di Sophie Ko   Il resto della terra; nel Flugblatt odierno pubblico e diffondo il comunicato ufficiale della Galleria.

Qui sulla Dimora del Tempo sospeso avevo dedicato due “scritti” all’opera di Sophie Ko:  Scritto 29 e Scritto 30.

  Flugblatt 5_ Sophie Ko De’ Foscherari Il resto della terra