Dal verso al conflitto / si è spezzato il tempo: su “La terra del rimorso” di Stefano Modeo

tarantoIl demartiniano titolo La terra del rimorso (italic, Ancona 2018) di Stefano Modeo introduce immediatamente dentro un libro in poesia complesso e che della poesia, nella poesia cerca una prospettiva capace di capire il presente e le stratificazioni da cui esso scaturisce.

Taranto porta nel proprio nome il legame ancestrale con la taranta e i riti di possessione, ma Taranto è anche l’irrisolta, tragicamente contraddittoria nostra contemporaneità, è il legame primigenio che unisce la città al mare (a due mari, anzi, come terra tra due mari è l’intero Salento) ed è il presente così doloroso e gravido di conflitti, ferita aperta e non rimarginata – perché è Taranto «forse peccando un po’ di romanticismo – la chiave di lettura del mondo» mi scrive Stefano in un messaggio privato; da parte mia mi sento di assicurare che non esiste affatto una visione romantica e non esistono cascami di matrice romantica nel libro, anzi – e prima di proseguire la lettura del presente intervento inviterei a meditare questo magistrale articolo (La città vecchia di Taranto) che Stefano Modeo ha pubblicato su Doppiozero il 25 settembre 2021 e dal quale è cominciato il mio interesse nei confronti dell’autore – ho cercato e letto altri suoi interventi e ho potuto contattarlo per gentile interessamento di Italo Testa e così sono arrivato a scrivere qui della Terra del rimorso sia per il suo oggettivo valore che per il suo significato all’interno dell’attività di Stefano Modeo.

Riporto la seconda parte della citazione dalla Terra del rimorso di Ernesto De Martino che apre il libro di Modeo, citazione che chiarisce il concetto di “rimorso” nell’ambito del tarantismo salentino: «[…] Nella crisi del tarantismo si tratta […] di un conflitto irrisolto in cui la presenza individuale è rimasta imprigionata, e che smarrito per la rammemorazione risolutiva torna a riproporsi come sintomo chiuso, cifrato, sottratto a ogni potenza di decisione e di scelta. Nella crisi del tarantismo il rimorso non sta nel ricordo di un cattivo passato, ma nella impossibilità di ricordarlo per deciderlo e nella servitù di doverlo subire mascherato in una nevrosi: e proprio per questo rischioso vuoto della memoria e per il conseguente carattere di “estraneità” che il sintomo mascherato assume per la coscienza, il simbolo del tarantismo configura come «primo morso» ciò che in realtà è “ri – morso” di un episodio critico del passato, di un conflitto rimasto senza scelta» – è questo che, dal punto di vista concettuale e speculativo, fonda e sostiene lo sguardo del poeta il quale nel libro tenta la strada ardua della poesia e, contemporaneamente, di un atto conoscitivo e speculativo il quale, in sede diversa, avrebbe potuto assumere la forma del saggio; Modeo avverte come urgente e inevitabile la necessità di un’espressione in poesia che tenga conto di una realtà altrimenti illeggibile se le si applicano categorie di pensiero sorpassate e inefficaci: «Madre, padre / vostro figlio è / un eterno inetto / Lo sa bene l’adesso che / aspetto e non viene. / Rassegnati gufi, vittime / gli Umiliati sono / portatori di medioevo e scaramanzia. // Analfabeti di futuro / in questa epoca delle passioni tristi. / […] / Fummo generati epici in questa terra / per veleggiarcene lontano / in un orbitale atomico / d’incertezze» (pp. 18 e 19) – non il folklorismo, non la nostalgia possono spiegare nulla, e lo dico con forza maggiore se si tiene conto di quanta parte della “riscoperta” del tarantismo salentino sia oscena operazione commerciale o superficiale moda, mentre se Modeo chiama la sua terra d’origine “la terra del rimorso” e scrive degli “Umiliati”, di “medioevo” e “scaramanzia” lo fa riconoscendo in sé irrinunciabili radici e, nello stesso tempo, misurando quelle radici e il sé stesso che lascia la propria terra d’origine in rapporto a un presente straniante, spesso violento, inospitale: in questo libro il tarantismo (che, in realtà, compare pochissimo, ma ne costituisce uno dei sottesi) e l’origine meridionale costituiscono uno dei versanti di una lacerazione profonda e del desiderio (che è anche consapevole decisione) di capire e risolvere “il conflitto rimasto senza scelta” nella propria esistenza e nella scrittura – tramite la scrittura.

Scrittura come assunzione di coscienza, come atto capace di colmare il “rischioso vuoto della memoria”, dunque, addirittura direi come postura etica, intellettuale e di consapevolezza storica che può accompagnare, dare senso e prospettiva alle nuove emigrazioni dal Sud.

«[…] / fare politica è sempre più complesso. Dormi. / (e in molti dicono:) Questo è l’anno giusto. / (e in molti dicono:) Dentro ma contro. / (e in pochi dicono:) Sciopero. / […] / (e in molti dicono) qualcosa si trova: dormi» (p. 20) – come si può constatare l’essere nati nella “terra del rimorso” e l’essersene allontanati significa anche essere nati in un presente complesso, privo di chiare prospettive politiche, l’invito reiterato a “dormire” mi appare (mi si perdoni la similitudine) come una sorta di operazione di frottage, voglio dire che il “foglio” applicato sulla nostra contemporaneità e sfregato dalla scrittura lasciando apparire il negativo di tale contemporaneità allude e invita con forza all’atteggiamento esattamente opposto e che pertiene a questo libro: rimanere desti, perseguire lucidità di visione e di giudizio, non lasciare addormentare la coscienza.

Ovviamente essenziale è la questione della lingua, delle sue insidie, delle sue nascoste tentazioni fasciste, dei luoghi comuni, dell’io:

Affrancarsi: prendere per mano la lingua morta 
riportarla nei laminatoi a freddo 
Lingua bene comune! 
(poi: additarsi le destre passioni, stanarle) 
Non imitare: uccidere lo standard: 
A morte l’io. 
Il pensiero nasce sempre per contrapposizione 
No!: 
sovvertire il punto esclamativo: 
noi. 
(p. 25)

Stefano Modeo si trova nella medesima situazione di ogni artista avvertito che si misuri con la grande difficoltà di scrivere in poesia nella nostra contemporaneità perché sa bene della necessità di approdare a una scrittura capace di reggere l’urto con tale contemporaneità. Ecco allora che il verso si allunga, nel medesimo testo può darsi la scansione tipografica della prosa (o del verso che in questo caso definirei “lunghissimo”) e di versi più brevi, ecco perché ogni possibilità di canto sembra annullata, cercata quell’intonazione che renda conto di una realtà conflittuale e contraddittoria:

nel terrore delle sere le città militarizzate sembrano cespugli 
se per di qui te ne vai, passante, non capisci qual è il gioco 
eppure la paura ti abbraccia le caviglie e incespicando sbrighi 
il tuo passo per il quais. 
Batte 
botte 
questo cuore sorvegliato. 
Quest’impero è una vetrina lungo i viali solitari, 
ecco solo i militari. 
Lampeggiando una sirena sale, un elicottero guarda indifferente 
e silenziosamente una sigaretta fuma lenta alle finestre rabbuiate. 
Splende un occhio 
incandescente sul tuo viso preoccupato. 
Ovunque corrono i pensieri, ovunque le notizie in tempo reale 
avanzi il passo verso casa, tutto il mondo è virtuale, la paura sale. 
(p. 27)

L’emersione di un sintagma campaniano e il motivo del passante rappresentano il legame con il migliore versante poetico italiano del Novecento, MA la poesia si scontra duramente con una realtà inospitale e nemica; è questo uno dei testi del libro in cui Modeo meglio esprime la radicalità del problema del rapporto tra poesia e realtà.

La terra del rimorso, che possiede radici nel proprio passato, si trova a sua volta lacerata tra il passato che demartinianamente ri-morde e un presente che si spalanca ambiguo, straniante, depauperante:

Accade di conservarsi nel futuro. 
Madri e padri 
insegnano ai figli la tradizione 
guardando filmati ad uno schermo. 

Non è memoria né ricordo. 
Nell’incontrarsi di tradizione e progresso 
essi accarezzano il mostro della conservazione 
presuntuosa e benedetta, religiosa e devota 
ululando scalmanati al passato glorioso 
per un futuro che non torna come nel video.
(p. 43)

Stefano mi dice che considera questo suo lavoro a tratti ingenuo e molto distante da ciò che scrive oggi, ma pur sempre autentico nei suoi intenti; da parte mia affermerei che si tratta di un lavoro con dei passaggi (pochi) irrisolti dal punto di vista ritmico ed espressivo (proprio perché l’impostazione stessa del lavoro si colloca in una linea di sviluppo ardua), ma estremamente serio e consapevole, certamente è un atto d’amore nei confronti della terra del rimorso; durante il nostro scambio di messaggi è ricorso il nome di Alessandro Leogrande e Stefano Modeo mi ha suggerito un passaggio da Fumo sulla città (Fandango Libri, 2013) ch’egli considera il proprio manifesto di poetica: Leogrande invita esplicitamente a raccontare i fatti e a capire i fili che li sottendono, per «risalire la china» è necessario raccontare ciò che è accaduto, ciò che avviene, ma «a patto che lo si faccia in altro modo»; è proprio questo il nucleo fondante della Terra del rimorso, questo voler risalire la china esercitando chiarezza e lucidità di giudizio, servendosi di strumenti d’indagine acuminati ed efficaci.

Si leggano, a mo’ d’esempio, i due testi seguenti:

Una parola 
e gli tremò la voce 
gli chiesero una parola 
Compagni, 
non ebbe più nulla da dire. 

Dal verso al conflitto 
si è spezzato il tempo 

FRANTUMARE FRAMMENTARE 

Non è il sole che sorge ad Est 
Non è niente. 

FRANTUMARE FRAMMENTARE 

Oltre l’oltre della maniera 
è conclusosi il mille e novecento 
Faro nella notte senza navi 

[…]
(p. 44)

Siamo tanti tutti insieme 
colorati con le gole tese 
lo scirocco soffia nelle vene. 
Siamo tanti tutti insieme 
cominciamo a parlare al futuro 
non sappiamo bene cosa dirgli 
ma siamo tanti tutti insieme 
e al momento ci basta. 
Occupiamo qualsiasi cosa: 
la storia ci appartiene 
vogliamo soprattutto quella 
per una volta 
che la si lasci 
scrivere ai vinti. 
Siamo tanti tutti insieme 
ce lo diciamo ancora 
ci risuona nelle orecchie. 
Poi, 
dopo essere diventati giudici 
– ad elogiare poi si imita – 
ci siamo condannati tutti 
al nostro essere così speciali.
(p. 47)

Per chi, Salentino, scrive in questi anni è assolutamente necessario andare finalmente oltre Vittorio Bodini (leggendo pensavo al “Sud delle questioni di principio” e ai disoccupati che “accoccolati / sulle ginocchia del Municipio” stanno “a prender l’oro del sole”), ben oltre ogni mitizzazione e ogni folklorismo, anzi è necessario e urgente rifiutare totalmente questi due atteggiamenti che obnubilano la visione chiara e distinta della realtà ed è la postura ben visibile nei due testi appena letti – e penso anche all’esperienza delle scritture di Simone Giorgino, di Andrea Donaera, di Marco Vetrugno, di Ilaria Seclì, esempi di un avvenuto superamento sia della lezione bodiniana che del cosiddetto (e a mio parere storiograficamente inconsistente e insulso) “maledettismo” dei poeti salentini: La terra del rimorso perfettamente s’inserisce in questa tendenza che definirei anche europea e mediterranea perché cosciente e ricca di quel che in ogni campo accade e/o si realizza in Europa e nel bacino euro-afro-asiatico del Mare di mezzo; non a caso Modeo ha posto, quale secondo esergo del suo libro, questi versi di Mario Luzi tratti da Presso il Bisenzio: «Mentre pensi / e accordi le sfere d’orologio della mente / sul moto dei pianeti per un presente eterno / che non è il nostro, che non è qui né ora, / volgiti e guarda il mondo come è divenuto, / poni mente a che cosa questo tempo ti richiede, / non la profondità, né l’ardimento, / ma la ripetizione di parole, / la mimesi senza perché né come / dei gesti in cui si frena la nostra moltitudine / morsa dalla tarantola della vita, e basta».

In un altro interessante intervento pubblicato sulle Parole e le cose in memoria di Franco Cassano Stefano Modeo fa infatti proprie le posizioni espresse nel Pensiero meridiano (Laterza, Bari-Roma 1996) e vi scorgo tracce concrete di un progetto di scrittura che, esprimendosi anche in versi, sarà l’ulteriore emergere (ne sono oltremodo convinto) di una voce di studioso e di poeta che saprà arricchire la riflessione intorno a un’idea nuova di meridionalismo emendata da ogni deriva autoassolutoria o lacrimevole, dotata di consapevolezza storica, capace d’indipendenza di giudizio – lo stesso dato biografico dell’essersi allontanato da Taranto e del vivere e lavorare nel Nordest d’Italia offre a Stefano Modeo la possibilità di confrontarsi con un dislocamento sia fisico che intellettuale che distanzia in maniera proficua la terra del rimorso e se il rullo di tamburi (si vedano anche altri testi che riporto più sotto) può ricordare In Apulien di Ingeborg Bachmann o il sintagma «A nulla valse, a tutto vale» il titolo dell’incunabolo zanzottiano A che valse?, se per accumulo d’immagini e di situazioni altri passi ferocemente e sarcasticamente critici nei confronti dell’industrializzazione forzosa dell’Italia fanno pensare a Pasolini o a Roberto Roversi, tutto questo accade proprio perché, avendo introiettato memoria della migliore poesia recente, Stefano Modeo, a mio modo di vedere, sa essere anche erede di voci che ancora adesso rimangono esemplari e penso qui a Tommaso Fiore e a Danilo Dolci, a Rocco Scotellaro – e potrei continuare.

Segnalo infine l’ottima Prefazione di Roberto Deidier.

TESTI



Adesso: 

Volo all’altro capo del Paese 
ciò che lascio ogniqualvolta 
è un verso che risuona straniero 
un’onda di mare che brucia salina 
quella ferita mal ricucita di spina. 
Un’umanità indecorosa e piena di grazia 
dalla faccia istruita alla violenza del sole. 
Torno all’altro capo del Paese 
lascio una lingua, una gestualità. 
la vita fatta a rottami dove rullano i tamburi 
e le notti randagi 
di giovani padri 
di baci rubati. 
Arrivo all’altro capo del Paese 
mio nipote è già un uomo con delle parole 
lo sentirò comprendere e descrivermi dove vive 
mi dirà forse un giorno a che punto è la guerra 
riconoscerà a fondo ciò che io chiamo: la terra 

del rimorso.
(p. 17)



Per così lungo tempo le carni esposte all’usura dei passi 
Italia pubblicità, Italia comunicazione, pomodori, monetine 
il luccichio della seduzione Germanica, ruffianesimo integrato 
Grandi vittorie, grandi vittorie, Etiopie spot alleanze lecchine 
santi in paradiso, paradisi ai tanti dotati di silenzi e guanti 
un bel giovane non deve recepire segno sul suo corpo vivo 
Lo vogliamo vivo: Lo vogliamo creativo: Lo vogliamo attivo 

Imprenditori di se stessi, investiti tutti: una tragedia 
                                                             [autostradale 

in campo scendono e risalgono littoriosamente perdenti: 
vinceremo (riviste letterarie sul web analisi del sangue degli 
                                                                 [anni ’70, bei tempi: 
la vespa e la cinquecento e poi Sanremo, morti: il rock e la 
                                                                                   [droga):

 …………………………………………………………. 

Se potessi amore mio, questa delicatezza di sbirro alla Diaz 
la torturerei con quel fracasso della morte che ora è solo 
acqua nelle scarpe. 
(p. 21)



crollano i muri e muoiono le navi accasciate su un fianco 
si schiantano i treni e soffrono i mattoni sbriciolati dal 
                                                                                [tremore 
pesano i destini come alberi bruciati e bestemmiano gli 
                                                                                 [umiliati. 
Cacciamo gli immigrati, cacciamo gli immigrati. 
crescono i tumori e invecchiano i genitori 
silenziano i saloni, le sere luccicanti, alle televisioni 
scongiurano l’avvenire come grandine e sproloquiano gli 
                                                                                 [umiliati. 
Uccidiamo gli immigrati, uccidiamo gli immigrati. 
(p. 26)



Oggi: lezione di storia. No Cavour né Garibaldi mi sono 
                                                                          [simpatici 
vorrei dire a Robert e forse anche a Frank (che vorrebbe essere 
                                                                          [Napoleone) 
che vorrei, sì lo vorrei: starmene a casa a leggere e fumare 
                                                                               [piuttosto che 
sentirmi chiedere: Perché indossavano le camicie rosse? 
Forse, mentre chi nasconde cellulari, il mondo si proietta per 
                                                                                [noi altrove.
Ed io sto per comprarmi una macchina. La userò per andare a 
                                                                                      [lavorare. 
Fuori le finestre, intanto, il vento incalza e l’Appennino trema 
                                                                       [(amabilmente vivo) 
È crepata la vita dal fondo del sonno. 
(p. 29)



Ad ogni modo fummo mobbizzati 
decretizzati, demoralizzati, spezzati 
terrorizzati, spiazzati, smitizzati. 
A nulla valse, a tutto vale – invece – 
il desiderio di rivolta. 
(p. 48)

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