Il microcosmo delle variazioni lente

Il microcosmo delle variazioni lente
di Demetra Christodoulou

Chi scrive in greco sente nella parola una persistenza che non è solo linguistica, una continuità con la storia che è anche profondamente intima: come vivere in una comunità oltre i luoghi e il tempo transitori. É qualcosa che ha a che fare probabilmente con quello che molti chiamano grecità. In una sua poesia intitolata “la lingua greca”, Vrettàkos scrive: “[…] E se per caso da qualche parte /tra i corridoi azzurri / incontrerò gli angeli, / parlerò loro in greco, poiché / non sanno le lingue. Parlano / tra loro in musica”. In tempi di congedi esistenziali e di mille crisi di soggetti, mantenersi quanto più vicini a un’idea di comunità, mi parrebbe, oggi, un buon esercizio di resistenza di fronte alle tante cadute culturali del nostro tempo. Le parole, quindi. Le parole come dimore arcaiche, cavità profonde cui attinge Demetra Christodoulou, poetessa nata ad Atene nel 1953, considerata una tra le voci poetiche più intense della Grecia. Pochissime apparizioni in traduzione italiana, tutte merito di Massimiliano Damaggio, infaticabile traduttore ed esploratore della parola greca. Autrice di quindici raccolte di poesia, ha esordito con “I cavalli di Myrovlitos” nel 1974, nel 2008 vince il Premio Nazionale di Poesia con la raccolta “Carestia”, alcune sue opere sono state tradotte in inglese, francese e svedese.


In un’intervista di qualche mese fa Demetra Christodoulou mi ha parlato della sua ultima raccolta poetica, “Ventiquattro battiti e silenzio”, pubblicata nel 2019 dalla casa editrice Melàni: quarantanove poesie di 24 versi, fa eccezione un unico testo di 9, intitolato “Commento”. Il titolo ci restituisce sin da subito una scelta che ha a che fare con il tempo e con la vita: una poesia che è anche misurazione. Ventiquattro, tante quante le ore di un giorno, tante quante le lettere dell’alfabeto greco. Il giorno e la notte sono come una vita piena, dice. Una poesia, giorno e notte, una poesia – un’intera vita – che non si perde né in un prima né in un dopo, una poesia – un tutto chiuso – che si converte nel linguaggio attraverso le parole scandite dal silenzio che le alimenta, perché gli uomini stanno morendo, dice ancora. Un silenzio che definisce la città, i bambini e la morte: luoghi e perimetro stesso della poesia di Christodoulou, come suggerisce nella prefazione, una dichiarazione che diventa un invito all’ascolto, a farsi carico del segno che la sua parola poetica traccia.


La poesia di Demetra Christodoulou ha un singolarissimo andamento che è, al tempo stesso, fortemente scandito, verso dopo verso, in fitte e nette sequenze di affermazioni di esistenza, e strettamente concatenato lungo tutto il libro dal legame che ciascun testo ha con quelli che precedono e sono accanto e seguono, e che è ottenuto attraverso la ripresa di forme, parole, immagini, figure, simboli, la ripetizione di presenze, di oggetti, di personaggi e di azioni. Tale struttura del discorso poetico finisce a determinare un’aura di sospensione, di sublime astrazione, di luoghi, cose e situazioni viste fuori del tempo, immobili, senza altro divenire che non sia talvolta il ripetersi ieratico dello stesso gesto fissato una volta per tutte, dello stesso evento fermato per sempre e rifatto passare più e più volte nel verso, in modo rallentato, quasi solenne; e lo spazio è, allora, quello bianco e un poco ossessivo del sogno, delle visioni della mente che si fanno ripetizioni di parole e di immagini senza fine, in una continuità che tende a identificarsi con la continuità stessa del pensiero. Ci sono pozzanghere e morti e insetti e bambini e figli, mammut e uccelli, cielo e mare: ma sono tutti elementi di una composizione visionaria che (apparentemente) non ha nessun rapporto con la realtà oggettiva ed esistenziale, con fenomeni documentabili e partecipabili, ma vive in sé e con se stessa si giustifica, all’interno di una circolarità di linguaggio e di sogno che finisce a formare un mondo mirabilmente autosufficiente, un microcosmo chiuso che contiene anche l’inquietudine, la morte, il sacrificio e l’orrore, ma tutto si fa rovinoso e perfetto, tanto da turbare e dolere. Il libro procede per variazioni lente, che si concretano nel progressivo passaggio dei testi attraverso un procedimento di ripresa, di rielaborazione, intima trasformazione per gradi quasi, a volte, insensibili, delle situazioni e degli oggetti. È come una rallentata metamorfosi di immagini che si svolgono davanti alla poetessa, uno spettacolo misterioso e fascinoso, che, tuttavia, si compone con perfetta serenità nel verso, sempre senza né scatti né scarti, senza deformazioni di linguaggio e di misure metriche. Lo spettacolo che la sua parola restituisce è quello di un mondo forse parmenideo, immobile, dove, sì, ci sono bambini, passanti e gabbiani, ma tutto è fissato in una sorte di definitività, di archetipi.

Dalla materia alla chiarezza, Christodoulou offre uno spettacolo rallentato, un mondo talvolta osservato da un punto di vista fuori del tempo e dello spazio. Gli animali, le piante, gli uomini che vi risiedono, vi appaiono e vi scompaiono, si rivelano insieme assurdi e realissimi e la geografia di questo essere è tanto desertico quanto popolata di spiriti, come se una maga o una stregona li evocasse dalla stessa perdizione che incombe. Questo mondo, in cui le idee e le immagini si succedono come pulsioni, proiezione di una mente che funziona come un proiettore di diapositive, non ha nulla né di consolante né di convincente: e tuttavia, terribile e grottesco, meccanico e tenero, guizzante ed estatico, ha un forte sapore di autentico, di segreto, di profetico. La genesi di un mondo di frantumi da cui gli esseri umani sembrano provenire e a cui sembrano appartenere, nella vita e nella morte, nella immobilità e nel dinamismo. Quello che osserva è come se le corrispondesse biologicamente, un accumulo di percezioni che trovano spazio nella forma robusta dei suoi versi quasi a voler disorientare il lettore tra alto e basso, fra un lemma antico e uno in demotico; nel testo greco, però, è difficile perdersi. Nel suono batte, infatti, il significato, nell’uso ordinato dei verbi onomatopeici, in quei prestiti linguistici cristallizzati nel tempo, nell’ossessione delle gutturali sorde, nei calchi antichi della lingua.

Il microcosmo di Demetra Christodoulou, apparentemente impermeabile alle contraddizioni del mondo, ci restituisce alla fine un orrore sedimentato nelle cose, mimetizzato in un’azione, costretto nella ripetizione ossessiva di un suono: lo slalom di un uccello fra croci di pietra, la fissità dell’orologio di una cattedrale, il fumo bluastro di una ciminiera, le lucertole che scappano lontano dalle schegge. È forse l’orrore di Lesbo, miseria della politica dei nostri tempi, della violenza che rimbalza sui bambini, che si condensa in un salto vertiginoso e continuo dal basso verso l’alto e viceversa, e forse è che “non c’è orrore che possa sfuggire alla poesia”, come scrive Demetra Christodoulou. Forte è l’iconografia derivante dal poeta Solomòs e quella sua disperazione dell’incompiuto che si intravede negli “agnelli antidiluviani / annegati tra gli arieti delle dogane”, come si legge nella poesia “Ecosistema del padre”, ma ancor di più costante e permanente è la dimensione del tormento, recuperata dal grande Kostas Karyotàkis, “questo Leopardi greco”, come lo definì Bruno Lavagnini. In quella dimensione, Demetra Christodoulou apre infine agli elementi, l’acqua e il fuoco, in particolare, da materia delle origini diventano materiale visivo, tattile, necessario alla resa del dolore ed è così, scrive, che le cose a poco a poco si fanno versi.

Gianluca Spitalieri

*

Testi


Di vetro

Albeggia stanco Gennaio.
Con il primo caffè scoppia il temporale.
La pioggia plasma una donna di vetro
Posta su un cenotafio.
La città fuori si metallizza.
Le stelle sono inscritte nel cielo
Con la nitidezza dell’alluminio.
La donna va in frantumi e si incarna.
Raccogliendo i suoi vetri con una paletta.

“Resistiamo. Pratichiamo la nostra arte
Con un sorriso che dispensi
Mele acerbe che sanno di cielo.
Tutto il nostro dolore venga sepolto con cura
Dopo aver spazzato ciò che era da spazzare
E il corpo appesantito dalla sua materia
Faccia il passo successivo”

Una sabbiatura di infiniti vetri
Il suo sussurro cristallizza.
Le lucertole scappano lontano dalle schegge
Il sepolcro le terrorizza.
Così, le ferite trovano pace secondo la loro natura
E per l’inattesa trasparente
Fa entrare la spazzatrice, la schiera di lacrime
Che splendono man mano che la luce avanza.

*

La legge della corona

Ho lottato, ho lottato per sollevarla
Questa notte, riversa a terra.
L’ho trascinata dalle ascelle, le ho lavato
Il viso con le mie mani.
Finché il suo sorriso non ha ricominciato a vagare
Nel dolore nella fretta nella ricchezza
Come un uccello che vola in mezzo
A croci di pietra di cimitero.

Alzati, mia cara, alzati, mio incubo!
Assisti in piedi allo spettacolo del mondo:
Case schiaffeggiate dalle fiamme.
Dall’alto l’orologio della cattedrale
Fissa come un occhio malato
I resti delle strade.
E tra le ceneri i ministri
Cercano i loro trofei.

Solleva la fronte e la statura,
Come un re triturato dal suo destino.
Ciò che è stato amato che sia amato per sempre.
Come quelle raffiche di rondini
Che trapassano la lastra del cielo
Alle bocche spalancate dei loro piccoli
E nel bagliore del mattino
Preparano il banchetto funebre.

*

La villa

Un vaso frantumato
E una macchia di pianto
E l’erba pestata
Intorno al vecchio tappeto
Solo questo ho trovato in sala
Quando mi hanno chiamato per entrare.
Qualche palmetta dorata
Che viveva sul soffitto
L’ha rubata la mia educazione:
Dovevo stare al mio posto
Una bambina che nutre il lutto
Invece delle ossa, Osso di Seppia.

Ora un forte acquazzone
Risciacqua le doppie scale.
Illumina il suo pallore in giardino
Dove crescono gli spiriti:
L’araucaria, la magnolia
La palma dalle grandi ali.
E io, tenendo dritto il bastone
Ormai signora, con l’inchiostro
Tutto versato dalla spina dorsale
Di notte rianimo la villa
Nell’universo sono appena apparse per la prima volta le stelle!
Il cielo ci ha appena resi forti!

*

Vessilli in fiamme

Prima le mura caddero a ovest.
Apparve il mare come una lama.
La nave aveva ormeggiato nella sua sonnolenza.
E dalle fessure del suo sogno fuggivano
impauriti carovane di topi.
Lungo la costa si incrociavano
Fantasmi con teste bendate.
Strillavano ogni tanto incubi
Eresie, credenze, filastrocche
bambini ciechi, con voce di gabbiano.
Flop! Flop! Radi fulmini
Sventolavano grandi bandiere.

A poco a poco non rimase pietra.
Adesso posso amarti, patria
Come un mal di pancia che mi taglia in due.
Come luna di cenere spenta
Che naviga sull’aerovia.
Lì gonfia come impasto la mia fossa.
E il marinaio smorto imbalsamato
col fumo bluastro della sua ciminiera
Mi fa cenno dalle acque opposte.
Siamo rimasti noi e gli uccelli del mare.
Questi tirano per le giubbe e seppelliscono
I giovani guardiani della patria.

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